I Racconti di Frusta Gentile 2013-06-24 22:32:01

http://iraccontidifrustagentile.myblog.it/media/00/02/1467323153.jpgIl possesso.

Pensai “Quando Gilberto viene a casa, il due gennaio… manterrò la promessa
fatta alla mia amica Dora. Non uscirò più con lui e non gli permetterò di
baciarmi o toccarmi… non…”. Ma l’antica passione e il piacere tornarono, mentre
pensavo a mio cugino. Andai alla finestra e sollevai la tenda per guardare nel
cortile. Le sfere di pietra sopra le colonne dell’ingresso erano dischi neri
contro la luce del lampione mentre il cancello di ferro, lasciato semi aperto,
era bianco di brina. “No”, mormorai, “no.., non lo amo, non lo amo, non lo
amo…”.
Lasciai ricadere la tenda al suo posto e mi allontanai dalla finestra. Erano
le otto e dieci di sera. Ormai la festa non si faceva più. Che peccato. Mi misi
di fronte allo specchio dell’armadio e mi ammirai per un po’, soprattutto il
seno, che non mi era mai sembrato così seducente come in quel vestito. Tutte le
pieghe del morbido chiffon sembravano disegnate con lo scopo di dare al seno un
morbido rilievo, accarezzandone le curve e rivelando appena lo spazio nel
mezzo. Mi sentivo particolarmente bella con l’abito lungo, perché le gambe
magre da sedicenne non si vedevano. Decisi di spogliarmi e di leggere a letto,
finché mi sarebbe venuto sonno. Mancavano ancora tre ore e più al ritorno di
mia zia. La casa era così silenziosa che udivo i battiti del mio cuore e anche
il fruscio dei miei movimenti mi faceva sussultare. Cercai di sganciarmi il
vestito. Riuscivo a raggiungere la lampo, ma non a prenderla come occorreva per
tirar giù la zip. Tentai a lungo, fino a farmi dolere le braccia, inutilmente.
L’aveva chiusa zia Lella e non potevo aprirla da sola. Sedetti sulla sedia coi
miei libri, non osavo sedermi come al solito sul pavimento, non volevo sciupare
il vestito.
Avevo letto poche frasi, quando mi parve di udire un passo sulla ghiaia.
Strinsi il libro con tanta forza che spiegazzai una pagina e trattenni il
fiato. Non sbagliavo. I passi attraversavano il cortile diretti verso il
portone. Il cuore mi martellava mentre aspettavo che il campanello suonasse. I
secondi passavano, ma vi fu soltanto silenzio. Rimasi ad aspettare per diversi
minuti, tesa in ascolto, poi incominciai a rilassarmi. Forse l’avevo
immaginato, oppure chi era venuto se ne era andato senza che lo udissi.
Un momento dopo udii un rumore che mi mozzò il fiato per lo spavento. Passi
pesanti salivano decisi le scale. Erano sul pianerottolo. Mi alzai in piedi di
scatto e lascia cadere il libro. Le ginocchia mi tremavano tanto che non
riuscivo quasi a reggermi. La serratura non aveva la chiave e la luce si vedeva
dal pianerottolo sotto la porta. L’unica arma che trovai era la sedia e l’
afferrai, aspettando che la porta si aprisse. Non ero certamente un avversario
formidabile, una ragazzina magra e tremante vestita di chiffon azzurro e scarpe
d’argento, con una fragile sedia di vimini. Ma l’intruso non mi vide così. Dopo
un momento di silenzio angoscioso, bussarono con forza alla porta.
Ero impietrita dal terrore, incapace di muovermi.
“Paoletta! Ci sei?”. La voce di Gilberto. Mi sentii venir meno per il
sollievo. Deposi la sedia e aprii la porta. Era allegro, giovane, familiare.
Aveva il naso rosso per il freddo.
“Che cos’hai?”, domandò. “Sembri sorpresa di vedermi. Non è arrivato il mio
telegramma? Dov’è mia madre?”.
“E’ fuori, a cena da un’amica”. La mia voce tremava.
“A che ora torna?”.
“Ha detto verso le undici. Oh, Gilberto… ero tanto spaventata! Pensavo che
fosse un ladro. Perché sei arrivato così presto? Avevi detto gennaio.”.
