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Bisogno di confessione

Bisogno di confessione A qualcuno devo raccontare la mia storia; è quasi un anno che la mia vita è cambiata e con qualcuno mi dovevo confessare. Mi chiamo Cinzia ho 38 anni mistero piccolina un pò sovrappeso, credo carina di … Continua a leggere
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Paola, una segretaria speciale.

“Paola è entrata in ufficio questa mattina per la prima volta, l’avevo incontrata per alcuni minuti insieme al marito la settimana scorsa e mi aveva fatto una ottima impressione, una signora sulla trentina, capelli biondi non lunghi, un’aria seria e … Continua a leggere

Tradimento

Non credevo ai miei occhi, ero letteralmente rimasto di sasso. Ciò che stavo guardando era una scena incredibile, che non avrei mai immaginato di vedere. L’ultima cosa che avrei potuto pensare in vita mia. Ho 44 anni e sono sposato da 20. Il mio matrimonio è stato “riparatore”, nel senso che mia moglie era rimasta […]

Donna eccitata finge di essere ubriaca

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Donna eccitata finge di essere ubriaca

ragazza_ubriaca.jpgFinalmente l’ultimo dell’anno. Avevamo sistemato in nostri figli dai nonni ed ora, dopo averli invitati, stavamo aspettando una coppia di amici conosciuti l’estate prima in Sardegna. Con loro avremmo cenato in un ristorante e poi via, per locali notturni tutta la notte. Per l’occasione mi ero agghindata in maniera sublime. A parte la splendida acconciatura che mi ero fatta fare dalla parrucchiera, indossavo un vestito da sera nero e lungo fino alle caviglie, ma con una scollatura e uno spacco laterale da infarto. Le spalline erano quasi inesistenti e si allungavano sopra i seni per un bel pò, prima di cedere il passo alla leggerissima stoffa che avrebbe avuto il compito di coprire il mio seno. Mansione assolta solo parzialmente poiché, ad ogni movimento, dovevo portare una mano al petto per impedire ai miei paffuti capezzoli di saltar fuori e dare spettacolo. A dire il vero lo spettacolo lo davano lo stesso, anche se nascosti dall’esile panno che faceva risaltare la loro forma morbida e tondeggiante, posizionata alla sommità di una quarta abbondante. Quel vedo non vedo aveva infastidito leggermente mio marito, ma di fronte a tanta beltà capitolò, dichiarando:
” Diego e Anna ti hanno visto in topless e perizoma quest’estate, quindi non penso che si scandalizzeranno.”
Io ero felicissima. Se a mio marito bastava quella scusa, a me andava benissimo. Non vedevo l’ora di attirare l’attenzione di qualche sconosciuto con qualche fugace ed “innocente” esibizione.
Non avevo avvisato Carlo di essere sprovvista di mutandine. Su consiglio della gentilissima commessa che mi aveva venduto il vestito, la quale aveva velatamente dichiarato la totale incompatibilità di tale indumento con qualsiasi capo di intimo, non avevo messo il tanga. Sotto ero completamente nuda, a parte due autoreggenti che spuntavano sbarazzine dal vertiginoso spacco laterale. Non dissi nulla perché, conoscendo la gelosia di mio marito, se si fosse accorto di tale mancanza avrei dovuto fare i conti con una bella scenata, ma questo mi eccitava ancora di più. Fare una cosa proibita ha un gusto maggiore.
Finii di vestirmi indossando i miei tacchi a spillo e proprio in quel momento suonò il campanello. Ci recammo insieme alla porta ed accogliemmo in nostri amici ritrovandoci, però, davanti ad una sorpresa. Insieme a loro c’era anche Paolo, il loro figlio diciassettenne.
Piccola parentesi su questo ragazzo. Bellissimo, con due occhi azzurri in cui perdersi, un fisico atletico e possente, ma un pochino timido ed introverso.
” Scusateci!” Dichiarò Diego cercando di togliersi dall’imbarazzo. ” Non sapevamo proprio cosa fare!…La festa a cui era stato invitato è saltata e così….”
Sorridemmo e accogliemmo quel piccolo intruso senza problemi. L’importante era passare una bella serata tutti insieme.
Entrarono per un aperitivo e mentre mio marito chiamava il ristorante per far aggiungere un posto, io li accompagnai in salotto. Ci facemmo i reciproci complimenti per come eravamo vestiti, ma mentre io e la mia amica ci abbracciavamo dopo tanto tempo, notai una cosa sconvolgente. Stavo osservando il vestito di Anna, che niente aveva da invidiare al mio, e con la coda dell’occhio vidi l’espressione di Paolo. Mi stava mangiando con gli occhi. Si era messo in disparte e silenziosamente guardava il mio corpo come un assatanato. Mi accorsi che dalla sua posizione poteva sbirciarmi sia lo spacco che la scollatura. Il risveglio del mio demone fu devastante. Il mio pudore se ne andò sbattendo la porta e la mia capacità di giudizio, che in quel momento doveva ricordarmi chi era quella persona intenta a spiarmi, aveva esposto il cartello di sciopero.
Senza pensarci due volte mi piegai con la scusa di osservare le bellissime scarpe di Anna. Lo feci non preoccupandomi della scollatura. Uscirono tutte e due assieme. Le mie due enormi tette erano esplose fuori ed ora penzolavano in tutto il loro splendore, libere da ogni costrizione. La mia amica non poteva vedere quello che stavo facendo, ma suo figlio si! Rimasi lì per qualche secondo, facendo finta di non essermi accorta della presenza di Paolo e mentre chiedevo particolari sulle calzature, cercai di mostrare il più possibile. Mi odiavo! Ero messa quasi alla pecorina, le mie tette erano completamente fuori dal vestito e stavo facendo sbavare un diciassettenne, ma non riuscivo ad impedire di eccitarmi. Sentii le mie grandi labbra schiudersi sotto la dolce spinta di un’onda di umori. I muscoli del mio inguine cominciarono a pulsare in modo incontrollato e procurarmi così quello stato di arrapamento totale che mi rende assai pericolosa. Con uno sforzo riuscii ad alzarmi, non prima di aver sbirciato di sottecchi la patta del mio ammiratore. La sua mano destra era infilata in tasca e copriva il bersaglio, ma il movimento che compivano le sue dita era inconfondibile.
Ancora una volta ci ero riuscita. Avevo fatto eccitare qualcuno mostrandogli le mie grazie. Sentii la mia fica allungarsi e dilatarsi, come se dovesse accogliere quell’uccello duro che non vedevo. Avrei voluto fiondarmi su quella cerniera lampo, ed inginocchiata come la più umile delle serve, aprirla e tirare fuori quel giovane cazzo che, sicuramente, sarebbe stato in grado di sborrare svariate volte prima di lanciare la spugna. Avrei voluto far vedere a quell’adolescente cosa è in grado di fare una “tardona” infoiata, ma fu lui a precedermi chiedendomi, mentre mi rialzavo:
” Asia?! Posso andare in bagno?”
” Certo! Vai pure!” Risposi gentilmente.
Mentre lui imboccava il corridoio feci sedere Anna sul divano e gli servii l’aperitivo. Non riuscivo ad impedirmi di sognare quel giovane uomo seduto sulla tazza ed intento a segarsi mentre pensava a quello che gli avevo appena mostrato. Non resistetti e con la scusa che dovevo indossare ancora i miei gioielli, infilai il corridoio per recarmi in camera. Come vi ho già accennato in un racconto precedente, il mio bagno ha una porta-finestra che dà su un poggiolo in comune con la camera da letto. Senza pensare a quello che stavo facendo mi infilai nella stanza ed uscii direttamente sul balcone. Infischiandomene del freddo pungente di dicembre, mi recai alla porta del bagno constatando, felicemente, che il mio ammiratore non si era preoccupato di calare la tapparella. Solo una leggera tenda semitrasparente faceva da barriera al mondo esterno. Probabilmente troppo eccitato, non aveva considerato quel particolare. Mi avvicinai al vetro e sbirciai all’interno del bagno. Lo feci ansimando come un toro.
Presa da una forza oscura mi ritrovavo a fare la guardona in casa mia e questo mi fece bagnare ulteriormente, obbligandomi a dimenticare di essere in procinto di spiare un ragazzetto non ancora maggiorenne. Non mi interessava! Volevo vedere quanto il mio esibizionismo era riuscito ad eccitare una persona.
Mi avvicinai al vetro e quello che vidi mi fece emettere un gemito. Lui era seduto sul bordo della vasca, con i pantaloni completamente abbassati. Ad occhi chiusi si stava menando la cappella in modo convulso. Era splendido da guardare. La sua verga, molto notevole, la percorreva da cima a fondo con dei sapienti colpi di mano. Vedevo il suo glande viola e duro sparire ritmicamente nel palmo, per ricomparire sempre più grosso e bagnato. Non riuscii a trattenermi, infilai una mano sotto il vestito e raggiunsi il grilletto. Lo trovai fradicio e sensibilissimo. Lo sfiorai appena appena, quel tanto da farmi rabbrividire di piacere ed intanto mi immaginavo di entrare in quel bagno ed inginocchiarmi a bocca aperta di fronte a quell’uccello quasi imberbe. Lui non ci mise molto a godere ed io lo feci con lui. Come percorsa da una scarica elettrica mi gustai un orgasmo favoloso. Nascosta dietro ad un vetro, ero imbambolata ad osservare un giovane intento sborrare sulle mattonelle del mio bagno, mentre, sicuramente, pensava alle tette che gli avevo appena mostrato. Lo vedevo contrarsi agli spasmi di un godimento adolescenziale, stava imbrattando il pavimento con i suoi potenti schizzi di sperma e questo sembrava non preoccuparlo. Quella visione mi aveva regalato un piacere indescrivibile e decisi che lui sarebbe stato la mia prossima preda. Giusto o sbagliato che fosse.
