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È solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 10)

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Nonostante Eric mi avesse concesso un giorno di vacanza, decisi lo stesso di andare al lavoro. Lì almeno avrei avuto la mente occupata. Oltretutto Patrick era in viaggio per affari, quindi non avrei nemmeno dovuto fingere che fra noi non ci fosse nulla.

Neanche il lavoro, però, frenò i miei impertinenti pensieri.

Avevo smesso di amare mio marito? No, lo amavo come sempre, ma mi mancava il brivido del proibito, mi mancava la prepotente passionalità di Patrick, la sua capacità di travolgermi e stravolgermi. Mi mancavano le sue mani avide sulla mia pelle, il suo sguardo infuocato, il suo sfrontato membro a riempirmi di piacere e soprattutto mi mancava ciò che ero con lui. Avevo bisogno di Patrick per liberarmi di me stessa.

Eric e Patrick, Patrick ed Eric, fisicamente così simili eppure così dannatamente diversi.

Eric era la dolcezza e la normalità, Patrick la strafottenza e la trasgressione. Forse inconsciamente avevo completato il cerchio trovando in Patrick ciò che mancava ad Eric. Questo almeno era ciò che credevo.

Possibile, però, che Eric non avesse mai ceduto alle lusinghe delle altre donne? Non ci avevo mai pensato prima, ma ora che era capitato a me, non mi pareva possibile che lui non mi avesse mai tradita.

La sua avvenenza non lo faceva di certo passare inosservato. E non gli mancavano nemmeno le occasioni, a partire proprio dalla sua assistente: la bionda tutto pepe che lo seguiva ovunque come un’ombra.

Sentii salirmi un’inquietudine. Sesto senso, istinto femminile, perspicacia o semplice intuizione, qualunque cosa fosse non riuscii ad ignorarla.

Mi alzai dalla mia postazione e mi precipitai agli ascensori. Freneticamente pigiai tutti i bottoni. Come al solito quando si ha fretta, erano tutti quanti impegnati.

Non c’era tempo da perdere. Sentivo che qualcosa stava accadendo proprio in quegli istanti, ed io ero lì bloccata in un ascensore che se ne strafregava della mia fretta.

Quando finalmente la porta si aprì, schizzai fuori e percorsi tutto il corridoio in preda all’ansia di non sapere cosa avrei trovato oltre quelle pareti.

Quando raggiunsi l’anticamera dell’ufficio di Eric, vidi che la scrivania della biondina era vuota. Lei era con lui.

Con il cuore in gola mi avvicinai lentamente alla porta socchiusa, e mi mancò il respiro.

 

«Sì, sì, proprio lì … no, aspetti, un po’ più a destra, … ecco sì, sì, così …» Era la voce della biondina.

 

Oddio … Pensai, in preda al panico. Che le sta facendo?

 

«Va bene così?»

 

Mi andò il sangue alla testa, già vedevo mio marito con la testa fra le gambe della biondina e le domandava pure se le andava bene. Non ci vedevo più dalla rabbia. Che fare? Entrare e coglierli in flagrante o andarmene e fare finta di nulla? In fondo non potevo certo fargli una scenata, visto che anch’io me l’ero spassata senza di lui.

 

«Sì, sì … lì è proprio perfetto»

 

Avevo sentito abbastanza. Non mi trattenni più ed entrai. Ma quando spalancai la porta, ciò che vidi mi spiazzò.

 

«Denise, Tesoro, non dovresti essere a casa?»

 

Mio marito se ne stava in piedi su una sedia, appiccicato al muro, intento ad appendere un quadro, mentre la sua diligente assistente lo aiutava nell’impresa.

Il mio sesto senso aveva decisamente sbagliato tutto.

 

«Infatti – Mi affrettai a rispondere – Sono venuta qui proprio a dirti che ho cambiato idea, quindi, se hai bisogno di me, sai dove trovarmi»

 

Uscii subito da lì, ignorando Eric che continuava a chiamarmi, ma avevo bisogno d’aria e di calmarmi.

Non sapevo se essere più sollevata o dispiaciuta per non averlo trovato fra le gambe della biondina.

Sollevata lo ero di certo, ma ero anche mortificata per aver dubitato di lui e per aver quasi sperato che mi tradisse per sentirmi meno in colpa.

 

Quella notte non riuscii a prendere sonno. Eric dormiva come un ghiro accanto a me, mentre io non riuscivo a chiudere occhio.

Il cellulare vibrò sul comodino per l’arrivo di un sms. M’illuminai.

Per quanto ne sapevo poteva essere anche l’avviso del credito in esaurimento, ma io ero certa che fosse Patrick.

Eric continuava a dormire, presi il telefono e silenziosamente scivolai giù dal letto cercando di non svegliarlo.

Non appena uscii dalla camera, guardai lo schermo. C’era semplicemente scritto:

 

- Apri il pacco -

 

Mi sentii avvampare d’eccitazione. Cosa aveva organizzato stavolta? Quell’uomo intrigante era una fonte inesauribile di fantasia e lussuria. Non esisteva noia con lui. Sapeva sorprendermi, fagocitarmi nelle sue perversioni e manovrarmi a suo piacimento. Era in grado di farmi fare qualunque cosa.

Come una ladra scesi furtivamente le scale e corsi a prendere il pacco che mi aspettava lì, sul tavolo, dove lo avevo lasciato al mattino.

La notte aveva prosciugato ogni rumore. In quel silenzio irreale ogni minimo suono, anche il più flebile, pareva un allarme lanciato dall’universo per svelare il mio misfatto.

Ero un’ombra nell’oscurità. L’unica mia testimone era la luna che sbirciava dalle imposte.

Presi un coltello dalla cucina e lo affondai nel nastro che lo sigillava.

All’interno c’era un cofanetto nero, chiuso da un fiocco rosso dal quale sbucava una busta dello stesso colore.

Sfilai la busta ed estrassi il biglietto che custodito al suo interno.

C’era scritto:

 

- Mettiti comoda davanti ad uno specchio e apri il cofanetto -

 

Non c’erano nomi e nessun altro dettaglio, ma sapevo che era tutta opera di Patrick. Ubbidii.

Col cuore che galoppava verso il piacere e il mio fiore intriso di voglia, raccolsi tutto e mi chiusi in bagno. Lì uno specchio arrivava fino al pavimento.

Mi sedetti sulla pedana e, con le mani tremanti per la frenesia, sciolsi il nastro. La confezione si aprì svelando un biglietto e un trionfo di velluto rosso.

 

- Mettilo e guarda quanto sei bella -

 

Quell’attesa, quella specie di caccia al tesoro mandò la mia eccitazione alle stelle. Mi stuzzicava e mi lusingava che Patrick pensasse al mio piacere ovunque lui fosse. Un gioco erotico senza fine.

Scostai il velluto e vidi che celava un aggeggio che aveva tutta l’aria di essere un vibratore. Era uno scrigno di giocattoli erotici.

Patrick voleva che mi toccassi davanti allo specchio, che vedessi il mio fiore sbocciare fra le mie gambe e che mi eccitassi guardandomi godere. Voleva che mi vedessi come mi vedeva lui.

Accesi tutte le candele che trovai. La penombra lattiginosa si colorò con la loro calda luce. Mi sedetti davanti allo specchio e allargai timidamente le gambe. Le fiammelle ballonzolavano sul pavimento e si allungavano sulla mia pelle nuda fino a far scintillare il mio peccaminoso frutto intriso di nettare. Tutto il resto spariva nell’oscurità. Anche il mio viso.

Era così sensuale guardare quel corpo nudo e anonimo riflesso nello specchio. Era come avere un’altra donna di fronte a me, una donna che si contorceva dal piacere. Era la mia parte istintiva ed erotica che si liberava, la mia me più sensuale e lussuriosa che faceva l’amore con l’universo.

M’immersi fra i miei umori e mi abbandonai alle mie peccaminose voglie.

Le dita scorrevano sulla mia pelle e le mie labbra parevano danzare fra di esse invogliandomi a carezzarle sempre di più.

Il piacere saliva e il mio peccaminoso frutto pulsava d’eccitazione. Voleva provare il nuovo giocattolo. L’accontentai.

Lo presi fra le mani scaldando la sua superficie liscia e cromata, poi lo portai fra le mie gambe, lo feci scivolare fra quei meandri affamati e intrisi di prelibato unguento, stuzzicai il clitoride e infine varcai la soglia del piacere. Un gemito mi nacque in gola.

Chiusi gli occhi e immaginai che fosse il membro di Patrick a penetrarmi. Con una mano spingevo e ritraevo quell’argenteo dardo dentro e fuori di me, mentre con l’altra mi dedicai al turgido promontorio gonfio d’eccitazione.

Poi a malapena riuscii a contenere un urlo per la sorpresa, quando improvvisamente l’aggeggio dentro di me cominciò a vibrare insieme a ciò che il cofanetto ancora custodiva. Il piacere si fece più intenso, espandendosi dentro di me. Ogni vibrazione raggiungeva nuove parti del mio corpo fino a conquistarlo interamente.