Alzò le spalle. “Se vuoi saperlo, ho litigato con la ragazza dalla quale
stavo”.
“Allora era una ragazza! Zia Lella lo pensava.”.
“Hai obiezioni?”. Entrò in camera e chiuse la porta dietro di sé. Senza
aspettare una risposta, riprese: “Come mai sei tutta elegante? Vai fuori? Devo
ammetterlo, sei proprio una bellezza”. Mi fissava in modo così sfacciato che
avvampai di rossore.
Gli voltai le spalle. “No, non vado fuori. Dovevo andare ad una festa ma non c’
è più perché… perché un ragazzo è morto in un incidente in moto”.
“Quale ragazzo? Quello che doveva andarci con te?”. La sua voce era dura.
“No… non era… è il fratello della mia amica”. Mi accorsi che piangevo e
nascosi la faccia.
Gilberto mi venne vicino e prese ad accarezzarmi i capelli, passando
lentamente e con forza la mano dalla testa fino alle spalle, più e più volte.
“Non piangere”, disse. “Oh, Dio! I tuoi capelli! Che effetto mi fanno.”. passò
le dita tra una ciocca e l’altra, in modo che mi accarezzava il collo e le
spalle. E poi all’improvviso la sua mano mi toccava il seno.
Mi svincolai e andai a mettermi con la schiena rivolta verso la finestra.
“No!”, gridai. “Non voglio!”.
“Oh sì, che vuoi. Lo vuoi moltissimo”. Venne lentamente verso di me ed io mi
ritrassi contro le tende,
“Non voglio! Lasciami in pace, Gilberto! Per favore, per favore!”.
La sua faccia era contro la mia e il fiato odorava di liquori. Mi afferrò per
le spalle con tanta forza che gridai per il dolore. “Ascolta”, mormorò, “è la
vigilia di Natale e ho intenzione di divertirmi, anche se non vuoi. Ma non ti
conviene far tante storie, accidenti.”. Allentò la stretta e prese a sorridere.
“Avanti, sii sportiva. Divertiamoci! Calmati… calmati! Ti ricordi com’era bello
durante le ultime vacanze? Soltanto che non siamo mai arrivati al punto giusto,
no?”.
“No, Gilberto, per favore, non voglio…”.
“Ho detto sì. “. Si strinse contro di me e riprese ad accarezzarmi tenendomi
con un braccio, in modo che non potessi muovermi.
“Il mio vestito… “, mormorai. “Oh, attento al mio vestito… lo strapperai…”.
“E allora toglitelo”. Si fece indietro e respirava ansando. “Avanti,
toglitelo,”.
“Non posso. Non riesco ad aprire la lampo…”.
“Dov’è? L’apro io. Vieni qui!”.
“Ti prego Gilberto… no! Ti prego, vattene. Voglio andare a letto”.
“Anch’io. E con te. E niente me lo impedirà.”.
“No!”. Lo stomaco mi si rivoltò per l’orrore. “Non voglio… non voglio…”.
“Cos’hai detto…?”. La sua voce bassa. Mi fissava con lo sguardo freddo e
immobile che conoscevo tanto bene.
“Ho detto che non voglio”. Strinsi i denti per evitare che sbattessero.
“Non vuoi cosa?”.
“Non voglio togliermi il vestito e… niente di quel che vuoi… e se cerchi di
costringermi, urlo! Urlo così forte che qualcuno verrà.
“Se non ti lasci togliere il vestito, te lo strappo di dosso”. Afferrò le
delicate pieghe sulla spalla. “E adesso fa come ti dico!”. Non potevo
sopportare l’idea che strappasse il mio bel vestito e mi voltai lentamente.
Aprì la lampo e il vestito mi cadde hai piedi. Ero nuda dalla vita in su, e
quando Gilberto mi venne addosso, mi misi a urlare. Lui mi tappò la bocca con
una mano.
“Se fai un altro strillo, sai che cosa ti faccio? Ricordi quel che ho detto
quel giorno vicino al fiume? Ricordi gli scarafaggi? Come ne eri terrorizzata?