Rientrai in camera appena in tempo per sentire mio marito rimproverarmi per la lungaggine. Uscii dopo qualche minuto e trovai tutti ad attendermi. Pensavo che l’orgasmo appena procuratami avesse sbollentato i miei istinti, ma dovetti ricredermi quando, scendendo con l’ascensore, mi ritrovai a fare i conti con la mano morta del mio giovane spasimante. Lui, il falso timido, fingendo di dover raccogliere la sciarpa scivolatagli a terra, si cimentò in una tastata degna del migliore dei molestatori. Feci finta di niente e mi gustai quel palmo gentile che con un movimento lento e languido aveva accarezzato una delle mie natiche. Quel gesto mi portò di schianto con la memoria alle nostre ferie di agosto. Adesso capivo il motivo per cui quel bel ragazzetto non si spostava mai dalle nostre sdraio. Io e sua madre ce l’avevamo sempre fra i piedi e a nulla servivano i nostri consigli su come conoscere qualche nuova amica, che magari passava li vicino e se lo mangiava con gli occhi. Lui no! Sempre con la sua macchina fotografica digitale a scattare migliaia di foto. In quel momento realizzai che la maggior parte di quegli scatti venivano fatti di nascosto e i soggetti eravamo io e sua madre che, a dire il vero, non ci risparmiavamo affatto sul mostrarci quasi completamente nude. Entrambe avevamo l’abitudine di prendere il sole coperte solo da un insignificante ed estremo tanga il quale, più di una volta, nei pochi momenti di solitudine concessici, slacciavamo ai fianchi per eliminare anche quell’antiestetica righetta chiara che rimane dopo ore di esposizione ai raggi solari. Adesso mi era chiaro perché, un giorno in cui ci eravamo appisolate e il mio costume si era spostato un pochino troppo, diventando una irresistibile fessura sul proibito, lui era di fianco a me con la sua fotocamera in mano e subito dopo il mio risveglio, con una scusa, si era ritirato in bagno uscendone con un’espressione soddisfatta.
Me lo immaginai chiuso nello stanzino come lo avevo visto poco prima, ma con il video della sua fotocamera acceso ed intento a far scorrere le immagini della mia fica fotografata di nascosto.
Mi resi conto che in quell’ascensore c’era un’esibizionista convinta, accompagnata da un voyeur di prima categoria. Una coppia destinata a fare scintille!
Nel breve lasso di tempo che impiegammo per scendere gli undici piani del nostro palazzo, fui costretta a subire altri due attacchi alle natiche e ad ogni colpo il mio spudorato ammiratore si faceva sempre più azzardato. Si era posizionato proprio dietro di me e fregandosene del braccio di mio marito che mi cingeva la vita, si stava divertendo ad accarezzarmi il culo. Io facevo finta di niente, continuando a ridere alle battute spiritose dei nostri amici. L’ultimo affondo, poco prima di arrivare al piano terra, fu micidiale. Rassicurato dalla mia indifferenza, il perverso ammiratore mi infilò una mano a cucchiaino in mezzo alla natiche, raggiungendo il mio morbido e bagnatissimo nido. L’unica cosa che separava le sue dita dalla mia fica fradicia era il leggero tessuto elasticizzato. Ero talmente bagnata che la mia sborra, dopo aver impregnato la stoffa, era andata ad inumidire le dita del mio molestatore. Non riuscii a trattenermi. Feci cadere la borsa e per raccoglierla mi chinai spudoratamente. Sentii un dito cercare disperatamente la mia fessura, ma dovette accontentarsi di accarezzarla da sopra il vestito. Mentre uscivamo vidi Paolo portarsi la mano al volto per odorare il mio profumo. Depravato! Porco! Schifoso!… Ma mi sarei sollevata volentieri la gonna davanti a tutti e gli avrei chiesto di leccare il mio nettare direttamente alla fonte.
Il viaggio in macchina, per fortuna, fu molto breve. Ero assatanata. Non facevo altro che immaginarmi di essere presa in ogni angolo dal mio nuovo amichetto. Lui era seduto di fianco a me, immobile e silenzioso, ma la patta dei suoi pantaloni parlava anche troppo. Là sotto c’era un’erezione da urlo, che durò per tutto il viaggio. (Beata gioventù).
Al ritmo sincopato dei lampioni guardavo quel bastone di carne nascosto sotto ai vestiti e dovetti trattenermi per non allungare una mano e godere così di quel turgore. Purtroppo dovevo contenermi. Al suo fianco era seduta quella chiacchierona di sua madre che, con le sue stupide novità, mi distoglieva da tale spettacolo .
Finalmente arrivammo al ristorante. Mi tolsi la pelliccia sotto lo sguardo vigile di Paolo. Ad essere sincera il mio abbigliamento aveva attirato l’attenzione di tutti i maschi presenti in quella sala, ma io avevo occhi solo per lui, il mio voyeur preferito. Lo feci sedere al mio fianco, quello dalla parte dello spacco. Per tutta la serata cercai di tenermi ben lontana dal bordo della tovaglia e ogni volta che mi muovevo, cercavo di farlo in un modo tale da consentirmi di esibire il più possibile. Nelle due ore che ci vollero per cenare, lo feci morire!
Ero arrivata al punto che, per parlare a mio marito seduto a capotavola, praticamente mi sollevavo dalla sedia rimanendo seduta solo con un fianco, obbligando il mio spacco ad aprirsi completamente e scoprire quasi completamente il culo.
Mentre appoggiavo la testa alla spalla di Carlo facendo la gattina affettuosa, mi bagnavo come una troia pensando allo spettacolo a cui stava assistendo Paolo. Il fatto di essere spiata in mezzo alle gambe e sentire il calore di quello sguardo eccitato, mi portò a fare un’esclamazione che era un velato messaggio al mio spasimante. Prendendo il bicchiere in mano esortai tutti a fare un brindisi poi, dopo aver ingurgitato un sorso di vino, dichiarai:
“ Devo smettere di bere, perché l’alcool mi fa fare cose vergognose!”
Ci fu un attimo di sbigottimento generale, ma poi tutto si risolse con altro brindisi. Il messaggio era stato inviato, adesso toccava al mio ammiratore recepirlo al modo giusto. Non ricordo quante bottiglie di vino ordinari quella sera, ma furono veramente tante. Le obiezioni a questo mio nuovo vizio calarono di pari passo alla quantità di alcool che riuscii a far tracannare ai miei commensali. Io fingevo di bere, ma mi preoccupavo che mio marito e i miei due amici lo facessero in modo smodato. Nel frattempo, dato il calo della capacità di attenzione di Carlo, cercai di tenere la scollatura molto distante dalle mie tette. Paolo, dalla sua posizione, poteva godere completamente del mio seno rifatto. Due bocce enormi, sode e rotonde, adornate da due capezzoli gonfi e regolari. Poco prima della mezzanotte avevo raggiunto il mio obbiettivo. Anna, Diego e Carlo, allo stappo dello spumante erano completamente ubriachi. Io fingevo di essere nelle loro condizioni, ma ero perfettamente lucida, tanto da essere riuscita ad escogitare un piano per farmi scopare in tutti i buchi dal mio giovane amichetto. Per immortalare la venuta dell’anno nuovo era d’obbligo scattare alcune fotografie. Sfruttando la passione di Paolo per questo tipo d’arte, gli ordinai a prendere la sua fotocamera ed eternare il momento. Mentre lui si allontanava di qualche passo, io mi sedetti su una sedia, feci accomodare su una delle mie gambe Anna e invitai i nostri mariti a mettersi dietro.
Un’esibizionista come me non poteva farsi sfuggire un’occasione simile. Poco prima che Paolo si mettesse a scattare le foto, mi preoccupai di allargare per bene le gambe. Il flash sarebbe stato spietato. Con il suo fulmineo lampo di luce avrebbe illuminato tutto ciò che fino ad un attimo prima era stato occultato dalla penombra. Sotto invito esplicito del fotografo sorridemmo. Il mio, di sorriso, voleva dire tutto. Spalancai le gambe il più possibile, permettendo così all’obbiettivo di riprendere anche quello che stavo nascondendo sotto la gonna. Dopo la prima foto, controllata sul piccolo video della fotocamera, il giovane porco ci obbligò a farne altre cinque, con la scusa che il risultato non era eccezionale. Nessuno aveva sollevato obiezioni, nemmeno per le lunghe pause che il nostro fotografo si prendeva fra uno flash e l’altro. Io sapevo benissimo il motivo di tali soste e più queste erano lunghe, più mi eccitavo ed allargavo spudoratamente le cosce.
Ci trattenemmo nel locale per un’altra ora e mezza. Lo spumante scorreva a fiumi ed io continuavo a fingere di sorbire da quella fonte inesauribile. Mio marito non capiva più niente, come Anna e Diego, che erano arrivati al punto di biascicare ogni vocabolo emesso dalle loro bocche impastate. Convinto che io fossi nella loro stessa condizione, Paolo era diventato spudorato. Si era seduto di fronte a me affiancando sua madre, e senza farsi alcun problema, ad ogni nostra disattenzione, si era messo a scattare fotografie sotto al tavolo. Il suo il subdolo scopo era quello di centrare un bersaglio che consisteva in una fica depilata e senza mutandine, che io, riparata dalla tovaglia, avevo esposto completamente sedendomi sul bordo della sedia. La ciliegina sulla torta l’aveva messa Carlo che, annebbiato da Bacco, si stava prodigando in toccamenti illeciti sotto alla tavola. Mentre parlava con Diego si cimentò in un ditalino clandestino, portandomi a diventare sempre più porca. La sua mano era scivolata lungo la mia coscia fino a raggiungere la passera spalancata. Con un sorriso malizioso stemperai la brutta espressione assunta da Carlo, quando scoprì di non dover spostare le mutandine per compiere i suoi ambigui movimenti. L’alcool lo aveva reso disinibito.
Io ero andata fuori di testa. Avvinghiata con le mani al suo dito mi stavo masturbando selvaggiamente. Sognavo il cazzo di Paolo intento, con i suoi giovani ed inesperti movimenti, a chiavarmi brutalmente. Vedevo i lampi del flash sotto alla tavola e osservavo la sua espressione eccitata bramare una sega, ma non potevo fare di più. Venni silenziosamente. Un orgasmo da favola. Inondai le dita di mio marito e lui, pensando di essere l’artefice di tanto godimento, mi sussurrò nell’orecchio parole dolcissime e promesse che, sicuramente, non sarebbe riuscito a mantenere.
Ancora una volta speravo che quell’orgasmo avesse spento le mie malsane voglie, ma vedere Paolo che si recava alla toilette tenendo in mano la macchina fotografica, provocò un nuovo risveglio del mio demone.
In quattro e quattr’otto convinsi tutti a tornare a casa a dormire e lasciar perdere i nostri propositi di festeggiamenti notturni. Nessuno obbiettò e dopo un quarto d’ora, speso per la maggior parte nell’attesa del ritorno di Paolo dal bagno, eravamo già in macchina.