Allungai alla cieca una mano nel cofanetto e ne estrassi un telefono.

Capii che era un Boditalk, in pratica un vibratore comandato a distanza attraverso quel cellulare. Patrick mi stava scopando da centinaia di chilometri di distanza.

Sentii l’eccitazione avvamparmi fin nelle viscere. Era come averlo lì, in casa mio e con mio marito nell’altra stanza. Era come se fossero state le sue mani a infilare quel dardo nella mia carne, come se quello fosse stato il suo membro.

Era tutto così sbagliato, peccaminoso e così dannatamente eccitante.

Ero posseduta dal desiderio. Di nuovo la sensazione di essere nelle sue mani, di nuovo quell’incertezza, di nuovo in bilico fra paura ed eccitazione. Stavolta la paura non era però rivolta a Patrick e alle sue fantasie, ma a mio marito che dormiva a pochi passi da me e che avrebbe potuto scoprirmi in qualsiasi momento.

Accettai la chiamata, ma senza dire nulla. Ero sopraffatta dall’estasi.

La voce calda di Patrick mi attraversò il corpo fino a mordermi il ventre, amplificando il mio piacere:

 

«Ti piace il mio regalo?»

 

«Oh, sì» Ansimai in preda alle scariche vibranti che mi assalivano, e soggiogata dalla sua erotica voce che mi penetrava l’anima.

 

«Allora fammi sentire quanto ti piace. Voglio sentirti godere»

 

Liberai la voce, lasciai che udisse tutto il mio piacere e quello della donna allo specchio, che si eccitasse sentendo i miei gemiti e sapendo che era lui, ovunque fosse, a farmi godere così.

Non esisteva nient’altro all’infuori di noi due. Quell’orgasmo mi proiettò altrove insieme a lui, nell’universo parallelo dove s’incontrano le anime travolte dall’estasi del piacere più sublime.

 

Quando tornai in camera, sconvolta e stravolta, raggelai. Il letto era vuoto, Eric non c’era.

Mi mancò il respiro, il panico mi stava strozzando. Mi sentii perduta immaginando quello che mio marito avesse visto o sentito. La vergogna mi stritolò lo stomaco e giurai a me stessa che se l’avessi passata liscia non ci sarei più ricascata. Avrei troncato definitivamente con Patrick. Avevo deciso.

Poi vidi Eric arrivare con in mano un bicchiere d’acqua. Non si accorse nemmeno che ero lì impalata davanti alla porta del bagno. Mi passò davanti e tornò a letto, bevve un generoso sorso d’acqua e si accucciò beato fra le coperte. Non si era accorto di nulla.

Sollevata, ricominciai a respirare e lo raggiunsi.

Sì, avrei chiuso con Patrick … Un giorno o l’altro … Forse.

 

 

 

 

 

 

 

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È solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 9)

 

Il profumo di caffè appena fatto s’intrufolò nelle mie narici. La stanza era allagata dal sole. Eric si era già alzato, io invece non volevo schiodarmi dal letto.

 

Udivo il getto della doccia scrosciare ed Eric che fischiettava un motivetto sentito chissà dove. Lui era felice. Io, invece, non sapevo più chi ero.

Ero passata dalla maniacale e ossessiva trincea di freni e paletti dietro cui mi ero nascosta fino a pochi giorni prima, alla totale perdita di controllo su me stessa e sulle mie azioni. Certo una via di mezzo sarebbe stata più salutare, ma era come se la breccia aperta da Patrick avesse provocato la completa distruzione di ogni argine e di ogni barriera che negli anni avevo meticolosamente costruito.

Patrick aveva levato il bastoncino che teneva su tutto, e ora navigavo a vista dispersa in un oceano che non conoscevo.

Magari, se fossi rimasta confinata su quel letto avrei evitato di provocare altri danni. Misi la testa sotto al cuscino per ripararmi dalla veemenza della luce e per impedire ai pensieri di uscirmi dalla testa.

 

«Alzati pigrona» Mi canzonò Eric raggiungendomi.

 

«No, resto qui» Borbottai senza levarmi il cuscino dalla faccia.

 

«Avanti, faremo tardi, poi il tuo capo chi lo sente?» Tirandomi per un piede, mi attirò a sé. Aveva voglia di scherzare.

 

Sbirciai da sotto il cuscino, e vidi un sorriso malizioso increspare il suo viso e schiudere le vezzose fossette sulle sue guance. I suoi capelli, ancora umidi e licenziosamente spettinati, parevano ancor più neri. Poi con lo sguardo scivolai sul suo corpo nudo, percorsi i muscoli tonici e imperlati di goccioline fin quando approdai al bacino, dove un telo celava il lussurioso tesoro che cresceva fra le sue gambe.

Era maledettamente attraente.

A quella vista il mio peccaminoso fiore sbocciò.

Tirandogli il cuscino, risposi:

 

«Sei tu il mio capo – Già, bel casino. Eric, mio marito, era il direttore generale della Global inc. quindi non solo era il mio capo, ma anche quello di Patrick. C’eravamo conosciuti tre anni prima al lavoro e dopo nemmeno un mese eravamo, follemente innamorati, alle Maldive in viaggio di nozze. Prima che arrivasse Patrick, l’idea di tradirlo non mi era nemmeno mai passata per l’anticamera del cervello. Ma prima di Patrick, nessuno ci aveva veramente provato con me. Era come se il fatto che fossi la moglie del capo lasciasse tutti alla larga. Tutti tranne Patrick. La sua irriverenza lo portava a fregarsene di tutto e tutti, non si fermava davanti a nulla. Se voleva qualcosa se la prendeva, a qualunque costo. Forse era stata proprio la sua insistenza a farmi cedere, la sua insolita spavalderia così in contrasto con tutto il resto. Ma analizzare le cause, i forse ed i perché non avrebbe cambiato le cose e ciò che ormai ero diventata - E so essere molto convincente»

 

Era come se quelle parole fossero eruttate dalla mia pancia senza passare dal cervello. Mi sorpresi per la mia intraprendenza, ma quella ritrovata istintualità mi piaceva. Mollai definitivamente le redini e cavalcai a briglia sciolta sulle ali della passione.

Gattonando maliziosamente sul letto mi avvicinai a lui e gli strappai il telo che pudicamente lo ricopriva. La mia insolita audacia lo sorprese e scatenò il suo desiderio.

Mi avventai sul suo sesso e lo divorai prima che l’eccitazione montasse ulteriormente. Volevo sentirlo crescere dentro la mia bocca, e così fu.

Lo succhia, infilai la lingua dentro il prepuzio raggiungendo il glande ancora vestito. Poi lo liberai dalle mie ingorde fauci e mi spostai sulle gonadi. Le stuzzicai e le leccai, mentre con una mano massaggiai l’asta ritta e fiera sopra di me. I suoi sospiri animavano i miei gesti, muovevano la mia lingua e le mie labbra.

Lo spinsi sul letto e mi accomodai fra le sue gambe. Afferrai il suo membro e me lo portai al petto. I miei seni lo accolsero e lo strinsero nel loro peccaminoso abbraccio, poi lo riportai lì dove volevo che esplodesse: nella mia bocca.

Con una mano afferrai la base dell’asta e schiusi le labbra su quel dardo rosso e pulsante d’eccitazione. Scivolai lentamente su di essa, su e giù, mentre la mia lingua si prendeva cura dell’apice.

Sollevai lo sguardo e vidi il suo viso distorto dal piacere.

La mia bocca, la mia lingua e le mie mani lo stavano accompagnando all’estasi. Fra le mie labbra e i miei denti c’era tutta la potenza del suo essere uomo, ed era lì succube dei miei gesti, dei miei movimenti, della mia voglia di farlo godere o soffrire. Mi eccitava avere quel potere su di lui. Lui era lì sotto di me ed era vittima del mio capriccio.

Gocce vischiose e salate cominciarono a sgorgare dal suo pertugio, l’orgasmo era vicino. Rallentai il ritmo per ritardarlo. Volevo giocare ancora un po’.

Allungai un dito fino a raggiungere il perineo. Lo massaggiai, lo stuzzicai e corteggiai lo stretto pertugio sentendolo contrarsi sotto la mia pelle, poi lo forzai. Un gemito schizzò dalla sua bocca. Afferrò le lenzuola in prenda ad un piacere intenso forte e selvaggio.

Avida succhiai la sua asta. Sentii la sua pelle tendersi, le vene gonfiarsi e la sua eccitazione prendere la rincorsa fino ad eruttare invadendo la mia bocca.

Restai lì, attesi che tutto il suo piacere sgorgasse e lo ingoiai, mandando Eric al manicomio.

Erano secoli che non mi vedeva così spregiudicata e disinvolta, anzi, forse così non mi aveva proprio mai vista. Per quanto lo amassi non ero mai riuscita a lasciarmi andare fino in fondo. Ma ora tutto era cambiato.

Eric non mi domandò nulla per quel radicale cambiamento. Non mi chiese mai cos’era accaduto durante la sua assenza per trasformarmi così. Si limitò a godersi la nuova Denise.