Vado a prenderne nella serra… ce ne sono di grossi e neri… e ti lego… e poi…”.
Soffocavo sotto la sua mano, e nel cervello esplosero terrore e rabbia che mi
diedero un’improvvisa forza. Mi svincolai dalla sua stretta e mi misi a urlare.
“Va bene”, disse lentamente, “l’hai voluto e l’avrai”. Attraversò la camera e
uscì, senza guardarsi indietro.

Lo guardai uscire, intontita dal terrore. Tremavo in tutto il corpo. Che cosa
avrebbe fatto? Oh dio, dio, che cosa avrebbe fatto? Ero sconvolta da una
spaventosa nausea e corsi nel bagno. Non volevo sentirmi male in camera.
Chiusi a chiave la porta e sedetti sull’orlo della vasca, tremando da capo a
piedi. All’improvviso mi vidi nello specchio, con la faccia bianca come gesso,
i capelli in disordine e la carne nuda arrossata dove le mani di Gilberto l’
avevano toccata. Al sicuro dietro la porta chiusa a chiave, incominciai a
calmarmi. Non poteva raggiungermi là dentro, sarei rimasta nel bagno finché non
fosse tornata mia zia. Rabbrividivo anche per il freddo, oltre che per la
paura. Mi avvolsi in un asciugamano e guardai dalla finestra. Il giardino era
buio e vedevo soltanto la pallida striscia del sentiero nel mezzo del prato e
un baluginare di luci nella casa accanto, tra gli alberi.
Poi il cuore mi diede un tuffo. Il raggio di una torcia splendeva lungo il
sentiero, un lungo raggio d’argento che andava verso la serra. Vidi l’alta
figura di Gilberto disegnata nella luce. Percorse il sentiero e scomparve oltre
la porta della serra. Istintivamente strinsi l’asciugamano intorno alle spalle.
Il cuore mi martellava nelle orecchie. E se fosse riuscito ad entrare nel
bagno… non avrei potuto sopportarlo. Ero sicura che sarei impazzita, se uno
scarafaggio mi si avvicinava.
Il sudore appiccicoso mi sprizzava da tutti i pori. I miei occhi erano fissi
sulla serra, dove la luce compariva e scompariva. I minuti passarono e
finalmente, quando Gilberto venne fuori, vidi splendere la torcia. Portava
qualcosa sotto il braccio e camminava veloce verso la casa.
Quando udii i suoi passi salire le scale e raggiungere il pianerottolo, la
testa mi girava. Non avevo osato spegnere la luce e pensavo che sarebbe venuto
dritto verso il bagno, invece andò nella sua camera e passò un po’ di tempo
prima che tornasse nel corridoio. Prese a scuotere la maniglia della porta del
bagno.
“Esci di là!” la sua voce era spessa e minacciosa.
“No… non esco. Rimango qui finché non torna tua madre.”.
“Ah sì?”, fece lui serio.
“Sì.” Non potevo quasi respirare, ma cercai di controllare la voce in modo che
sembrasse decisa.
“Sai che cos’ho qui?”. Non potevo parlare. “Ho degli scarafaggi in una
scatola… ne ho tre… neri e grossi con le zampe pelose. Corrono sul fondo della
scatola… vogliono uscire. Li senti sbattere contro i lati?”.
“Portali via… portali via…”. La mia voce era un gorgoglio strozzato.
“Esci di là e vieni a letto con me?”.
“No… no… “.
“Va bene. Conto fino a tre e se non esci, questi li libero e li faccio passare
sotto la porta. Poi vado a prendere degli altri scarafaggi e li metto nel tuo
letto e in mezzo ai tuoi vestiti, dappertutto. Non saprai mai quando ne
troverai uno. Bene, incomincio a contare. Uno… due…”.
“No… no! Vengo…”, ansimai. “Vengo…”.
Girai la chiave e spalancai la porta, stingendo l’asciugamano contro il petto.
Gilberto indossava la vestaglia azzurra e tendeva la scatola verso di me,
sorridendo di quel sorriso furbo da mascalzone. Era la scatola delle mie scarpe
d’argento, una scatola di cartone bianca e lucida. C’era il coperchio, ma udivo
il fruscio e i leggeri colpi degli scarafaggi, e capii che non scherzava.