Guidai io, sapendo benissimo di non essere brilla. Al mio fianco era salito il giovanotto che, pensando il contrario, mi aiutava ad infilare gli svincoli giusti. Dietro a noi tutto taceva. Morfeo si era impadronito delle menti dei nostri passeggeri. Feci di tutto pur di permettere al mio spacco di scoprire quello che, di solito, si vorrebbe nascondere. Fingendo un’ubriachezza molesta ad ogni semaforo rosso mi agitavo il più possibile finché, finalmente, riuscii a scoprire le mie cosce fino alla passera. Non guardai giù, ma sapevo che il mio pube era completamente scoperto ed ora, sotto la fioca luce dei lampioni, lo stavo mostrando quasi per intero. Avrei voluto essere al posto di Paolo per potermi gustare quella splendida trentacinquenne che, impegnata alla guida, stava mostrando la sua fica depilata ad un adolescente carico di testosterone adolescenziale. Mi impegnai anche a far esplodere una tetta fuori dal vestito e simulando un ebbro imbarazzo, mi scusai affermando che tanto lui mi aveva già vista discinta in spiaggia. Arrivai sotto casa praticamente nuda. Il mio spacco aveva capitolato e le spalline del vestito l’avevano seguito lasciando il bordo della scollatura letteralmente appeso ai capezzoli eretti. Trovai strano che il mio ammiratore non avesse allungato nemmeno un dito per assaporare il paradiso, ma mi bastò l’entrata in ascensore per cambiare subito idea. Stavo sostenendo la “carcassa” di mio marito, quando sentii una mano entrare dallo spacco ed appoggiarsi sul pizzo delle mie autoreggenti ormai fradice di umori. Fingendo un’estrema confusione esclami ad alta voce: ” Carlo?!… Smettila!”
Anna e Diego reagirono a malapena a quella dichiarazione di molestia. Paolo invece si fece molto più audace. Sentii la sua mano salire timida verso quel bersaglio che avrebbe trovato completamente bagnato ed aperto. Solo quel movimento mi portò al limite di un nuovo orgasmo. Spinsi in fuori il sedere e mentre rimproveravo, di nuovo, il mio quasi incosciente marito per una cosa che non stava facendo, agevolai le operazioni al mio giovane visitatore. Le sue dita arrivarono alla fica e subito furono inondate dalla mia voglia. Le sentivo indecise, inesperte, confuse, ma quella titubanza mi faceva morire di piacere. Purtroppo, proprio nel momento in cui Paolo aveva deciso ad infilarsi dentro al mio nido, arrivammo al nostro piano.
Vi risparmio la descrizione di tutto il lavoro che fui obbligata a fare per mettere a letto i tre etilizzati ed arrivo subito al finale. Uscii dal bagno avvolta solo da un accappatoio cortissimo e da una voglia di scopare indescrivibile. Trovai Paolo seduto davanti alla televisione e con una battuta gli intimai di non girare su qualche canale dove qualche bella ragazza si sarebbe mostrata in costume adamitico. Lui non commentò e con il tono di un padre affettuoso mi chiese: ” Come stai?”
La mia risposta fu come un telegramma al suo uccello. Mi sedetti sulla poltrona di fronte a lui e dichiarai apertamente di essere ubriaca fradicia e che doveva impedirmi di addormentarmi perché, altrimenti, non mi sarei svegliata nemmeno con le bombe. Pur di convincerlo del mio stato avevo simulato una grossa difficoltà di deambulazione, associata ad un linguaggio trascinato e confuso.
Lui mi rassicurò, ma sapevo benissimo che stava bramando proprio questo.
Sprofondata nella poltrona feci ciondolare la testa per qualche minuto poi, finsi una perdita totale di coscienza.
Lasciai cadere il capo di lato e per dar forza alla scena mi misi a russare rumorosamente.
Ci vollero poco meno di due minuti prima di sentire la mano di Paolo scrollare con forza una delle mie spalle. Non reagii, feci molto di più! Simulai un sogno erotico esclamando a denti stretti:
” Dai Carlo!…Leccami!”
Dopo trenta secondi mi ritrovai con l’accappatoio aperto, le gambe spalancate e tutto ciò che può far impazzire un uomo in bella vista. Mi sentii osservata in tutto il mio splendore. So di essere una gran bella gnocca, ma cerco continuamente conferma. Adesso ero seduta su una poltrona a gambe aperte, con le mie enormi tette scoperte e con una voglia di essere penetrata incredibile. Ad occhi socchiusi vidi il mio spasimante denudarsi completamente e mettere in mostra un cazzo durissimo. Non lunghissimo, ma grosso da far paura. Finalmente potevo rivedere quella cappella lucida che tanto avevo sognato. Lo vidi intento ad osservarmi le tette e la fessura della fica che, eccitata come non mai, aveva bagnato la pelle nera della poltrona. Ero sicura che il mio grilletto stava dando spettacolo. Madre natura mi ha dotato di un clitoride particolarmente lungo e quando è eccitato si erge come un piccolo ed arrogante cazzo sulle piccole labbra. Un bersaglio irrinunciabile per qualsiasi lingua maschile. Mugolai di piacere mentre lui mi denudava. Questo lo portò ad appoggiare le sue mani sulle mie grosse tette. Prima le accarezzò dolcemente emettendo gemiti di piacere poi, sovrastato dall’eccitazione, cominciò a strizzarmele pizzicandomi con forza i capezzoli. Cominciai ad allargare e chiudere le gambe come per invitarlo laggiù, dove volevo che arrivasse. Nel frattempo lo rassicuravo continuando a chiamare il nome di mio marito, cercando di convincerlo della mia totale incoscienza. Si inginocchiò per terra di fronte a me seguitando a guardami in mezzo alle gambe. Quell’attesa mi stava uccidendo di piacere. Guardavo il suo volto ipnotizzato da quel continuo apri e chiudi sulle mie labbra che stavano colando tutta la mia voglia. La luce soffusa del televisore aumentava a dismisura l’effetto del vedo-non vedo. Finalmente trovò il coraggio di allungare una mano ed appoggiarla su una delle mie ginocchia. Sfruttando quell’occasione, mugolando, scivolai verso il basso e spalancai le gambe. Quel movimento mi aveva consentito di portare la mia passera depilata a pochi centimetri dal volto del mio guardone. Messo a carponi e con le mie ginocchia che gli impedivano qualsiasi fuga laterale, non aveva via di scampo. Sentivo il suo braccio destro muoversi furiosamente contro la mia gamba. Mi stava guardando la fica come fosse la più sublime delle opere d’arte ed intanto si stava masturbando. Il pensiero che il suo caldo getto di piacere finisse inutilmente a terra mi obbligò a sbilanciarmi. Portai una mano sulle grandi labbra, le aprii completamente per mostrarmi ancora di più ed accarezzandomi il grilletto con il dito medio sussurrai: ” Leccami!”
Vidi la sua testa abbassarsi e dopo un secondo sentii una splendida lingua, calda e scivolosa, appoggiarsi sul clitoride. Invocando ancora Carlo lo presi per la nuca con entrambe le mani e lo obbligai ad usare quel giocattolo che aveva in bocca come se fosse un piccolo uccello.
In meno di quindici secondi gli stavo venendo in faccia. Sentii gli spasmi del mio inguine attorno al suo naso e contro le sue labbra. Lo inondai di liquido, mentre cercavo di godere il più sommessamente possibile. La sua sega era arrivata quasi al capolinea. I suoi movimenti erano diventati velocissimi. Non potevo permettergli di sborrare sul mio tappeto o contro la poltrona. Ancora ansimante appoggiai la testa al bracciolo e lo invitai a scaricarsi nella mia bocca. Si alzò di scatto avvicinando la sua cappella enorme alle mie labbra spalancate. Non serviva menarglielo, anche se avrei tanto voluto prenderlo in mano. Rantolando sottovoce mi infilò il suo bastone fin quasi in gola ed esplose in una sequenza di schizzi incredibile. Non riuscii a trattenere tutto il suo sperma. Una buona parte finì sul bracciolo della poltrona imbrattandone il rivestimento. Lo vidi spaventato da questa cosa, tanto da sfilarsi in fretta e recarsi velocemente in cucina a prendere della carta assorbente. Quando tornò lo accolsi con uno spettacolo da urlo. Mi ero girata alla pecorina e rimanendo con il busto appoggiato alla poltrona, avevo allungato la lingua sugli schizzi di sperma che colavano dal bracciolo. Li leccavo come fossero la più gustosa delle creme. Portai una mano sulle natiche e mi infilai un dito nel culo. Lui rimase immobile, ma il suo grosso uccello no. Lo vidi crescere e gonfiarsi di nuovo, fino ad ergersi in una splendida erezione adolescenziale. Gli diventò talmente duro e dritto da arrivare ad appoggiarsi agli addominali, fin quasi a sfiorare l’ombelico. Sapere di essere l’artefice di una tale reazione mi riempì di piacere. Sapevo di averlo messo in grado di assistere ad uno dei più bei spettacoli della natura. Esteticamente parlando trovo la donna messa a carponi e con la schiena inarcata una delle più belle immagini da proporre ad un uomo. Gli stavo offrendo uno spettacolo che si sarebbe ricordato per tutta la vita. Una donna eccitata a tal misura da arrivare al punto di infilarsi un dito nel culo e leccare lo sperma che le è stato appena schizzato addosso. Cosa vorrebbe di più un maschio?
Mollò la carta assorbente a terra e mi raggiunse inginocchiandosi dietro di me. Mi prese dolcemente ai fianchi e mi avvicinò alla sua asta. La faceva scivolare lentamente contro il mio fiore fradicio. Sentivo la sua cappella solleticarmi il buco della fica e del culo. Era sublime. Lo sentivo ansimare rumorosamente di piacere. Allungai un braccio sotto la mia pancia e raggiunsi quell’uccello grosso e duro. Appena lo circondai con le dita emisi un gemito di piacere. Glielo scappellai due tre volte, poi lo appoggiai al mio buco. Mollai la presa dopo la sua prima spinta. Non riuscì ad infilarmelo completamente al primo colpo. Il diametro di quel cazzo era veramente notevole e le pareti della mia fica, seppur molto lubrificate, fecero fatica ad accettare quel calibro. Cominciò a pomparmi come un forsennato, tirandomi con violenza per i fianchi. Io ero completamente andata. Finalmente ero riuscita a prendere quell’uccello che bramavo da tutta la sera. Lo sentivo grosso e duro dentro di me e più si muoveva più godevo. Mi persi nell’immaginare quante seghe si sarebbe fatto quel ragazzo nel pensare a ciò che gli era capitato. Aveva delle foto di me, nelle quali gli mostravo la passera scoperta sotto il vestito.
Quello che mi portò di schianto all’orgasmo fu il pensiero che, di lì a pochi mesi, ci saremmo ritrovati su una spiaggia per trascorrere ancora una volta le vacanze insieme.
Lui mi stava pompando divinamente e prima di sentirlo venire, io avevo goduto per due volte. Attanagliandomi le creste iliache mi scaricò il suo seme in fondo all’utero. Rantolava, gemeva, ansimava ed intanto mi riempiva di sborra. Tirò fuori il suo arnese dopo qualche attimo e meno di trenta secondi dopo era sparito nella sua camera lasciandomi nuda, soddisfatta e con il suo sperma che mi colava lungo le cosce. In cinque minuti cancellai tutte le tracce del nostro incontro e mi infilai a letto.
Il giorno dopo, al momento dei saluti, lo baciai su una guancia e prima di staccarmi gli sussurrai all’orecchio un messaggio che lo lasciò di stucco:
” Se sarai discreto… quest’estate al mare ti chiamerò ancora Carlo!”
Lui arrossì leggermente e con un sorriso confermò di aver ricevuto.
La promessa fu mantenuta ed io lo chiamai per molte volte con il nome di mio marito.