Prima di andare in ufficio, Eric mi consegnò un pacco che il postino aveva appena portato. Sopra c’era solo il mio nome e il mio indirizzo. Nessun mittente e nessun’altra scritta che indicasse il contenuto. La curiosità voleva spingermi ad aprirlo subito, ma non lo feci.

L’istinto mi diceva che mio marito non doveva sapere cosa c’era in quel pacco misterioso.

 

 

 

… Continua …

 

 

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E’ solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 8)

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Quando varcai la soglia di casa, il fresco dell’aria condizionata mi diede il benvenuto.

Eric, come aveva promesso, l’aveva fatta riparare mentre io mi facevo scopare da Patrick.

Il mio egoismo mi diede il voltastomaco, ma ero troppo stanca per dar libero sfogo ai sensi di colpa. Mi levai i vestiti e, nuda, mi lasciai cadere sul letto. Caddi in un sonno profondo nell’attimo esatto in cui la mia testa toccò il cuscino.

 

Durante la notte la prepotenza di Patrick irruppe anche nei miei sogni. Era come se fossi stata tanto avida di piacere da non averne abbastanza di quello che ricevevo da sveglia, ne volevo sempre di più.

Sentii le sue mani scorrere sulla mia pelle nuda, la sua lingua farsi strada fra le mie cosce, la sua bocca saggiare il mio frutto e bere il mio nettare.

Era così diverso quel contatto, così delicato, quasi timoroso. Si intrufolava fra le mie peccaminose pieghe quasi chiedendo il permesso. Non volevo svegliarmi, non volevo aprire gli occhi per paura che tutto finisse. Volevo godere ancora, tenere quelle labbra con me fino al mattino, ma il piacere divenne così intenso che mi svegliai ansimando, e fra le mie gambe trovai Eric, mio marito.

 

«Eric» Esclamai sorpresa di vederlo, ritraendomi e sedendomi sul letto. Sarebbe dovuto tornare solo il giorno dopo. Quel cambio di programma mi spiazzò.

Non ero pronta per affrontarlo, faticavo a guardarlo in faccia. Mi sentivo scoppiare il cuore e le mie guance dovevano essere rosse come le mie labbra vogliose, ma la penombra giocò a mio favore.

 

«Scusa Amore, non volevo svegliarti, ma … – La sua voce era un rantolo famelico. Strisciò sul letto avvicinando la sua bocca alle mie cosce e continuò da dove lo avevo interrotto. Gemetti. – Vederti qui, nuda … – Succhiò le mie labbra. Io ansimai sopraffatta, spostando il bacino in avanti – Non ho resistito»

 

Non ero abituata a girare per casa nuda, né tanto meno a dormire senza nulla. Per un istante temetti che quella novità lo insospettisse, invece aveva solo acceso le sue voglie.

 

«Basta parlare» Sentenziai.

 

Avida, spinsi la sua testa di più fra le mie cosce, premendola contro di me e lasciando che mi baciasse lì dove poche ore prima era stato Patrick.

Le sue dita sottili si facevano largo dentro di me, mi penetravano, mi massaggiavano e io godevo pensando a Patrick, a Eric, a me e immaginavo tutti e tre nello stesso letto.

Mi aggrappai ai capelli di Eric e lo attirai su trascinandolo sul mio ventre affinché lo baciasse, e poi ancora più su, sul mio seno.

 

Lo afferrò con la bocca, stringendolo fra le labbra e i denti e stuzzicando il capezzolo con la lingua, mentre le sue dita non si allontanarono dalla mia orchidea dell’amore.

Con un piede mi intrufolai fra le sue gambe e massaggiai il suo membro ancora imbrigliato nei pantaloni. Lo sentivo grosso e duro sotto la mia pelle. Era lì, impaziente di mostrare al mondo tutto il suo vigore, ed io ero ansiosa di averlo dentro di me.

Allungai le mani e finalmente lo liberai. Mi sollevai mettendomi in ginocchio sul letto. Lui era di fronte a me ansimante d’eccitazione.

Succhiai le sue labbra, la mia lingua cercò la sua in quella  bocca che sapeva di me e di Patrick. Sbottonai la sua camicia e gliela sfilai. Carezzai il suo petto nudo e ansimante d’estasi.

I suoi muscoli si contrassero sotto le mie mani mentre scesi sul suo ventre. Afferrai la sua asta poderosa e la brandii a due mani, la massaggiai su e giù, svestendola e rivestendola godendo per i suoi gemiti di piacere.

Lo spinsi di schiena sul letto, Eric non si oppose, e gli sfilai definitivamente i pantaloni.

Salii in piedi sul letto con lui disteso sotto di me. Volevo che mi guardasse, che mi ammirasse che mi bramasse. Mi succhiai un dito e lo portai fra i miei petali vogliosi, mentre con l’altra mano mi strizzai un capezzolo.

 

«Oh, sì, Baby, così … » Rantolò allungando le mani fra le mie cosce e unendosi alle mie dita.

 

 

Volevo ancora la sua lingua. Mi sedetti sul suo viso e cominciai a muovere il bacino sulla sua bocca mentre la sua lingua s’intrufolava fra le mie pieghe. Ancheggiavo, roteavo e urlavo spingendo sempre di più il mio sesso contro la sua bocca. Volevo di più, volevo il suo membro dentro di me.

Mi sedetti sul suo bacino, afferrai la sua asta che ormai stava per esplodere e la spinsi dentro la mia fessura e cominciai a scivolare su di essa. Era il piacere che mi guidava, puro piacere.

Immersi due dita nei miei umori e forzai il secondo pertugio. A quella vista la smania di Eric si fece incontenibile e, tenendomi sollevata, cominciò a scoparmi da sotto sempre più forte, sempre più forte. Godevo e farlo fermare mi costò fatica, ma volevo godere con la sua verga dietro.

Eravamo a un passo dall’orgasmo. Sfilai il suo fallo gonfio di voglia di esplodere, mi rannicchiai sul suo bacino appoggiandomi coi piedi al materasso, brandii il suo fulgido dardo e lo infilai nel mio secondo ingresso. Un grido lungo, un misto di piacere e dolore, accompagnò quel gesto. Sentivo la pelle tendersi, espandersi per fare l’argo a quella poderosa asta.

I miei urli si fecero intensi, profondi, selvaggi esattamente come il piacere che mi stava avvampando nel corpo e nell’anima.

Le mie gambe erano spalancate sul suo bacino. Eric esplose vedendo il mio fiore aprirsi per far largo al suo membro, le mie dita massaggiare il clitoride, mentre il mio viso e il mio corpo si contorcevano negli spasmi di un piacere intenso, lungo e talmente sconvolgente che le mie urla riecheggiarono nel silenzio della notte.

 

 

 

 

 

 

 

… Continua …

 

 

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E’ solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 7)


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Non so se fosse colpa delle  Racconti Erotici custodite all’interno del mio corpo, ma quel giorno l’eccitazione mi fece impazzire.

Non era tanto il loro delicato movimento a scaldare le mie voglie, quanto piuttosto il pensiero di averle dentro di me, l’idea di celare un peccaminoso segreto, lì sotto gli occhi di tutti.

Sentivo la cordicella stuzzicarmi la pelle e mischiarsi fra i miei umori. Il mio spacco era talmente profondo che mi bastava allungare una mano fra le cosce per raggiungerla e muovere il mio lussurioso ripieno.

Era come se l’orgasmo avuto quella mattina avesse amplificato le mie voglie anziché spegnerle. Un prelibato aperitivo che aveva scatenato la mia fame di piacere.

Ogni volta che incontravo qualcuno, uomo o donna che fosse, non potevo fare a meno di immaginarmelo a letto. Lo osservavo e cercavo di indovinare i suoi gusti sessuali, le sue preferenze, le sue doti o le sue pecche.

Certo il florido davanzale di Hanna, la mia dirimpettaia di scrivania, non mi era d’aiuto. Continuavo a tuffare gli occhi in quelle morbide colline, invidiando i riccioli biondi che vi ricadevano sopra.

Vedevo il vestito scivolare sul suo corpo e immaginavo la sua pelle liscia e delicata, le sue curve armoniose, le gambe lunghe e tornite che racchiudevano la bellezza del suo frutto prelibato.

Era bella, Hanna, era davvero bella. Chissà come sarebbe stato farlo con lei.

Non lo avevo mai fatto con una donna, e prima di allora neanche ci avevo mai pensato, ma quel giorno la trovai attraente come non mai.

Ad interrompere i miei famelici vaneggiamenti arrivó Betty, l’assistente di Patrick.

Mi porse un plico e disse:

 

«Patrick è allo Sheraton con un cliente e ha bisogno di questi documenti, potresti portarglieli tu? Io devo finire una pratica urgente e non posso muovermi»

 

Come avrei potuto rifiutarmi? Non si nega l’aiuto ad un collega in difficoltà, giusto? A rispondere per me, però, non fu il mio buon cuore, ma la voglia immane che mi esplodeva fra le gambe e che al solo pensiero di raggiungere Patrick m’incendiò. Pareva che quelle palline fossero state programmate per ricongiungersi al loro padrone.