“Portali via!”. Soffocavo, appoggiata alla parete. “Ti prego... ti prego…”.
Scosse la scatola, vicino al mio orecchio e mi diede uno spintone.
“Corri… va’ in camera tua. Fa’ presto, sono già le nove”.
Attraversai barcollando il corridoio e andai nella mia camera. Gilberto entrò
dopo di me e chiuse la porta con una chiave che poi ripose nella tasca della
vestaglia. Rimasi in piedi accanto al letto, tremante. Depose la scatola sulla
mensola, vicino alle Christmas cards. C’era anche quella di mia madre. In quel
momento avrei dato metà della mia vita per essere fuori di lì, con lei, al
sicuro tra le sue braccia.
“Vieni qui”, disse Gilberto.
Mi avvicinai e quando fui abbastanza vicina, mi tolse l’asciugamano dalle
spalle e lo lasciò cadere a terra. Rimase immobile a guardarmi e quando cercai
di indietreggiare, mi afferrò per un braccio mentre con l’altra mano sollevava
il coperchio della scatola. Prima che tentassi di fuggire mi diede una spinta
in avanti e vidi gli scarafaggi all’interno… neri. Emisi un urlo di terrore e
lottai per liberarmi dalla sua stretta, mentre mi avvicinava sempre più la
scatola al viso. Ma era inutile. Era il doppio più forte di me.
“Gilberto… ti prego… Farò tutto quello che vuoi… Tutto…”.
Mise una mano nella scatola e tirò fuori uno scarafaggio. Vedevo le zampe e le
antenne agitarsi mentre lottava tra le sue dita. Lentamente l’avvicinò, sempre
di più, finché toccava quasi il mio collo. Tentai di urlare, ma non potevo.
Gilberto tenne l’insetto sulla mano, e lasciò quasi che strisciasse sulla mia
pelle. Stavo per svenire dal terrore. Poi lasciò libero il mio braccio e gettò
lo scarafaggio nella scatola.
“E adesso vieni a letto con me, vero?”, sussurrò, stringendomi tra le braccia
e accarezzandomi i capelli, improvvisamente affettuoso. “Avanti, spogliati del
tutto e stenditi sul letto”.

Giacqui tremante e piangente, mentre spegneva la luce e si toglieva la
vestaglia. Tra le tende di pizzo filtrava la luce di un lampione e vidi il suo
corpo bianco mentre veniva verso il letto. La scatola di cartone luccicava
sulla mensola. Un indicibile terrore mi batteva e pulsava dentro con forza
crescente, un terrore così mescolato al desiderio che non distinguevo più la
differenza.
“Se torna mia madre”, mormorò, “non rispondere. Sta’ zitta e penserà che
dormi”. Poi il peso del suo corpo fu sopra di me, le sue mani nei capelli, come
a tenermi ferma. Sentivo il calore bruciante della sua pelle eppure tremavo per
il freddo. Sentivo il cigolio del letto e l’esasperante mescolanza di piacere e
di dolore che sembravano fondersi dentro di me. E continuamente la mia passione
cresceva, al pensiero della bianca scatola rettangolare quasi indistinguibile
dalle lucenti Christamas cards sulla mensola.
Finalmente Gilberto giacque immobile. Il mio corpo dolorava per la sofferenza
e il terrore, ma agognava alla soddisfazione. Nonostante la sua brutalità,
forse a causa di essa, la schiavitù che mi legava a lui non era diminuita. Ero
stata costretta all’atto sessuale dalla sua spietata crudeltà e tuttavia i miei
sensi agognavano l’estasi convulsa che continuava a negarmi. Man mano che la
mia paura cresceva, crescevano anche il mio desiderio e la mia schiavitù.
Da lontano mi giunsero le prime note acute di una cantilena di Natale, sempre
più dolci e più forti. Udii il battito lento del cuore di Gilberto, non all’
unisono col rapido martellare del mio. Mi misi a piangere silenziosamente,
soffocando i singhiozzi nel cuscino. Il canto continuò a lungo e dopo un po’ la
mano di Gilberto si abbandonò sulla mia spalla e capii che dormiva.