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E’ solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 16)

Per un attimo restai col respiro sospeso, in ascolto del suono carico di speranza che accompagna l'attesa di una risposta. Ero riuscita a trovare un varco. In tutto quel buio avevo scovato una piccola luce in grado d'illuminare la verità, dolce o amara che fosse.
Avanti Patrick, rispondi! Pensai.
E se davvero mi avesse risposto, che gli avrei detto? Ora che mi trovavo così vicina a lui, ora che finalmente ero riuscita a chiamarlo dopo ore e ore in cui ci avevo provato inutilmente, sperai che non rispondesse.
Il dubbio lascia sempre aperta la speranza. Se lui non mi avesse risposto, avrei potuto continuare a credere a ciò che volevo, se invece lo avesse fatto, avrei dovuto affrontare la dura realtà, qualunque essa fosse, e non ero sicura di essere abbastanza forte per affrontare la perdita definitiva del mio amante, del mio liberatore, del Caronte che mi aveva traghettato alla scoperta di me stessa per poi abbandonarmi in balia dei miei demoni.
Ad interrompere le mie paranoie fu il trillo lontano di un telefono. In casa ero sola, di chi era allora quell'aggeggio che suonava con sempre maggior foga?
Uscii dalla stanza, ma là il suono era più flebile. Tornai sui miei passi e seguii lo squillo fino a trovarmi davanti alla cabina armadio.
Col cuore in subbuglio l'aprii. Il trillo si spense, così come la mia chiamata a Patrick.
La trovai decisamente una strana coincidenza.
Con la mano tremante ricomposi il numero sconosciuto memorizzato sul cellulare e, contemporaneamente, il misterioso telefono ricominciò a squillare, dapprima dimesso, quasi timoroso, poi con sempre maggior vigore fino a diventare insopportabile. Era talmente forte che non fu difficile identificare la scatola che lo conteneva. La aprii e sgranai gli occhi scoprendo che all'interno c'era un cofanetto identico a quello che mi aveva regalato Patrick.
E questo che significa? Pensai. Le coincidenze iniziavano ad essere troppe.
Dentro il cofanetto c'era un cellulare identico a quello che tenevo in mano.
Presi il telefono gemello che era dentro la scatola e composi l'unico numero in memoria. Il mio cellulare squillò.
Non mi pareva possibile, eppure non c'era alcun dubbio: quello dentro la scatola era lo stesso telefono da cui Patrick mi aveva chiamata per attivare il vibratore. Ma che ci faceva in casa mia, nella parte di cabina armadio dedicata agli abiti di Eric? Chi lo aveva messo lì?

«Eric sa tutto» Bisbigliai sconvolta.

Ecco la verità più atroce, quella che non solo aveva stroncato la mia storia con Patrick, ma che metteva anche a rischio il mio matrimonio.
La nausea mi stritolò lo stomaco. Eric aveva scoperto tutto, ecco perché aveva allontanato Patrick.
Come avrei fatto adesso a guardare mio marito negli occhi? Che gli avrei detto? Mi sentii nuda, vulnerabile e mi accasciai a terra sotto il peso della vergogna.
In quel preciso istante mi sentii addosso tutta la responsabilità di ciò che avevo fatto. Fu come svegliarmi di colpo, aprendo gli occhi sulla desolazione di un mondo in rovina.
Non esisteva più una doppia vita. Le mie due esistenze parallele si erano unite in una realtà che non era più sotto il mio controllo e che mi si stava sgretolando fra le dita.
Da quanto tempo Eric lo sapeva? Niente nel suo comportamento mi aveva fatto sospettare che avesse scoperto la mia tresca. Nemmeno quel mattino, mentre mi parlava del nuovo incarico che aveva affidato a Patrick, mi era sembrato incendiato dalla collera che divampa quando si scopre di essere stati traditi. Com'era possibile che non si fosse ribellato, che non mi avesse fatto alcuna scenata, che si fosse semplicemente limitato ad allontanare Patrick? No, qualcosa non tornava.
Uscii dalla cabina armadio e accesi il computer che Eric aveva lasciato a casa. La curiosità di sapere lottava con la reticenza, con la paura di non essere pronta ad affrontare ciò che avrei scoperto. Ormai, però, non potevo più tornare indietro.
Un pessimo presentimento aveva già messo radici nella mia mente, radici che ben presto mi avrebbero soffocato l'anima se non le avessi estirpate in tempo.
Presi tutto il coraggio che avevo e digitai la password che levò l'ombra sulla verità più insospettabile.
Riconobbi le unghie scarlatte che aprivano maliziosamente i petali del mio fiore, mostrando spudoratamente i miei anfratti lussuriosi. Era la foto che avevo inviato a Patrick. Come faceva ad averla Eric?
Per qualche istante, guardai sconcertata la gigantografia del mio sesso, incapace di qualunque reazione. Quella vista mi aveva spiazzata, confusa, spinta ancora più a fondo nel baratro della solitudine. Ed era solo l'inizio.
Con un timido clic, mi ritrovai catapultata nella stanza dello Sheraton dove Patrick mi aveva bendata e legata al letto. Non credetti ai miei occhi.
In quella camera, infatti, c'era una terza persona che, a mia insaputa, aveva ripreso ogni cosa, immortalando il mio corpo nudo e avido di piacere trafitto prima da un dardo di vetro, poi da quello di Patrick. Il mio sesso luccicante di miele era spiattellato in primo piano, e il mio pertugio inghiottiva quell'asta trasparente per risputarlo e inghiottirlo nuovamente. Le mie labbra si aprivano e abbracciavano quel dardo, la lingua di Patrick blandiva il mio clitoride, i miei gemiti riecheggiavano nel silenzio e le mie voglie si risvegliarono.
La mia vita si stava disintegrando, eppure il mio corpo moriva di desiderio.
Dovevo ammetterlo, se non fosse stato che la protagonista ero io, avrei di certo trovato quel video terribilmente eccitante e avrei fatto l'amore con me stessa davanti a quello schermo. Avrei spalancato le gambe appoggiandole ai braccioli della sedia e avrei vezzeggiato e varcato quegli anfratti vogliosi fino ad urlare di piacere.
Ero confusa, infuriata ed eccitata. Combinazione esplosiva. I miei pensieri parevano cani rabbiosi malamente trattenuti da un recinto troppo fragile, e mordevano e laceravano la mia anima fino ad inghiottirla.
Quante persone avevano visto quel video? E perché era sul computer di mio marito?
C'era una sola spiegazione, un'unica risposta a cui ostinatamente cercai di oppormi, finché il video confermò inequivocabilmente i miei sospetti.
Il misterioso cameraman posò la telecamera sul cavalletto e si avvicinò al talamo al quale ero legata per gustarsi appieno la scena, e io restai di sale. Quell'uomo era Eric, mio marito.
Mi sentii sbriciolata, annientata, annichilita come la mia vita.
Impietrita e con masochistica rassegnazione guardai il video fino all'ultimo istante. Vidi gli occhi di Eric lanciare occhiate d'intesa a Patrick ed incendiarsi di desiderio nel vedermi godere per mano di un altro uomo. Lo vidi tirare fuori il suo sesso e massaggiarselo lentamente, avanti e indietro, senza affrettare l'orgasmo.
Ero sposata con uno sconosciuto. La mia vita era pura finzione, il mio matrimonio era pura finzione, persino il mio amante era finto. Ero vittima di un gioco di cui non sapevo di essere la pedina. Sia Eric che Patrick mi avevano usata per realizzare le loro torbide fantasie.
C'ero cascata in pieno. Non avevo mai minimamente sospettato che Eric e Patrick fossero d'accordo, men che meno che dietro al mio finto tradimento ci fosse la diabolica mente di mio marito.
Il mio dolce, sensibile, premuroso e gentile maritino non esisteva, non era mai esistito. Era solo una maschera, una finzione come tutto il resto, così come Patrick e i suoi discorsi sull'amore.
Ero stata presa in giro dagli uomini più importanti della mia vita.
Quello, però, non era l'unico video custodito da quel computer. Era solo uno dei tanti che riproducevano ogni singolo incontro con Patrick, ogni nostra scopata, ogni bacio, ogni gemito, perfino le volte in cui avevo fatto l'amore con me stessa, e di certo non poteva mancare la mia notte folle a Roma, dove lo avevo fatto per la prima volta con uno sconosciuto e con una donna, e quelle immagini era stato Eric stesso a filmarle. Lui era lì, mentre io lo credevo a New York.
Eric aveva riempito di telecamere l'ufficio, la casa, perfino gli alberghi dove avevo dormito con Patrick. Chissà quante volte si era masturbato guardandomi godere con un altro.
Scorsi tutti i video, ripercorrendo ogni mio incontro con Patrick, ogni carezza, ogni bacio, ogni orgasmo. Di certo non potevo negare che quel gioco mi avesse fatto divertire, ma a che prezzo?
Eric però non si limitava solo a filmare le imprese mie e di Patrick, ma anche le sue con la sua provocante assistente.