Non persi tempo e uscii nel traffico. Un’auto aziendale era già accesa pronta ad ingoiarmi e a risputarmi a destinazione.

Quel tragitto mi parve infinito. Mi sentivo morire per l’eccitazione e il traffico aumentava il mio tormento.

L’autista m’informò che avrebbe preso una scorciatoia, ma che non saremmo comunque arrivati prima di venti minuti.

Sospirai vinta. Buttai lo sguardo fuori dal finestrino nel tentativo di distrarmi: non potevo certo presentarmi ad un cliente in quelle condizioni, ma i miei sforzi non sedarono i miei bollori.

Quando finalmente arrivammo, schizzai giù dal’auto ancor prima che si fermasse completamente. Varcai la soglia dell’hotel e raggiunsi la reception. Avevo il fiatone.

 

«Sono della Global inc.» Dissi alla ragazza che mi accolse.

 

«Oh, sì, benvenuta allo Sheraton - Già sapeva del mio arrivo – Mr Smith la sta aspettando nella suite al sesto piano»

 

Suite al sesto piano? Luogo insolito per incontrare un cliente. Pensai.

Presi il primo ascensore libero che trovai e raggiunsi il silenzioso corridoio del sesto piano.

Un trionfo di rose profumava il passaggio e uno scarlatto tappeto, che ovattava i miei passi, mi condusse all’unica porta. Era socchiusa.

Cautamente l’aprii. La stanza, illanguidita dalla penombra, pareva deserta.

 

«Patrick» La voce mi si strizzò in gola.

Ebbi il timore di essere caduta in una trappola. Gettai lo sguardo ovunque, cercando qualche indizio che testimoniasse la presenza di altre persone, ma in quell’immensa suite, che profumava di lavanda, regnava l’ordine perfetto di una stanza appena rassettata.

 

«Sono qui» Sussurrò.

 

Puntai lo sguardo in direzione della voce e lo vidi seduto su di una poltrona in un angolo della stanza. Lentamente posò il calice che aveva in mano, si alzò e mi raggiunse.

Il suo profumo invase i miei sensi, ed il mio corpo fu attratto dal suo come se le palline che avevo in grembo fossero state calamite attirate dalla sua verga d’acciaio.

 

«Grazie di essere venuta» Disse stringendomi a sé. La sua eccitazione premeva sul mio ventre.

 

La sua bocca si avventò sulla mia, mentre la sua mano mi sollevò la gonna da dietro e raggiunse la catenella che penzolava fra le mie cosce.

Gemetti e portai indietro il bacino porgendogli il mio sesso voglioso. Le sue dita scivolavano fra le mie natiche fino a raggiungere il clitoride, ad ogni passaggio corrispondeva una scarica di piacere seguita da un gemito.

 

«Brava, urla – Rantolò bramoso – Voglio sentirti urlare di piacere»

 

Non mi feci pregare. Mi aggrappai al suo membro, lo liberai e lo afferrai con prepotenza, esattamente come volevo che mi prendesse lui. Volevo esplodere. Ero talmente eccitata che sarebbero bastati pochi, pochissimi gesti per farmi venire. Volevo un orgasmo e poi un altro e un altro ancora. Volevo godere per tutta la notte.

 

Patrick allontanò una mano dalle mie gambe e prese un nastro largo che aveva nella tasca dei pantaloni. Mi bendò.

 

«Che fai?» Mi ritrassi intimorita, portandomi le mani agli occhi.

 

«Tranquilla Denise – Mi calmò baciandomi il collo – Voglio solo farti godere»

 

Era appena il secondo giorno che quella storia era cominciata e stavo per mettermi completamente nelle sue mani.

Fidarsi o non fidarsi? E’ un sentimento così labile la fiducia. Non basta una vita per conoscere una persona e spesso non basta nemmeno per conoscere se stessi. Se fosse stata la ragione a guidarmi di certo mi sarei rifiutata, e mi sarei opposta anche se quella stessa proposta mi fosse arrivata appena due giorni prima. Ma lì, in quel momento, la voglia aveva talmente travolto i miei sensi che gettai alle ortiche ogni remora. E poi, avevo pur sempre le mani libere.

Non vedevo nulla, potevo solo sentire il suo corpo e la sua voce. La mia attenzione era tutta concentrata su ciò che il mio corpo percepiva. I miei sensi si amplificarono.

Avvicinò un bicchiere alla mia bocca e lo inclinò affinché bevessi. Era Champagne.

Succhiò il rivolo che fuoriuscì dalle mie labbra, poi la sua lingua si tuffò nella mia bocca.

Lasciai che mi baciasse, che mangiasse le mie labbra, che bevesse la mia pelle, che ingoiasse la mia eccitazione, che la facesse sua, che liberasse la sua fantasia e che mi facesse godere come aveva promesso.

Era come se quella benda avesse inibito il mio libero arbitrio. Mi sentivo una bambola nelle sue mani.

Accarezzò le mie braccia nude, quel contatto delicato mi fece fremere. Scivolò sul mio fianco facendo scorrere la cerniera del vestito che cadde a terra come un velo.

Sentii l’eccitazione crescere, immaginandomi lì, nuda, bendata, con solo i tacchi ai piedi e la cordicella che penzolava dal mio sesso.

La sua bocca scese dietro il mio orecchio. Crampi di piacere mi morsero il ventre.

Sentii un liquido ghiacciato scivolare sul mio collo, ruzzolarmi sul seno e scendere giù lungo tutto il mio corpo. Mi aveva versato lo Champagne addosso, sentivo le bollicine stuzzicarmi la pelle. Patrick bevve dal mio seno, dal mio ventre, dal mio collo, raccolse il vino che si era intrufolato fra i meandri del mio sesso e lo leccò, ingoiando tutti i miei umori.

Gridai in preda all’estasi. Sentivo le gambe tremarmi per la frenesia.  Stavo per venire, volevo venire. Volevo godere e urlare tutto il mio piacere.

Patrick mi accompagnò sul letto e mi fece sdraiare.

Prese una mia mano e la portò dietro la mia testa bloccandola alla testata con un nastro.

 

«No» Protestai, cercando di liberarmi. Non ero certa di voler soccombere totalmente alle sue fantasie.

Lui mi liberò e sussurrò avvicinandosi al mio orecchio:

 

«Ti assicuro che non te ne pentirai»

 

Cedere alle sue lusinghe significava mandare la mia maniacale ossessione per il controllo definitivamente a farsi fottere.

Per tutta la durata di quel gioco avrei perduto ogni potere e sarei stata in balìa di quell’uomo come non mi era mai capitato in tutta la mia vita. Nemmeno con mio marito.

Quella possibilità mi spaventava e mi eccitava al tempo stesso. Perdere il controllo può essere spaventoso, ma anche maledettamente attraente.

Starsene lì sospesi nel limbo crudele dell’incertezza, in attesa che qualcun altro decida per te, aspettando di sapere quale sarà la tua sorte, cosa ti capiterà e cosa lui ti farà, e ti chiedi, pieno di paura e di speranza, se ti piacerà oppure no.

L’adrenalina ti spalanca i sensi e sei assalito dalla folle e perversa eccitazione di non avere idea di cosa ti capiterà istante dopo istante.

La paura, la speranza, il pericolo e il desiderio si mescolano, ti travolgono e ti risucchiano nel perverso vortice di un piacere spietato e senza limiti.

Mi sdraiai, vinta, e allungai il braccio sulla testata del letto affinché mi legasse. Patrick assicurò il mio polso, poi fece lo stesso con l’altro.

Il cuore mi scoppiava nel petto. Mi sentii indifesa.

Patrick mi fece raccogliere le gambe al petto e me le allargò.

Il mio frutto pulsava d’eccitazione davanti al suo viso. Sentivo i suoi respiri sulla mia pelle, poi le sue dita allargarono i miei petali  e con la lingua scorse al loro interno. Stavo impazzendo.

Qualcosa di duro e freddo sostituì quel morbido contatto e cominciò a strofinarsi sul mio clitoride. Poi scivolò giù e cominciò a corteggiare il mio secondo ingresso.

Lo sentivo premere e farsi strada dentro di me per poi uscire e trafiggermi nuovamente.

Il mio pertugio si contraeva e ad ogni spinta io urlavo inghiottita dal piacere. Più le spinte aumentavano e più le mie grida si libravano nell’aria. 

 

«Oh, sì, sì!»

 

Gli occhi bendati, le mani legate, le perle nel mio ventre, quell’oggetto sconosciuto nel mio pertugio e la sua bocca che succhiava il mio clitoride fu il mix che mi fece esplodere di piacere urlando con tutta la voce che quel mattino non avevo potuto usare.

Ansimante, abbandonai le gambe sul letto.

Ero esausta, il formicolio del piacere ancora mi solleticava fra le gambe e non avevo idea di cosa avesse in mente Patrick.

 

«Lo so che ne vuoi ancora» Disse slegandomi i polsi.

 

Non lo vedevo, ma sentivo l’eccitazione vibrargli nella voce.