«Lo sapevo!» Gridai inviperita, alzandomi di scatto dalla sedia, poi però tornai sui miei passi.

Per quanto mi facesse male, non riuscivo a fare a meno di guardare quella donna gemere e ansimare di fronte alla telecamera che Eric teneva in mano.
I suoi seni ballonzolavano ad ogni spinta e lei li stringeva, strizzando i capezzoli fra le dita. Stavano scopando sulla scrivania di Eric, in ufficio. Chissà quante volte l'avevano fatto a mia insaputa? Chissà da quanto tempo andava avanti quella storia? Forse addirittura prima del nostro matrimonio. Ricordai che quella donna era stata assunta in azienda proprio nello stesso periodo in cui era arrivato Eric, magari la loro storia era iniziata ancor prima di conoscermi.
Fabbricavo castelli, pensieri perversi, immaginando chissà quali infide verità a cui ero sempre, e pateticamente, rimasta all'oscuro.
Fra tutte le menzogne che Patrick mi aveva detto, di certo una verità c'era: Eric non era la persona che credevo, ma nascondeva un lato torbido, perverso, decisamente l'opposto dell'uomo che credevo di aver sposato. Un lato losco sì, ma anche dannatamente intrigante e questo mi faceva infuriare ancora di più.
Ero inorridita e allo stesso tempo affascinata, e mi odiai per questo. Mi odiai per essere anch'io tanto perversa da riuscire ad eccitarmi in mezzo a tutta quella menzogna.

«Sì, sì, dillo che ti piace, fammi sentire quanto godi» Era la voce infoiata di Eric che incitava la sua amante, e lei ubbidì, miagolando più forte.

Poi l'inquadratura si spostò sui loro sessi. A tutto schermo vidi la verga di mio marito trafiggere il corpo di quella donna, sbattere violentemente contro le sue pareti arrivandole fino all'utero, mentre lei con le dita spalancava le sue labbra picchiettandosi il clitoride.
Lui sfilò il suo fulgido dardo luccicante di miele e lo sfregò avanti e indietro fra i meandri di lei, dal clitoride fino allo stretto pertugio per poi risalire nuovamente attraversando le grandi labbra.
Lei scese dalla scrivania e, ammiccando all'obiettivo per nulla turbata da quella presenza indiscreta, si diresse verso il divanetto. Eric seguì con l'occhio della telecamera l'ancheggiare di quel corpo nudo finché s'inginocchiò sulla pelle morbida e si chinò in avanti mostrando spudoratamente la bellezza peccaminosa dei suoi anfratti.
Con le mani si allargò le natiche, il suo pertugio pulsava voglioso. Scivolò con le dita fra le labbra gocciolanti di lattiginoso miele e, gemendo, varcò la sua soglia. Eric la incitava, eccitato fino allo sfinimento, ma senza smettere d'immortalare quel lussurioso spettacolo, anzi, la inquadrò così da vicino che la sua soglia pareva una bocca spalancata per divorare qualunque cosa, poi le dita umide di lei salirono fino al grinzoso pertugio. Ne seguirono il perimetro umettandolo e forzandolo finché, con un rantolo intenso che pareva arrivare da un'altra dimensione, lo varcarono. Gemendo, spinse le sue falangi dentro di sé preparandosi a ricevere la fulgida verga di Eric, che non tardò ad arrivare.
Lentamente lo conficcò in quel tunnel che pareva troppo stretto per riceverlo, la pelle grinzosa si dilatò svelta, e la donna iniziò a urlare così forte che dovetti ammutolire il computer.
Eric iniziò a penetrarla con foga, quasi con violenza, finché di colpo si fermò, restando per qualche istante a godersi il suo piacere riempire quel corpo caldo.
Quando ne uscì, la donna allargò nuovamente le natiche mostrando la sua bocca spalancata, finché il vischioso seme di Eric scivolò fuori come bava.

Mi serviva aria, mi mancava l'ossigeno, non riuscivo a respirare. Andai alla finestra e la spalancai, sperando che la brezza calmasse i miei nervi schizofrenici.
Erano troppe le verità che mi erano piombate addosso in pochi minuti. Troppe per poterle affrontare lucidamente. Troppe da sopportare.
Ma non era l'aria a mancarmi, era quella casa dai mille occhi a soffocarmi. Non restai lì un secondo di più. Scesi le scale e corsi in strada senza prendere nulla tranne ciò che avevo addosso. Eric sarebbe arrivato da un momento all'altro e non avevo nessuna intenzione di incontrarlo, non ora.
Girovagai per le strade senza meta, vittima degli atroci pensieri che mi straziavano la mente.
Ero un gabbiano ferito e smarrito che vagava in cerca di un rifugio.
Persa nella mia solitudine attraversai la strada senza guardare, e per poco non mi feci travolgere da una moto. La sentii sfrecciarmi accanto, quasi sfiorarmi, e mi risvegliai dal mio torpore. Il motociclista rallentò fin quasi a fermarsi, poi fuggì via.
Fuggi, fuggi. Pensai. Fuggi anche tu. Ma il motociclista non si allontanò. Mi seguì senza che me ne accorgessi, mescolandosi al traffico e ai suoi rumori, percorrendo insieme a me quelle strade tanto familiari eppure ora quasi sconosciute.
Non c'era più traccia della sicurezza che avevo imparato a gustare, e nemmeno della spavalda seduzione che avevo ostentato e di cui mi ero sentita intrisa.
Era quella, forse, la cosa che mi aveva ferita di più. Non era stata una folle attrazione a spingere Patrick ad avermi a tutti i costi, ma era stato solo un gioco, una scommessa, forse una sfida.
Qualunque fosse il motivo non era comunque certo stato l'istinto a guidarlo, ma solo ed esclusivamente il freddo calcolo ordito dalla diabolica e perversa mente di mio marito.
Quando una donna perde la consapevolezza della propria forza, perde tutto.
Continuai a vagare ignara dell'angelo o del demone che, a cavallo della sua moto nera, mi seguiva, finché la tasca della giacca vibrò. Ne estrassi il cellulare e vidi che era Eric a chiamare.
Non risposi. Di certo era rientrato a casa e si era accorto che avevo scoperto il suo inganno.
Il telefono squillò e squillò ininterrottamente seguendo ogni mio passo come un'ombra. Ma respinsi ogni chiamata. Avevo già troppa confusione in testa per metterci dentro anche le sue parole.
In quel momento mi accorsi del mio misterioso inseguitore. Chi era? Cosa voleva da me? Accelerai il passo cambiando spesso direzione, ma lui non mi perse mai di vista.
Mi sedetti su di una panchina e attesi la sua mossa. Con una rapida accelerata mi sfrecciò davanti, senza però rinunciare a lanciarmi un'occhiata che pareva una mano a cui aggrapparmi.
Il suo viso era quasi interamente celato dal casco, ma quegli occhi avevano la luce spavalda e avida tipica di chi si sente il padrone del mondo e di chi ancora non si sente addosso il peso degli anni.
La t-shirt aderiva sui suoi muscoli tonici come una seconda pelle. La forza e la mascolinità selvaggia che trasudava erano enfatizzati dal senso d'istinto e libertà che trasmetteva la moto che cavalcava. Chi sceglie il precario equilibrio delle due ruote non fa calcoli. Prende la vita come viene senza lasciarsi sfuggire le opportunità più succulente. In quell'istante decisi.
Volevo dimostrare a Eric, a Patrick e soprattutto a me stessa che non ero una pedina nelle loro mani, ma che ero padrona di me stessa, della mia vita e del mio corpo e che ero libera di provare piacere con chiunque volessi. Calzai di nuovo i panni dell'infallibile seduttrice e camminai ancheggiando fino a raggiungere il motociclista fermo al semaforo. Gli lanciai un'occhiata carica di promesse e scivolai in un vicolo chiuso, dove perfino il sole si rifiutava di entrare. Era il retro di un locale notturno che a quell'ora era ancora deserto. Il rombo della moto riecheggiò in quello stretto cunicolo, rimbalzando sui muri sgretolati fino a trafiggermi le tempie.
Se ne stava fermo, a cavallo della sua moto, pronto a fuggire, stritolato dall'incertezza, scervellandosi su cosa quella pazza di fronte a lui avesse in mente. Era indeciso se restare o no, ma in quegli occhi fiammeggianti lessi tutta la brama e il desiderio che lo stavano trascinando fra le mie gambe.
Mi voleva, eccome se mi voleva e sentii il piacere di sentirmi irresistibile scorrermi nelle vene, e ammorbidire i miei movimenti.
Quell'uomo avrebbe potuto essere chiunque: un assassino, il mio vicino di casa, un cameriere, un sadico violentatore, ma non m'importava. Per me, in quel momento era ciò che mi serviva per rivendicare la mia libertà.
Ancheggiando lentamente mi avvicinai a lui. Ad ogni passo sollevavo un po' la gonna finché scoprii le mie labbra affamate. Poi mi fermai, in mezzo al vicolo, e infilai le dita fra le mie gambe. Enfatizzando i miei gemiti, le immersi nel mio miele. La gonna era sollevata fino alla vita ed entrambe le mie mani erano fra le mie cosce e si muovevano fra quei pertugi e quelle valli guidate dall'estremo desiderio di godere fino allo sfinimento.
Il mio fiore pulsava d'eccitazione, fremeva per il desiderio di essere penetrato da quello sconosciuto. Sentivo il piacere rasentare il limite del non ritorno. Sarebbero bastati pochi colpi per farmi vedere le stelle. Così levai le dita e me le portai alle labbra, succhiandole.
Lo sconosciuto non si trattenne più. Scese furiosamente dalla moto scaraventò il casco per terra, liberando una folta chioma corvina, e si precipitò da me.
Avevo decisamente scelto bene. La sua avvenenza era indiscutibile e il vistoso rigonfiamento nei pantaloni smascherava una verga dalle dimensioni decisamente sopra la media.
Si slacciò la cintura e quel dardo schizzò fuori dirompente pronto a trafiggermi. Lo afferrai con entrambe le mani e lo massaggia scivolando sulla sua pelle già umida.
Lui mi afferrò le natiche con avida bramosia, io gli saltai in braccio e mi conficcai la sua verga fra le gambe. Mugolai sentendo quel dardo strofinarsi fra le mie pareti e farsi strada dentro di me. Lui con due passi mi appoggiò con la schiena contro il muro e iniziò a scoparmi rantolando famelico. Il suo respiro carezzava il mio collo, il suo profumo legnoso si intrufolava nelle mie narici. Afferrai i suoi capelli e dondolai in bilico su quella verga, sentendo il piacere crescere, divorarmi le viscere, impadronirsi della mia voce fino a riempirmi per esondare in un urlo che, riecheggiando in quel vicolo deserto, pareva voler raggiungere Eric e Patrick, ovunque fossero.










E’ solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 16)

Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"

Libero.
Per un attimo restai col respiro sospeso, in ascolto del suono carico di speranza che accompagna l'attesa di una risposta. Ero riuscita a trovare un varco. In tutto quel buio avevo scovato una piccola luce in grado d'illuminare la verità, dolce o amara che fosse.
Avanti Patrick, rispondi! Pensai.
E se davvero mi avesse risposto, che gli avrei detto? Ora che mi trovavo così vicina a lui, ora che finalmente ero riuscita a chiamarlo dopo ore e ore in cui ci avevo provato inutilmente, sperai che non rispondesse.
Il dubbio lascia sempre aperta la speranza. Se lui non mi avesse risposto, avrei potuto continuare a credere a ciò che volevo, se invece lo avesse fatto, avrei dovuto affrontare la dura realtà, qualunque essa fosse, e non ero sicura di essere abbastanza forte per affrontare la perdita definitiva del mio amante, del mio liberatore, del Caronte che mi aveva traghettato alla scoperta di me stessa per poi abbandonarmi in balia dei miei demoni.
Ad interrompere le mie paranoie fu il trillo lontano di un telefono. In casa ero sola, di chi era allora quell'aggeggio che suonava con sempre maggior foga?
Uscii dalla stanza, ma là il suono era più flebile. Tornai sui miei passi e seguii lo squillo fino a trovarmi davanti alla cabina armadio.
Col cuore in subbuglio l'aprii. Il trillo si spense, così come la mia chiamata a Patrick.
La trovai decisamente una strana coincidenza.
Con la mano tremante ricomposi il numero sconosciuto memorizzato sul cellulare e, contemporaneamente, il misterioso telefono ricominciò a squillare, dapprima dimesso, quasi timoroso, poi con sempre maggior vigore fino a diventare insopportabile. Era talmente forte che non fu difficile identificare la scatola che lo conteneva. La aprii e sgranai gli occhi scoprendo che all'interno c'era un cofanetto identico a quello che mi aveva regalato Patrick.
E questo che significa? Pensai. Le coincidenze iniziavano ad essere troppe.
Dentro il cofanetto c'era un cellulare identico a quello che tenevo in mano.
Presi il telefono gemello che era dentro la scatola e composi l'unico numero in memoria. Il mio cellulare squillò.
Non mi pareva possibile, eppure non c'era alcun dubbio: quello dentro la scatola era lo stesso telefono da cui Patrick mi aveva chiamata per attivare il vibratore. Ma che ci faceva in casa mia, nella parte di cabina armadio dedicata agli abiti di Eric? Chi lo aveva messo lì?
«Eric sa tutto» Bisbigliai sconvolta.
Ecco la verità più atroce, quella che non solo aveva stroncato la mia storia con Patrick, ma che metteva anche a rischio il mio matrimonio.
La nausea mi stritolò lo stomaco. Eric aveva scoperto tutto, ecco perché aveva allontanato Patrick.
Come avrei fatto adesso a guardare mio marito negli occhi? Che gli avrei detto? Mi sentii nuda, vulnerabile e mi accasciai a terra sotto il peso della vergogna.
In quel preciso istante mi sentii addosso tutta la responsabilità di ciò che avevo fatto. Fu come svegliarmi di colpo, aprendo gli occhi sulla desolazione di un mondo in rovina.
Non esisteva più una doppia vita. Le mie due esistenze parallele si erano unite in una realtà che non era più sotto il mio controllo e che mi si stava sgretolando fra le dita.
Da quanto tempo Eric lo sapeva? Niente nel suo comportamento mi aveva fatto sospettare che avesse scoperto la mia tresca. Nemmeno quel mattino, mentre mi parlava del nuovo incarico che aveva affidato a Patrick, mi era sembrato incendiato dalla collera che divampa quando si scopre di essere stati traditi. Com'era possibile che non si fosse ribellato, che non mi avesse fatto alcuna scenata, che si fosse semplicemente limitato ad allontanare Patrick? No, qualcosa non tornava.
Uscii dalla cabina armadio e accesi il computer che Eric aveva lasciato a casa. La curiosità di sapere lottava con la reticenza, con la paura di non essere pronta ad affrontare ciò che avrei scoperto. Ormai, però, non potevo più tornare indietro.
Un pessimo presentimento aveva già messo radici nella mia mente, radici che ben presto mi avrebbero soffocato l'anima se non le avessi estirpate in tempo.
Presi tutto il coraggio che avevo e digitai la password che levò l'ombra sulla verità più insospettabile.
Riconobbi le unghie scarlatte che aprivano maliziosamente i petali del mio fiore, mostrando spudoratamente i miei anfratti lussuriosi. Era la foto che avevo inviato a Patrick. Come faceva ad averla Eric?
Per qualche istante, guardai sconcertata la gigantografia del mio sesso, incapace di qualunque reazione. Quella vista mi aveva spiazzata, confusa, spinta ancora più a fondo nel baratro della solitudine. Ed era solo l'inizio.
Con un timido clic, mi ritrovai catapultata nella stanza dello Sheraton dove Patrick mi aveva bendata e legata al letto. Non credetti ai miei occhi.
In quella camera, infatti, c'era una terza persona che, a mia insaputa, aveva ripreso ogni cosa, immortalando il mio corpo nudo e avido di piacere trafitto prima da un dardo di vetro, poi da quello di Patrick. Il mio sesso luccicante di miele era spiattellato in primo piano, e il mio pertugio inghiottiva quell'asta trasparente per risputarlo e inghiottirlo nuovamente. Le mie labbra si aprivano e abbracciavano quel dardo, la lingua di Patrick blandiva il mio clitoride, i miei gemiti riecheggiavano nel silenzio e le mie voglie si risvegliarono.
La mia vita si stava disintegrando, eppure il mio corpo moriva di desiderio.
Dovevo ammetterlo, se non fosse stato che la protagonista ero io, avrei di certo trovato quel video terribilmente eccitante e avrei fatto l'amore con me stessa davanti a quello schermo. Avrei spalancato le gambe appoggiandole ai braccioli della sedia e avrei vezzeggiato e varcato quegli anfratti vogliosi fino ad urlare di piacere.
Ero confusa, infuriata ed eccitata. Combinazione esplosiva. I miei pensieri parevano cani rabbiosi malamente trattenuti da un recinto troppo fragile, e mordevano e laceravano la mia anima fino ad inghiottirla.
Quante persone avevano visto quel video? E perché era sul computer di mio marito?
C'era una sola spiegazione, un'unica risposta a cui ostinatamente cercai di oppormi, finché il video confermò inequivocabilmente i miei sospetti.
Il misterioso cameraman posò la telecamera sul cavalletto e si avvicinò al talamo al quale ero legata per gustarsi appieno la scena, e io restai di sale. Quell'uomo era Eric, mio marito.
Mi sentii sbriciolata, annientata, annichilita come la mia vita.
Impietrita e con masochistica rassegnazione guardai il video fino all'ultimo istante. Vidi gli occhi di Eric lanciare occhiate d'intesa a Patrick ed incendiarsi di desiderio nel vedermi godere per mano di un altro uomo. Lo vidi tirare fuori il suo sesso e massaggiarselo lentamente, avanti e indietro, senza affrettare l'orgasmo.
Ero sposata con uno sconosciuto. La mia vita era pura finzione, il mio matrimonio era pura finzione, persino il mio amante era finto. Ero vittima di un gioco di cui non sapevo di essere la pedina. Sia Eric che Patrick mi avevano usata per realizzare le loro torbide fantasie.
C'ero cascata in pieno. Non avevo mai minimamente sospettato che Eric e Patrick fossero d'accordo, men che meno che dietro al mio finto tradimento ci fosse la diabolica mente di mio marito.
Il mio dolce, sensibile, premuroso e gentile maritino non esisteva, non era mai esistito. Era solo una maschera, una finzione come tutto il resto, così come Patrick e i suoi discorsi sull'amore.
Ero stata presa in giro dagli uomini più importanti della mia vita.
Quello, però, non era l'unico video custodito da quel computer. Era solo uno dei tanti che riproducevano ogni singolo incontro con Patrick, ogni nostra scopata, ogni bacio, ogni gemito, perfino le volte in cui avevo fatto l'amore con me stessa, e di certo non poteva mancare la mia notte folle a Roma, dove lo avevo fatto per la prima volta con uno sconosciuto e con una donna, e quelle immagini era stato Eric stesso a filmarle. Lui era lì, mentre io lo credevo a New York.
Eric aveva riempito di telecamere l'ufficio, la casa, perfino gli alberghi dove avevo dormito con Patrick. Chissà quante volte si era masturbato guardandomi godere con un altro.
Scorsi tutti i video, ripercorrendo ogni mio incontro con Patrick, ogni carezza, ogni bacio, ogni orgasmo. Di certo non potevo negare che quel gioco mi avesse fatto divertire, ma a che prezzo?
Eric però non si limitava solo a filmare le imprese mie e di Patrick, ma anche le sue con la sua provocante assistente.
«Lo sapevo!» Gridai inviperita, alzandomi di scatto dalla sedia, poi però tornai sui miei passi.
Per quanto mi facesse male, non riuscivo a fare a meno di guardare quella donna gemere e ansimare di fronte alla telecamera che Eric teneva in mano.
I suoi seni ballonzolavano ad ogni spinta e lei li stringeva, strizzando i capezzoli fra le dita. Stavano scopando sulla scrivania di Eric, in ufficio. Chissà quante volte l'avevano fatto a mia insaputa? Chissà da quanto tempo andava avanti quella storia? Forse addirittura prima del nostro matrimonio. Ricordai che quella donna era stata assunta in azienda proprio nello stesso periodo in cui era arrivato Eric, magari la loro storia era iniziata ancor prima di conoscermi.