Mi fece scendere, mi accompagnò ai piedi del letto, mi fece chinare in avanti aggrappandomi alla ringhiera e mi legò nuovamente i polsi. Stavolta non mi opposi.

Le mie gambe si stagliavano lunghe e nude sui tacchi che ancora avevo ai piedi e io era pronta per accogliere il suo membro.

Già preparato a dovere, il mio secondo pertugio non oppose alcuna resistenza. Patrick afferrò i miei fianchi, mi penetrò e cominciò a scoparmi con forza da dietro, mentre le  Racconti Erotici nel mio ventre rimbalzavano ad ogni spinta.

Ancora intorpidita dall’orgasmo precedente sentivo il piacere inondare ogni parte del mio corpo.

 

Mi aggrappai alla spalliera per reggere i suoi prepotenti colpi. Avrei voluto avere una mano libera per massaggiarmi il clitoride e raggiungere prima l’estremo piacere, invece sentii l’orgasmo avvicinarsi, spinta dopo spinta, crescere lentamente, prendere sempre più vigore, portandomi sempre più su oltre le vette raggiunte dagli dei, strappandomi da me stessa e facendomi diventare, per qualche istante, puro spirito. Dimenticai i polsi legati, gli occhi bendati, quella stanza, la mia vita. Dimenticai tutto. In quegli attimi di lussuria sfrenata non esisteva altro che quell’assoluto piacere che possedeva il mio corpo, la mia mente e la mia anima.

Patrick sciolse i nodi e io scivolai sfinita a terra sotto il peso della mia ritrovata libertà. Ero tornata padrona di me stessa e del mio destino.

Era strano, ma mi sentii più schiava in quel momento, ritrovando la mia libertà, che prima, quando lacci e bende me l’avevano negata.

Lui mi raccolse e mi adagiò sul letto.

Guardai finalmente i suoi occhi soddisfatti e vittoriosi e il suo corpo nudo disteso accanto a me.

Chiedendo ancora uno sforzo ai miei muscoli indolenziti, sollevai un braccio e accarezzai il suo viso.

Era il primo gesto dolce che gli rivolgevo.

 

Dell’uomo celato dall’oscurità, seduto in un angolo di quella stanza, però, quel giorno non seppi nulla.

 

 

 

 

… Continua …

 

 

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È solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 6)

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Quella mattina, quando un raggio di sole schizzò sul mio viso, avrei voluto girarmi dall’altra parte e rituffarmi in quel sogno così eccitante che mi aveva accompagnata per tutta la notte.

Portai una mano al mio seno e fra le mie gambe e sentii la pelle nuda sotto le dita. Oh, no! Pensai. Afferrai il telefonino che giaceva insolitamente abbandonato accanto a me e quando lo schermo s’illuminò ciò che vidi fu il primo piano del mio sesso.

“Cazzo!” Ringhiai scagliandolo di nuovo fra le lenzuola, quasi schifata da quella vista e da ciò che rappresentava.

Raggelai. Era tutto vero. Anch’io ero entrata a far parte della schiera delle mogli con l’amante.

Impiegai qualche istante per riordinare le idee, giusto il tempo necessario affinché gli orgasmi provati il giorno prima mi esplodessero nella mente, insieme a tutto il resto.

Ripresi in mano il telefono e andai a cercare i messaggi di Patrick. Quando li trovai un sorriso beffardo mi si stampò sul viso.

Nuda, senza nemmeno cercare gli slip, andai nella cabina armadio alla ricerca di quelle scarpe tacco 10 che non mettevo da una vita. Rosse, di vernice, sexy come mi sentivo in quel momento. Le calzai e mi guardai allo specchio.

Non male. Pensai.

Con un paio di scarpe del genere ci voleva un vestito adatto, ma dovevo pur sempre andare in ufficio. Scelsi un intrigante abito nero che mi fasciava come un guanto e con un profondo spacco lungo una coscia. I miei seni tracimavano da quel vestito in due voluttuosi promontori che attendevano di essere scalati.

Sotto non misi nulla.

Scesi in strada per raggiungere la caffetteria dove quotidianamente avevo appuntamento con Mandy, mia sorella, per la colazione.

La brezza mattutina che respirava fra le mie gambe, e le mie cosce che accarezzavano le labbra libere da costrizioni mi regalavano continui brividi d’eccitazione. Mi sentivo addosso gli occhi di tutti, e mi piaceva. Mi sentivo irresistibile.

Ancheggiando su quei tacchi raggiunsi Mandy che se ne stava, ancora mezza addormentata, seduta in un angolo della terrazza del locale.

Il cameriere, che fino a quel giorno mi aveva dedicato la stessa attenzione riservata ad un palo della luce, quel mattino si dimostrò particolarmente servile: mi scostò la sedia e mi dedicò una quantità tale di sorrisi che compensò tutti quelli che non mi aveva fatto nei cinque anni precedenti.

Basta sentirsi sexy, per esserlo.

 

“Wow – Esordì Mandy, sgranando gli occhi – Sei uno schianto! Ma dove devi andare svestita così?”

 

“Ma se la gonna mi arriva al ginocchio” Protestai scherzosamente.

 

“Sì, ma hai uno spacco che ti arriva in gola! Qua intorno stanno divorando più te della colazione che hanno nel piatto!”

 

Quando arrivai in ufficio ormai le lusinghe che avevo ricevuto non si contavano più e io mi crogiolavo in quelle attenzioni, alimentando una sensualità che fino al giorno prima non sapevo nemmeno di avere.

Patrick non c’era ancora. Smaniosa continuavo a buttare gli occhi nel corridoio impaziente di vederlo, e a tenere le orecchie puntate sui passi dei miei colleghi sperando di distinguere i suoi, lunghi e cadenzati, ma niente.

Ora che non temevo più d’incontrarlo e di restare sola con lui, ora che avevo ceduto alle sue lusinghe e alle mie tentazioni, lui si faceva desiderare. Stronzo Pensai Te ne sei già trovato un’altra? Verme schifoso! Hai avuto ciò che volevi e ora mi scarichi come una sciacquetta qualunque? Be’ caro il mio bel playboy ho una notizia per te: IO a giocare ho appena iniziato.

Mentre sfogavo tutta la mia rabbia insultandolo col pensiero, lo vidi arrivare. Vidi dapprima il suo piede conquistare il pianerottolo, seguito dalle sue gambe tornite, celate dal nero della stoffa, e dal suo membro silente fra i suoi pantaloni. Indugiai sul suo petto inguainato in una camicia troppo candida per quell’uomo perverso e sentii il cuore tuffarsi fra le mie cosce.

Avida lo guardai percorrere tutto il corridoio osservando ogni suo gesto. Lo vidi salutare viscidamente tutte le mie colleghe finché si ritirò nel suo ufficio senza degnarmi di uno sguardo.

Furente mi alzai dalla mia postazione intenzionata a farlo mio ancora e ancora e ancora.

Ancheggiando lentamente, dall’alto dei miei tacchi rossi, passai davanti al suo ufficio e non lo degnai di uno sguardo.

Era come se i mie passi avessero il potere di fermare il mondo. Dietro di me solo una scia di silenzio contemplativo. Avevo tutti gli occhi addosso, ed era come se fossero mani che carezzavano la mia pelle infuocando le mie voglie.

Non feci in tempo a raggiungere lo sgabuzzino che lo sentii chiamarmi:

 

“Denise potresti venire nel mio ufficio?”

 

Contenendo un sorriso vittorioso, tornai sui miei passi e andai da lui.

 

“Hai bisogno di me?” Mormorai entrando.

 

Non c’era più la Denise schiava della ragione. Era volata via insieme ai tre orgasmi del giorno prima. Ora in quell’ufficio c’era solo la lussuriosa Denise.

 

“Non sai quanto – Rantolò – Chiudi la porta”

 

Se ne stava in piedi, dietro la scrivania dove mi aveva presa la sera prima, e mi mordeva con quei suoi occhi famelici senza celare la voglia di avermi ancora.

Io in silenzio obbedii e lentamente mi avvicinai a lui. I miei passi sul pavimento riecheggiavano come i rintocchi di un orologio allo scoccare della mezzanotte. Costanti e inesorabili.

Lasciai che mi scrutasse, che m’immaginasse nuda sotto quel tubino nero che si apriva con un profondo spacco sulla mia coscia.

Vedevo la sua eccitazione crescergli fra le gambe e gonfiargli le vene.

Scintille voluttuose stuzzicarono il mio ventre, salirono sul seno inturgidendo i miei capezzoli e scivolarono giù fra le mie gambe.

Maliziosamente scostai lo spacco fino a scoprire il mio sesso nudo e umido, e lo accarezzai ansimando, scivolando sulla mia pelle liscia e bramosa. Allargai i rossi petali del mio peccaminoso fiore e violai, gemendo, la fessura con un dito. Poi lentamente lo sfilai e lo portai alla bocca succhiando tutti i miei umori.

Vidi il suo petto espandersi e contrarsi più velocemente. Stava frenando l’impulso di saltarmi addosso perché voleva scoprire cosa avessi in serbo per lui.

Mi eccitava avere in pugno il suo piacere e calibrare i miei movimenti per amplificare la sua voglia di possedermi.

Era schiavo delle sue pulsioni. Era schiavo delle mie voglie.

Salii con le ginocchia sulla scrivania, con una mano afferrai la sua camicia e lo attirai a me, mentre con l’altra  mi avventai fra le sue gambe, e a quel punto sguinzagliò tutta la smania di avermi. Mi ritrovai addosso la furia della sua carne, la sua passione prepotente, la sua brama di prendersi tutto e mi gettai in quelle fiamme ardenti desiderosa di dargli tutto. Tutto il piacere, tutto il mio corpo, tutta la mia voglia, senza remore, senza pudori, senza freni.

La sua lingua irruppe nella mia bocca e trascinò la mia in una danza erotica che mi divorò i sensi. Succhiò le mie labbra, ed era come se mi succhiasse fra le gambe. Divorò la mia pelle scendendo lungo il collo e, facendosi largo fra la stoffa che ancora li ricopriva, approdò sui miei capezzoli. La sua lingua li lambì dolcemente prima che i suoi denti li afferrassero facendomi gemere per quel dolce dolore, preludio dell’estasi più totale.

Liberai la sua verga e mi chinai per inghiottire tutto il suo piacere, mentre le sue mani si immersero negli umori che annegavano il mio frutto lussurioso. Con la lingua lambii il glande, ne seguii i contorni, mi intrufolai nella piccola fessura e lo succhiai, lo baciai e tornai a leccarlo lentamente, dando così il ritmo anche alla sua mano che si muoveva fra le mie gambe.

Senza dire nulla si allontanò da me e mi aiutò a scendere dalla scrivania.

Si era ripreso il comando.

Portò la sua poltrona di fronte al divano, mi ci fece sedere sopra e poggiare le gambe sui braccioli.

 

“Toccati per me” Disse, accomodandosi sul divano.

 

Voleva che mi masturbassi davanti a lui. Lo accontentai.

Con la mano scivolai fra le labbra, mentre con l’altra liberai completamente il seno dal vestito e accarezzai i capezzoli gonfi d’eccitazione.

Patrick cominciò a muovere la sua mano su e giù lungo la sua vigorosa asta.

Era eccitante farsi guardare da lui, terribilmente eccitante.

Mi piaceva vedere la bramosia esplodergli dentro senza che io lo toccassi e lasciando che fosse il mio piacere, la mia sensualità, la mia voglia a far godere entrambi.

I miei muscoli si contraevano in spasmi vogliosi, e il piacere guidava le mie dita fra quei meandri lussuriosi.

Strofinai le labbra fra le dita, vezzeggiandole, coccolandole. Percorsi i contorni della mia fessura, invogliandola, poi con un gemito la penetrai e andai a fondo. Dentro e fuori, dentro e fuori. I miei umori sgorgavano come nettare prelibato che voleva essere leccato, succhiato.

Avrei voluto la sua lingua là sotto e la sua verga a trafiggere la mia fessura fino a farmi gridare, ma non era il momento.

Allargai le labbra con entrambe le mani mostrandogli tutto. Sentivo pulsare la smania, la frenesia di essere scopata e di godere, godere di lui, con lui e per lui.

Lui non resistette. Si alzò di scatto e mi ficcò il sua membro in gola.

Lo divorai. Leccai tutto il succo che lo inumidiva e lo succhiai avida. Lo spingevo dentro la mia bocca e lo sputavo fuori per poi ingoiarlo nuovamente. Con una mano Patrick mi tenne la testa e iniziò a scoparmi la bocca con prepotenza, muovendosi sempre più forte e spingendo il suo sesso sempre più in profondità. Lo sentii grosso e fiero fra le mie labbra, sulla mia lingua e il mio palato e sentii la sua pelle tendersi, tirarsi nell’estremo sforzo per poi esplodermi nella bocca e sgorgare dalle mie labbra.

Sazio si chinò fra le mie gambe. Le sue dita esplorarono le mie cavità e i miei anfratti delicatamente, poi, con la lingua piena, scivolò dal perineo fin sul clitoride. Dovevo trattenere i gemiti per evitare che oltrepassassero le sottili pareti di quella stanza, ma trattenermi mi sembrava una violenza, un sopruso che m’impediva di godere liberamente.

Ero talmente stordita dal piacere che non mi ero accorta che dal cassetto aveva preso una scatolina.

Sentii qualcosa di freddo e pesante forzare la mia fessura. Aprii gli occhi e vidi che una cordicella collegata ad una pallina argentata penzolava dal mio sesso. Erano le perle della Geisha.

Lo vidi raccogliere anche l’altra e infilarla dentro di me venendone inghiottita.

Prese fra le mani la cordicella e iniziò a tirarla dolcemente. Sentii muovere le perle, accarezzare le mie pareti, mentre la sua lingua succhiava il mio dolce frutto. I miei gemiti si fecero più forti, intensi, selvaggi, annunciando che l’orgasmo stava per arrivare. Con le dita umide dei miei umori massaggiò il mio secondo pertugio e lo penetrò. Sentii una scarica intensa partire da quelle dita e schizzarmi lungo le cosce. Allargai le gambe in preda all’estasi di un orgasmo che pareva infinito. Ogni gesto di Patrick era calcolato per portarmi più vicino possibile alla cima del piacere, ma senza raggiungerla. Voleva tenermi lì, e torturarmi di piacere fino allo sfinimento. E io sarei rimasta lì, vittima di quel dolce martirio per l’eternità.

Poi esplosi dando finalmente pace ai miei sensi.

Esausta, mi lasciai andare sulla poltrona. Avevo tutti i muscoli intorpiditi. Feci per togliere le perle, ma Patrick me lo impedì.

 

“Non farlo. Voglio che restino dentro di te finché non tornerò a riprendermele”

 

“Ma non tornerai prima di stasera!” Protestai.

 

“Lo so – Disse baciandomi e aiutandomi a rialzarmi – E voglio che per tutto il giorno queste perle ti facciano impazzire dalla voglia di avermi”.

 

 

 

 

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E’ solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 5)

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Esausta e accaldata restai stesa sul letto attendendo che il respiro si normalizzasse.

Lo squillo del telefono mi strappò da quel mondo peccaminoso e attraente in cui mi stavo perdendo per ficcarmi a forza nella realtà.

Sapevo chi era. Istintivamente cercai di ricompormi, sedendomi sul letto e coprendomi pudicamente con il telo, come se il mio interlocutore potesse anche vedermi oltre che sentirmi, capendo ogni cosa.

Mi sentii nuda nel corpo e nell’anima. E mi sentii sola.

«Ciao Amore»

Era Eric, mio marito. Il senso di colpa si avventò sul mio fegato come un branco di piranha da troppo tempo senza cibo.

«Ciao Eric – Risposi con la voce più innamorata che fosse mai uscita dalla mia bocca. – Quando torni?»

Avrei voluto che tornasse in quello stesso istante. Magari l’averlo vicino avrebbe messo freno alla mia voglia di Patrick e avrei avuto il coraggio di troncare con lui una volta per tutte. Di sicuro avrei avuto molto meno tempo a disposizione e tutto sarebbe sfumato nel nulla. Forse.

«Venerdì, lo sai … Ma che hai? Hai il fiatone?»

«No, sì, be’ … è che sono accaldata, credo si sia rotta l’aria condizionata»

«Chiama il tecnico, anzi, sai che faccio? Lo chiamo io, ho il numero sul cellulare, così non devi impazzire a cercarlo, e domani quando tornerai dal lavoro, sarà tutto ok. Riuscirai a resistere una notte senza il tuo amato condizionatore?»

«Resisterò» Davvero una grossa parola avevo scelto. Una parola che avrei voluto che abbracciasse molto più delle mie capacità di sopportare una notte senza condizionatore.

Io lo avevo tradito e lui invece era così premuroso da occuparsi di me anche a chilometri di distanza. Mi sentii morire. Ma come avevo potuto?

Io, la razionale calcolatrice dalla vita organizzata con precisione maniacale, scrupolosa fino allo sfinimento persino nell’ordinare i cassetti della biancheria, come avevo potuto lasciarmi andare così? Come avevo potuto fare una cosa così sbagliata? Sbagliata sì, ma così maledettamente piacevole. Al solo pensiero mi sentii nuovamente avvampare.

Forse però anche la gentilezza di Eric celava qualcosa. Forse anche lui aveva qualcosa da farsi perdonare, magari era semplicemente il fatto di essere spesso fuori per lavoro a farlo sentire in colpa.

Ma quei dubbi erano solo i miei patetici tentativi per farmi sentire meno in fallo. A guidare le premure di Eric non era il suo senso di colpa ma solo la sua innata gentilezza e il suo esserci sempre e comunque.

La sbagliata ero io, non certo lui.

«Mi manchi» Sussurrò prima di lasciarmi di nuovo sola e nuda con le mie paure.

 

Quella notte non chiusi occhio. Il caldo mi faceva rotolare nel letto alla ricerca di qualche centimetro di lenzuolo fresco, ma questo si appiccicava di continuo alla mia pelle.

Erano ore che non vedevo Patrick, ma lui non si era allontanato da me un solo istante. Più cercavo di cacciarlo via dalla mente e dal corpo e più la voglia di lui mi scoppiava dentro con tutta la violenza con cui mi aveva presa la prima volta.

Rivedevo i suoi occhi bruni divorarmi, sentivo la prepotenza dei suoi baci sulla mia pelle e il piacere esplodermi dentro grazie al suo membro turgido e gonfio d’eccitazione per me.

 

Il cellulare vibrò per l’arrivo di un messaggio:

 

- Mi sto segando per te … -

 

Era Patrick. Avvampando per la schiettezza di quelle parole e col cuore che partì a mille, le rilessi più volte per essere certa d’aver capito bene, poi scoppiai a ridere come una bambina che ha appena sentito dire una parolaccia.

Si stava masturbando pensando a me! Lo eccitavo così tanto da doversi sfogare anche da solo! Mi sentii lusingata, mi sentii porca fino al midollo, mi sentii sexy, sensuale, irresistibile. Forse era proprio quello ad attirarmi di più in tutta quella faccenda: era come mi faceva sentire.

Stetti al gioco e gli risposi:

 

- Vorrei essere lì e farlo io stessa … -


- E io vorrei che fossi qui … Ti voglio Denise! E voglio una tua foto. Ora! Voglio godere su una foto del tuo fantastico culo … -

 

Quella dichiarazione così esplicita scatenò l’impertinente fremito dell’eccitazione. Lo sentii scivolare fra le mie gambe, scaldarmi la pelle, contrarre i miei muscoli e inturgidirmi i capezzoli.

Poggiai il cellulare a terra, mi accucciai lì sopra e con due dita allargai le labbra mostrando all’obbiettivo tutto lo splendore del mio sesso. Scattai la foto e la riguardai. Era spudoratamente porca e dannatamente eccitante. Le dita laccate di rosso schiudevano un mondo di valli lussuriose, monti peccaminosi, pertugi e pozzi neri che non chiedevano altro che essere leccati, baciati e penetrati senza sosta.

Gliela inviai. Attesi impaziente per alcuni minuti senza ricevere una risposta. Controllai più volte che non si fosse scaricata la batteria, ma nulla. Il mio cellulare era a posto e la ricezione era perfetta. Semplicemente era lui a negarsi. Poi un messaggino svegliò il telefono.


- Ho inzozzato il telefono godendo sulla tua foto! Sei splendida e non vedo l’ora di scoparti ancora e ancora e ancora … -


Quel fuoriprogramma mi aveva dannatamente divertita ed eccitata, come tutta quella storia. C’era una sola spiegazione: ero una fottuta porca.

Ok, tutto quel sesso extraconiugale era un tradimento vero e proprio, ma se non l’avessi fatto, se avessi strozzato le mie pulsioni, annegandole nel ciò che si deve fare e ignorando ciò che invece si vuole, avrei tradito me stessa.

Io ero anche quello. Potevo combattere contro me stessa, ma sarebbe stata una battaglia persa in partenza. Potevo farmi schifo finché volevo, ma ciò non avrebbe cambiato le cose di una virgola. Se avessi troncato quella storia avrei fatto di certo la cosa giusta, agli occhi del mondo e soprattutto verso mio marito, ma come l’avrei messa con me stessa? Mi sarei annullata insieme a tutte le mie voglie e mi sarei ingrigita come già stavo facendo prima che Patrick arrivasse a sconvolgere il mio mondo, facendomi capire che c’era un’altra Denise dentro di me che stava urlando per farsi sentire. Ora l’avevo sentita anch’io quella Denise e volevo a tutti i costi conoscerla fino in fondo.

 

… Continua …

 

 

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È solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 4)

Riassunto:

In una mattina qualunque Denise va al lavoro in anticipo per terminare un incarico affidatole all’ultimo momento dal suo capo. Appena arriva, però, si ritrova “vittima” del peccaminoso agguato di Patrick, il suo capo, che la travolge con la sua sfrenata e irresistibile passione. Denise dovrà così fare i conti con se stessa e con le proprie voglie. Divisa fra la ragione e il desiderio.

 

E’ solo sesso – Capitolo 4

 

Uscita dall’ufficio mi precipitai in macchina e abbandonai la testa sul volante, oppressa da mille dubbi.

Che ho fatto … Continuai a pensare, flagellandomi con tutte le parole più crudeli che conoscevo.

Mi sembrava di essere la versione femminile e porca di Dr. Jekill e Mr. Hyde. Non riuscivo a riconoscermi e non capivo cosa mi stesse succedendo. Non avevo più alcuna autorità sul mio corpo e sui miei sensi. Patrick sapeva eccitarmi a tal punto da rendere vani tutti i miei patetici tentativi di controllare le mie pulsioni. Eppure il mio autocontrollo era sempre stato un punto fermo nella mia vita. Un inossidabile muro di freni e paletti dietro cui mi ero trincerata proprio per non turbare quella fragile serenità che avevo costruito. O forse, invece, era solo la barriera che mi proteggeva da me stessa, dal mio istinto e da quella parte di me che non riuscivo a domare. Avevo alzato un muro contro me stessa per non conoscermi fino in fondo. Per non sapere cosa sarei stata in grado di fare. E a giudicare dai fatti di quel giorno, ciò che stavo scoprendo di me non mi piaceva affatto.

Ma con lui, con Patrick era tutta un’altra storia.

I suoi caldi tratti mediterranei richiamavano notti di passione sfrenata, e la vezzosa cicatrice sul suo sopracciglio destro pareva il marchio, il tratto distintivo, di un’anima dominata da un’istintualità animalesca diametralmente opposta alla mia.

La sua voce poi, profonda e viscerale, sapeva dosarla alla perfezione, consapevole che una voce può sciogliere più di mille parole.

Quando varcai la soglia di casa mi precipitai sotto la doccia. Mi sentivo sporca. Volevo lavarmi quel sesso sbagliato dalla pelle, spazzare via l’odore di quell’uomo, tornare pura come quella stessa mattina appena sveglia, quando tutto doveva ancora succedere, quando mi sentivo ancora padrona della mia vita.

Il getto dell’acqua mi schizzava addosso tutta la sua rabbia. Mi strofinai la pelle con isterica insistenza fino a renderla rossa, rossa come la vergogna che provavo.

Afferrai il microfono della doccia e me lo passai sul corpo lavando via i resti del bagnoschiuma insieme a quella me così porca con cui non volevo più avere niente a che fare.

Chiusi la doccia, mi avvolsi in un telo e mi buttai sul letto.

Mi sentivo accaldata, stranamente accaldata. Pensai che fosse l’effetto di quella doccia bollente ad avermi infuocato così. Slacciai il telo e porsi tutto il mio corpo nudo all’aria, sperando che il condizionatore alleviasse quel bollore, ma non fu così.

Afferrai il telecomando e provai a diminuire i gradi, ma da quell’aggeggio continuava ad uscire aria calda. Stizzita la spensi e andai ad aprire la finestra. La brezza che entrò piroettò sui miei capezzoli e s’intrufolò fra le mie gambe regalandomi un brivido. Allungai la mano là sotto quasi a fermare quel torpore che sapevo essere il preludio di quell’eccitazione che volevo reprimere e annullare. Avevo avuto tre orgasmi quel giorno e ancora non ero sazia.

Mi gettai sul letto a pancia in giù, in collera con me stessa perché nonostante i miei sforzi per ritrovare la normalità ormai perduta, l’unica cosa che volevo era ancora Patrick dentro di me.

Al solo pensiero di ripetere le imprese di quel giorno mi sentii avvampare d’eccitazione. Cedetti.

Allungai le mani fra le mie gambe. Un fremito mi percorse non appena le dita trovarono il clitoride e un gemito mi esplose in gola.

Inarcai la schiena puntellando le ginocchia sul materasso. Quanto avrei voluto che il marmoreo membro di Patrick mi penetrasse e mi facesse urlare di piacere. Ma lui non c’era. Dovevo accontentarmi di me stessa, proprio di quella me stessa che volevo reprimere, zittire e soffocare.

Accarezzai le labbra, scivolai dentro e fuori dalla fessura facendo attenzione a non stuzzicare troppo il clitoride. Volevo allungare il piacere, tenerlo con me il più possibile.

Mi girai supina, divaricai le gambe e continuai a giocare con la mia ritrovata compagna di giochi assecondando ogni sua voglia. I miei umori scivolavano sulla mia pelle facendo scorrere libere le dita in ogni anfratto. Avvicinai le ginocchia al petto e le allargai.

Tutta la mia valle del piacere era lì aperta al mondo e gridava la sua voglia di godere. Con un dito la percorsi tutta, da cima a fondo, disegnandovi sopra arabeschi di piacere. La picchiettai, la massaggiai, la stuzzicai, la penetrai per poi uscirne e rituffarmici nuovamente finché il piacere divenne incontenibile. Era come un getto d’acqua troppo potente perché le mie mani potessero arginarlo e trattenerlo ancora. Volevo scoppiare.

Allargai le grandi labbra portando il clitoride alla ribalta e portai l’altra mano dietro di me in quel pertugio stretto che pulsava affamato e desideroso di partecipare alla festa.

Con le dita unite scivolai attraverso le labbra avanti e indietro, sentendo il piacere conquistare tutto il mio corpo come un vulcano pronto ad esplodere. 

Timidamente indugiai sul pertugio e lo varcai. Le mie dita si mossero ritmicamente avanti e indietro, dentro e fuori in un crescendo incontenibile che mi diede pace solo nel momento in cui toccai le stelle.

 


 

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E’ solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 3)

Riassunto:

In una mattina qualunque Denise va al lavoro in anticipo per terminare un incarico affidatole all’ultimo momento dal suo capo. Appena arriva, però, si ritrova “vittima” del peccaminoso agguato di Patrick, il suo capo, che la travolge con la sua sfrenata e irresistibile passione. Denise dovrà così fare i conti con se stessa e con le proprie voglie. Divisa fra la ragione e il desiderio.

E’ solo sesso – Capitolo 3

 

Per tutto il resto del giorno lottai con e contro me stessa. Una guerra persa in partenza.

Ero combattuta fra la mia parte razionale, che mi imponeva di troncare tutto, e la parte che invece a questo si opponeva con tutte le forze, perché non voleva rinunciare a quel piacere così sublime provato quella mattina. 

Quando il telefono squillò ebbi un sussulto. Con la mano tremante sollevai la cornetta.

«Vieni» Disse la voce all’altro capo del filo e riattaccò senza aggiungere altro.

Era Patrick.

Basta! Pensai. Era giunto il momento di troncare tutto. Sarei andata da lui, glielo avrei detto e me ne sarei andata, e se avesse fatto storie mi sarei licenziata. Non avrei sopportato di vivere un altro giorno asfissiata dal panico e da quel senso di colpa. Rivolevo la mia tranquillità, anche se noiosa e patetica.

Feci un grosso sospiro e andai incontro al mio destino.

Non appena entrai, esordii ancor prima che mi dicesse cosa voleva:

«Patrick dobbiamo parlare» Cercai di essere il più decisa possibile, ma la mia voce non volle saperne di sembrare risoluta.

«Certo – Rispose da dietro la mia schiena. Mi ero fiondata in quell’ufficio quasi ad occhi chiusi, senza nemmeno vedere se fosse solo. Era dietro di me – Ma non ora»

Infilò la mano sotto la mia gonna e mi penetrò con le dita. Soffocai in gola un gemito. Tutte le mie barriere crollarono e fui di nuovo schiava dei miei sensi.

«Vedo che ti eccita stare senza il tuo tanga – Se lo girò nella mano libera e se lo portò al viso annusandolo. Quel modo di fare così perverso e sporco mi piaceva da morire – Bene, perché dovrai imparare a farne a meno. Voglio saperti sempre nuda là sotto. – Le sue labbra mi lambirono il collo – Voglio saperti nuda per me – Famelico mi levò la gonna facendola scivolare a terra. Ero nuda, sotto la luce bianca che affogava il suo ufficio. Non c’era il buio dello sgabuzzino a celare le mie voglie. Erano lì, spiattellate davanti al mondo, talmente fiere e vittoriose da far fuggire il mio senso di colpa chissà dove – Quanto sei bella!» Rantolò, gettando a terra il tanga e avventandosi sul mio seno.

Ero stretta a lui in una morsa di piacere.

Portò entrambe le mani fra le mie cosce e cominciò a massaggiare e massaggiare ovunque.

Ansimai per quelle dita che si muovevano dentro e fuori di me, che scorrevano fra le mie labbra, che premevano e che accarezzavano magistralmente i miei pertugi, già assaporando il momento in cui sarei esplosa di piacere. Lo volevo dentro di me come quella mattina, e volevo la sua bocca fra le mie gambe. Lui sfilò le dita e liberò il suo sesso gonfio di voglia. Si sedette sul divano in pelle e non esitai ad accontentarlo. Avrei fatto qualsiasi cosa pur di avere un altro orgasmo da lui. Mi chinai fra le sue gambe e cominciai a leccare quel membro imponente dalla base, risalendo lentamente, stuzzicando la sua eccitazione e trattenendola nella mia bocca. Lo vezzeggiai, lo baciai e lo succhiai spingendolo più giù nella mia gola, ingoiando tutto il suo piacere, fiera dei gemiti che emetteva, fiera di farlo godere.

Non volevo aspettare. Fra le mie gambe c’era una festa in corso che non avevo intenzione di interrompere, così divaricai le gambe e con la mano libera raggiunsi il clitoride turgido e pulsante d’eccitazione. Con due dita lo liberai allargando le labbra e con l’altro lo massaggiai, lo titillai soffocando i miei urli di piacere sul suo sesso che mi riempiva la bocca.

Patrick si alzò e mi fece fare lo stesso. Baciandomi avidamente mi spinse verso la sua scrivania. Voleva prendermi là sopra. 

Mi fece inginocchiare su di essa e allargare le gambe. Ero completamente aperta per lui e in attesa della sua bocca. Sentivo i miei umori colare e gocciolare sul piano di vetro. Mi baciò le cosce, le natiche, saggiando ogni centimetro della mia pelle, avvicinandosi ai miei pertugi vogliosi per poi allontanarsi nuovamente, centellinando i suoi baci con una lentezza crudele e facendomi scoppiare d’eccitazione. Sentivo la voglia di lui mordermi il ventre e uscire dalla mia gola in urli supplichevoli. Poi la sua bocca approdò nel mio dolce frutto e mi annullai nell’estasi del godimento. Le sue labbra succhiarono le mie labbra, la sua lingua mi penetrò, stuzzicò il perineo corteggiando il mio anfratto proibito, massaggiandolo e invogliandolo a lasciarsi andare all’estremo piacere. Ero ad un passo dall’orgasmo. Era piacere allo stato puro. Io stessa ero diventata puro piacere, completamente succube dei mie sensi, rapita da quel godimento che mi animava e che mi faceva muovere il bacino per spingere il mio sesso sempre di più verso la sua bocca.

L’ufficio non era deserto, c’era ancora qualche collega al lavoro, chiunque sarebbe potuto entrare, ma non m’importava. Volevo solo godere. Godere di nuovo.

Mentre la sua lingua continuava a mandarmi al manicomio, infilò un dito nel mio secondo ingresso. Mi ritrassi turbata, non volevo che mi prendesse lì.

«Rilassati – Mi disse – Vuoi l’orgasmo migliore che tu abbia mai avuto?» Mi guardò con quello sguardo che sapeva risvegliare i miei sensi, senza smettere di giocare con il mio clitoride.

Annuii. Come avrei potuto rifiutare? Sapevo bene l’immenso piacere che mi sarebbe scoppiato dentro se mi avesse presa da dietro, ma avrei voluto evitarlo per auto-punirmi per ciò che stavo facendo: non meritavo di godere così tanto, ma  impazzivo dalla voglia di lui.

«Allora fidati di me»  E affondò di nuovo la sua lingua fra le mie gambe.

Rimisi i piedi a terra chinandomi in avanti sulla scrivania. Patrick mi penetrò con forza, mentre le sue mani mi afferrarono il seno. Di nuovo la sua verga spavalda dentro di me, di nuovo stavo godendo come non mai. Poi, prima che esplodessi rallentò il ritmo, prese un flacone dal cassetto, ne raccolse un po’ sulle dita, cominciò a massaggiarmi il perineo e a seguire i contorni di quel pertugio lussurioso che voleva prendersi, facendosi strada dentro di me.

D’istinto lo contrassi, poi mi arresi. E fu come se non avessi mai goduto prima d’allora. Sentii il piacere amplificarsi, espandersi su tutto il mio corpo e raggiungere vette mai esplorate prima, mai nemmeno immaginate. Patrick fu molto paziente e delicato, abile nei tempi e nelle mosse e quando mi penetrò, il lieve dolore fu presto soppiantato dal piacere più intenso, pieno e totale che avessi mai provato. Godevo, godevo ovunque là sotto, senza che riuscissi a capire dove esattamente partiva tutto quel piacere. Lo sentivo ovunque fra le mie gambe, dentro il mio ventre, lungo le cosce, i polpacci, i piedi e su sul mio seno fino a scoppiarmi in testa. Quando poi allungai una mano sul clitoride esplosi nell’orgasmo più lungo e sconvolgente che avessi mai avuto. Patrick aveva ragione a dirmi che avrei avuto il migliore orgasmo della mia vita e ora, non ci avrei più rinunciato per niente al mondo. Avevo preso la mia decisione.

 

In un ufficio dall’altro capo del mondo squillò il telefono.

«Parli»  Intimò l’uomo che rispose, sapendo bene chi lo stava chiamando.

«E’ fatta»  Disse freddamente l’altro uomo.

«Sapevo di poter contare su di lei. Prosegua come stabilito»

Entrambi riagganciarono senza dire altro.

 

… Continua …


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