Fabbricavo castelli, pensieri perversi, immaginando chissà quali infide verità a cui ero sempre, e pateticamente, rimasta all'oscuro.
Fra tutte le menzogne che Patrick mi aveva detto, di certo una verità c'era: Eric non era la persona che credevo, ma nascondeva un lato torbido, perverso, decisamente l'opposto dell'uomo che credevo di aver sposato. Un lato losco sì, ma anche dannatamente intrigante e questo mi faceva infuriare ancora di più.
Ero inorridita e allo stesso tempo affascinata, e mi odiai per questo. Mi odiai per essere anch'io tanto perversa da riuscire ad eccitarmi in mezzo a tutta quella menzogna.
«Sì, sì, dillo che ti piace, fammi sentire quanto godi!» Era la voce infoiata di Eric che incitava la sua amante, e lei ubbidì, miagolando più forte.
Poi l'inquadratura si spostò sui loro sessi. A tutto schermo vidi la verga di mio marito trafiggere il corpo di quella donna, sbattere violentemente contro le sue pareti arrivandole fino all'utero, mentre lei con le dita spalancava le sue labbra picchiettandosi il clitoride.
Lui sfilò il suo fulgido dardo luccicante di miele e lo sfregò avanti e indietro fra i meandri di lei, dal clitoride fino allo stretto pertugio per poi risalire nuovamente attraversando le grandi labbra.
Lei scese dalla scrivania e, ammiccando all'obiettivo per nulla turbata da quella presenza indiscreta, si diresse verso il divanetto. Eric seguì con l'occhio della telecamera l'ancheggiare di quel corpo nudo finché s'inginocchiò sulla pelle morbida e si chinò in avanti mostrando spudoratamente la bellezza peccaminosa dei suoi anfratti.
Con le mani si allargò le natiche, il suo pertugio pulsava voglioso. Scivolò con le dita fra le labbra gocciolanti di lattiginoso miele e, gemendo, varcò la sua soglia. Eric la incitava, eccitato fino allo sfinimento, ma senza smettere d'immortalare quel lussurioso spettacolo, anzi, la inquadrò così da vicino che la sua soglia pareva una bocca spalancata per divorare qualunque cosa, poi le dita umide di lei salirono fino al grinzoso pertugio. Ne seguirono il perimetro umettandolo e forzandolo finché, con un rantolo intenso che pareva arrivasse da un'altra dimensione, lo varcarono. Gemendo, spinse le sue falangi dentro di sé preparandosi a ricevere la fulgida verga di Eric, che non tardò ad arrivare.
Lentamente ficcò il suo dardo in quel tunnel che pareva troppo stretto per riceverlo, la pelle grinzosa si dilatò svelta, e la donna iniziò a urlare così forte che dovetti ammutolire il computer.
Eric iniziò a penetrarla con foga, quasi con violenza, finché di colpo si fermò, restando per qualche istante a godersi il suo piacere riempire quel corpo caldo.
Quando ne uscì, la donna allargò nuovamente le natiche mostrando la sua bocca spalancata, finché il vischioso seme di Eric scivolò fuori come bava.
Mi serviva aria, mi mancava l'ossigeno, non riuscivo a respirare. Andai alla finestra e la spalancai, sperando che la brezza calmasse i miei nervi schizofrenici.
Erano troppe le verità che mi erano piombate addosso in pochi minuti. Troppe per poterle affrontare lucidamente. Troppe da sopportare.
Ma non era l'aria a mancarmi, era quella casa dai mille occhi a soffocarmi. Non restai lì un secondo di più. Scesi le scale e corsi in strada senza prendere nulla tranne ciò che avevo addosso. Eric sarebbe arrivato da un momento all'altro e non avevo nessuna intenzione di incontrarlo, non ora.
Girovagai per le strade senza meta, vittima degli atroci pensieri che mi straziavano la mente.
Ero un gabbiano ferito e smarrito che vagava in cerca di un rifugio.
Persa nella mia solitudine attraversai la strada senza guardare, e per poco non mi feci travolgere da una moto. La sentii sfrecciarmi accanto, quasi sfiorarmi, e mi risvegliai dal mio torpore. Il motociclista rallentò fin quasi a fermarsi, poi fuggì via.
Fuggi, fuggi. Pensai. Fuggi anche tu. Ma il motociclista non si allontanò. Mi seguì senza che me ne accorgessi, mescolandosi al traffico e ai suoi rumori, percorrendo insieme a me quelle strade tanto familiari eppure ora quasi sconosciute.
Non c'era più traccia della sicurezza che avevo imparato a gustare, e nemmeno della spavalda seduzione che avevo ostentato e di cui mi ero sentita intrisa.
Era quella, forse, la cosa che mi aveva ferita di più. Non era stata una folle attrazione a spingere Patrick ad avermi a tutti i costi, ma era stato solo un gioco, una scommessa, forse una sfida.
Qualunque fosse il motivo non era comunque certo stato l'istinto a guidarlo, ma solo ed esclusivamente il freddo calcolo ordito dalla diabolica e perversa mente di mio marito.
Quando una donna perde la consapevolezza della propria forza, perde tutto.
Continuai a vagare ignara dell'angelo o del demone che, a cavallo della sua moto nera, mi seguiva, finché la tasca della giacca vibrò. Ne estrassi il cellulare e vidi che era Eric a chiamare.
Non risposi. Di certo era rientrato a casa e si era accorto che avevo scoperto il suo inganno.
Il telefono squillò e squillò ininterrottamente seguendo ogni mio passo come un'ombra. Ma respinsi ogni chiamata. Avevo già troppa confusione in testa per metterci dentro anche le sue parole.
In quel momento mi accorsi del mio misterioso inseguitore. Chi era? Cosa voleva da me? Accelerai il passo cambiando spesso direzione, ma lui non mi perse mai di vista.
Mi sedetti su di una panchina e attesi la sua mossa. Con una rapida accelerata mi sfrecciò davanti, senza però rinunciare a lanciarmi un'occhiata che pareva una mano a cui aggrapparmi.
Il suo viso era quasi interamente celato dal casco, ma quegli occhi avevano la luce spavalda e avida tipica di chi si sente il padrone del mondo e di chi ancora non si sente addosso il peso degli anni.
La t-shirt aderiva sui suoi muscoli tonici come una seconda pelle. La forza e la mascolinità selvaggia che trasudava erano enfatizzati dal senso d'istinto e libertà che trasmetteva la moto che cavalcava. Chi sceglie il precario equilibrio delle due ruote non fa calcoli. Prende la vita come viene senza lasciarsi sfuggire le opportunità più succulente. In quell'istante decisi.
Volevo dimostrare a Eric, a Patrick e soprattutto a me stessa che non ero una pedina nelle loro mani, ma che ero padrona di me stessa, della mia vita e del mio corpo e che ero libera di provare piacere con chiunque volessi. Calzai di nuovo i panni dell'infallibile seduttrice e camminai ancheggiando fino a raggiungere il motociclista fermo al semaforo. Gli lanciai un'occhiata carica di promesse e scivolai in un vicolo chiuso, dove perfino il sole si rifiutava di entrare. Era il retro di un locale notturno che a quell'ora era ancora deserto. Il rombo della moto riecheggiò in quello stretto cunicolo, rimbalzando sui muri sgretolati fino a trafiggermi le tempie.
Se ne stava fermo, a cavallo della sua moto, pronto a fuggire, stritolato dall'incertezza, scervellandosi su cosa quella pazza di fronte a lui avesse in mente. Era indeciso se restare o no, ma in quegli occhi fiammeggianti lessi tutta la brama e il desiderio che lo stavano trascinando fra le mie gambe.
Mi voleva, eccome se mi voleva e sentii il piacere di sentirmi irresistibile scorrermi nelle vene, e ammorbidire i miei movimenti.
Quell'uomo avrebbe potuto essere chiunque: un assassino, il mio vicino di casa, un cameriere, un sadico violentatore, ma non m'importava. Per me, in quel momento era ciò che mi serviva per rivendicare la mia libertà.
Ancheggiando lentamente mi avvicinai a lui. Ad ogni passo sollevavo un po' la gonna finché scoprii le mie labbra affamate. Poi mi fermai, in mezzo al vicolo, e infilai le dita fra le mie gambe. Enfatizzando i miei gemiti, le immersi nel mio miele. La gonna era sollevata fino alla vita ed entrambe le mie mani erano fra le mie cosce e si muovevano fra quei pertugi e quelle valli guidate dall'estremo desiderio di godere fino allo sfinimento.
Il mio fiore pulsava d'eccitazione, fremeva per il desiderio di essere penetrato da quello sconosciuto. Sentivo il piacere rasentare il limite del non ritorno. Sarebbero bastati pochi colpi per farmi vedere le stelle. Così levai le dita e me le portai alle labbra, succhiandole.
Lo sconosciuto non si trattenne più. Scese furiosamente dalla moto scaraventò il casco per terra, liberando una folta chioma corvina, e si precipitò da me.
Avevo decisamente scelto bene. La sua avvenenza era indiscutibile e il vistoso rigonfiamento nei pantaloni smascherava una verga dalle dimensioni decisamente sopra la media.
Si slacciò la cintura e quel dardo schizzò fuori dirompente pronto a trafiggermi. Lo afferrai con entrambe le mani e lo massaggia scivolando sulla sua pelle già umida.
Lui mi afferrò le natiche con avida bramosia, io gli saltai in braccio e mi conficcai la sua verga fra le gambe. Mugolai sentendo quel dardo strofinarsi fra le mie pareti e farsi strada dentro di me. Lui con due passi mi appoggiò con la schiena contro il muro e iniziò a scoparmi rantolando famelico. Il suo respiro carezzava il mio collo, il suo profumo legnoso si intrufolava nelle mie narici. Afferrai i suoi capelli e dondolai in bilico su quella verga, sentendo il piacere crescere, divorarmi le viscere, impadronirsi della mia voce fino a riempirmi per esondare in un urlo che, riecheggiando in quel vicolo deserto, pareva voler raggiungere Eric e Patrick, ovunque fossero.

È solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 10)

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Nonostante Eric mi avesse concesso un giorno di vacanza, decisi lo stesso di andare al lavoro. Lì almeno avrei avuto la mente occupata. Oltretutto Patrick era in viaggio per affari, quindi non avrei nemmeno dovuto fingere che fra noi non ci fosse nulla.

Neanche il lavoro, però, frenò i miei impertinenti pensieri.

Avevo smesso di amare mio marito? No, lo amavo come sempre, ma mi mancava il brivido del proibito, mi mancava la prepotente passionalità di Patrick, la sua capacità di travolgermi e stravolgermi. Mi mancavano le sue mani avide sulla mia pelle, il suo sguardo infuocato, il suo sfrontato membro a riempirmi di piacere e soprattutto mi mancava ciò che ero con lui. Avevo bisogno di Patrick per liberarmi di me stessa.

Eric e Patrick, Patrick ed Eric, fisicamente così simili eppure così dannatamente diversi.

Eric era la dolcezza e la normalità, Patrick la strafottenza e la trasgressione. Forse inconsciamente avevo completato il cerchio trovando in Patrick ciò che mancava ad Eric. Questo almeno era ciò che credevo.

Possibile, però, che Eric non avesse mai ceduto alle lusinghe delle altre donne? Non ci avevo mai pensato prima, ma ora che era capitato a me, non mi pareva possibile che lui non mi avesse mai tradita.

La sua avvenenza non lo faceva di certo passare inosservato. E non gli mancavano nemmeno le occasioni, a partire proprio dalla sua assistente: la bionda tutto pepe che lo seguiva ovunque come un’ombra.

Sentii salirmi un’inquietudine. Sesto senso, istinto femminile, perspicacia o semplice intuizione, qualunque cosa fosse non riuscii ad ignorarla.

Mi alzai dalla mia postazione e mi precipitai agli ascensori. Freneticamente pigiai tutti i bottoni. Come al solito quando si ha fretta, erano tutti quanti impegnati.

Non c’era tempo da perdere. Sentivo che qualcosa stava accadendo proprio in quegli istanti, ed io ero lì bloccata in un ascensore che se ne strafregava della mia fretta.

Quando finalmente la porta si aprì, schizzai fuori e percorsi tutto il corridoio in preda all’ansia di non sapere cosa avrei trovato oltre quelle pareti.

Quando raggiunsi l’anticamera dell’ufficio di Eric, vidi che la scrivania della biondina era vuota. Lei era con lui.

Con il cuore in gola mi avvicinai lentamente alla porta socchiusa, e mi mancò il respiro.

 

«Sì, sì, proprio lì … no, aspetti, un po’ più a destra, … ecco sì, sì, così …» Era la voce della biondina.

 

Oddio … Pensai, in preda al panico. Che le sta facendo?

 

«Va bene così?»

 

Mi andò il sangue alla testa, già vedevo mio marito con la testa fra le gambe della biondina e le domandava pure se le andava bene. Non ci vedevo più dalla rabbia. Che fare? Entrare e coglierli in flagrante o andarmene e fare finta di nulla? In fondo non potevo certo fargli una scenata, visto che anch’io me l’ero spassata senza di lui.

 

«Sì, sì … lì è proprio perfetto»

 

Avevo sentito abbastanza. Non mi trattenni più ed entrai. Ma quando spalancai la porta, ciò che vidi mi spiazzò.

 

«Denise, Tesoro, non dovresti essere a casa?»

 

Mio marito se ne stava in piedi su una sedia, appiccicato al muro, intento ad appendere un quadro, mentre la sua diligente assistente lo aiutava nell’impresa.

Il mio sesto senso aveva decisamente sbagliato tutto.

 

«Infatti – Mi affrettai a rispondere – Sono venuta qui proprio a dirti che ho cambiato idea, quindi, se hai bisogno di me, sai dove trovarmi»

 

Uscii subito da lì, ignorando Eric che continuava a chiamarmi, ma avevo bisogno d’aria e di calmarmi.

Non sapevo se essere più sollevata o dispiaciuta per non averlo trovato fra le gambe della biondina.

Sollevata lo ero di certo, ma ero anche mortificata per aver dubitato di lui e per aver quasi sperato che mi tradisse per sentirmi meno in colpa.

 

Quella notte non riuscii a prendere sonno. Eric dormiva come un ghiro accanto a me, mentre io non riuscivo a chiudere occhio.

Il cellulare vibrò sul comodino per l’arrivo di un sms. M’illuminai.

Per quanto ne sapevo poteva essere anche l’avviso del credito in esaurimento, ma io ero certa che fosse Patrick.

Eric continuava a dormire, presi il telefono e silenziosamente scivolai giù dal letto cercando di non svegliarlo.

Non appena uscii dalla camera, guardai lo schermo. C’era semplicemente scritto:

 

- Apri il pacco -

 

Mi sentii avvampare d’eccitazione. Cosa aveva organizzato stavolta? Quell’uomo intrigante era una fonte inesauribile di fantasia e lussuria. Non esisteva noia con lui. Sapeva sorprendermi, fagocitarmi nelle sue perversioni e manovrarmi a suo piacimento. Era in grado di farmi fare qualunque cosa.

Come una ladra scesi furtivamente le scale e corsi a prendere il pacco che mi aspettava lì, sul tavolo, dove lo avevo lasciato al mattino.

La notte aveva prosciugato ogni rumore. In quel silenzio irreale ogni minimo suono, anche il più flebile, pareva un allarme lanciato dall’universo per svelare il mio misfatto.

Ero un’ombra nell’oscurità. L’unica mia testimone era la luna che sbirciava dalle imposte.

Presi un coltello dalla cucina e lo affondai nel nastro che lo sigillava.

All’interno c’era un cofanetto nero, chiuso da un fiocco rosso dal quale sbucava una busta dello stesso colore.

Sfilai la busta ed estrassi il biglietto che custodito al suo interno.

C’era scritto:

 

- Mettiti comoda davanti ad uno specchio e apri il cofanetto -

 

Non c’erano nomi e nessun altro dettaglio, ma sapevo che era tutta opera di Patrick. Ubbidii.

Col cuore che galoppava verso il piacere e il mio fiore intriso di voglia, raccolsi tutto e mi chiusi in bagno. Lì uno specchio arrivava fino al pavimento.

Mi sedetti sulla pedana e, con le mani tremanti per la frenesia, sciolsi il nastro. La confezione si aprì svelando un biglietto e un trionfo di velluto rosso.

 

- Mettilo e guarda quanto sei bella -

 

Quell’attesa, quella specie di caccia al tesoro mandò la mia eccitazione alle stelle. Mi stuzzicava e mi lusingava che Patrick pensasse al mio piacere ovunque lui fosse. Un gioco erotico senza fine.

Scostai il velluto e vidi che celava un aggeggio che aveva tutta l’aria di essere un vibratore. Era uno scrigno di giocattoli erotici.

Patrick voleva che mi toccassi davanti allo specchio, che vedessi il mio fiore sbocciare fra le mie gambe e che mi eccitassi guardandomi godere. Voleva che mi vedessi come mi vedeva lui.

Accesi tutte le candele che trovai. La penombra lattiginosa si colorò con la loro calda luce. Mi sedetti davanti allo specchio e allargai timidamente le gambe. Le fiammelle ballonzolavano sul pavimento e si allungavano sulla mia pelle nuda fino a far scintillare il mio peccaminoso frutto intriso di nettare. Tutto il resto spariva nell’oscurità. Anche il mio viso.

Era così sensuale guardare quel corpo nudo e anonimo riflesso nello specchio. Era come avere un’altra donna di fronte a me, una donna che si contorceva dal piacere. Era la mia parte istintiva ed erotica che si liberava, la mia me più sensuale e lussuriosa che faceva l’amore con l’universo.

M’immersi fra i miei umori e mi abbandonai alle mie peccaminose voglie.

Le dita scorrevano sulla mia pelle e le mie labbra parevano danzare fra di esse invogliandomi a carezzarle sempre di più.

Il piacere saliva e il mio peccaminoso frutto pulsava d’eccitazione. Voleva provare il nuovo giocattolo. L’accontentai.

Lo presi fra le mani scaldando la sua superficie liscia e cromata, poi lo portai fra le mie gambe, lo feci scivolare fra quei meandri affamati e intrisi di prelibato unguento, stuzzicai il clitoride e infine varcai la soglia del piacere. Un gemito mi nacque in gola.

Chiusi gli occhi e immaginai che fosse il membro di Patrick a penetrarmi. Con una mano spingevo e ritraevo quell’argenteo dardo dentro e fuori di me, mentre con l’altra mi dedicai al turgido promontorio gonfio d’eccitazione.

Poi a malapena riuscii a contenere un urlo per la sorpresa, quando improvvisamente l’aggeggio dentro di me cominciò a vibrare insieme a ciò che il cofanetto ancora custodiva. Il piacere si fece più intenso, espandendosi dentro di me. Ogni vibrazione raggiungeva nuove parti del mio corpo fino a conquistarlo interamente.

Allungai alla cieca una mano nel cofanetto e ne estrassi un telefono.

Capii che era un Boditalk, in pratica un vibratore comandato a distanza attraverso quel cellulare. Patrick mi stava scopando da centinaia di chilometri di distanza.

Sentii l’eccitazione avvamparmi fin nelle viscere. Era come averlo lì, in casa mio e con mio marito nell’altra stanza. Era come se fossero state le sue mani a infilare quel dardo nella mia carne, come se quello fosse stato il suo membro.

Era tutto così sbagliato, peccaminoso e così dannatamente eccitante.

Ero posseduta dal desiderio. Di nuovo la sensazione di essere nelle sue mani, di nuovo quell’incertezza, di nuovo in bilico fra paura ed eccitazione. Stavolta la paura non era però rivolta a Patrick e alle sue fantasie, ma a mio marito che dormiva a pochi passi da me e che avrebbe potuto scoprirmi in qualsiasi momento.

Accettai la chiamata, ma senza dire nulla. Ero sopraffatta dall’estasi.

La voce calda di Patrick mi attraversò il corpo fino a mordermi il ventre, amplificando il mio piacere:

 

«Ti piace il mio regalo?»

 

«Oh, sì» Ansimai in preda alle scariche vibranti che mi assalivano, e soggiogata dalla sua erotica voce che mi penetrava l’anima.

 

«Allora fammi sentire quanto ti piace. Voglio sentirti godere»

 

Liberai la voce, lasciai che udisse tutto il mio piacere e quello della donna allo specchio, che si eccitasse sentendo i miei gemiti e sapendo che era lui, ovunque fosse, a farmi godere così.

Non esisteva nient’altro all’infuori di noi due. Quell’orgasmo mi proiettò altrove insieme a lui, nell’universo parallelo dove s’incontrano le anime travolte dall’estasi del piacere più sublime.

 

Quando tornai in camera, sconvolta e stravolta, raggelai. Il letto era vuoto, Eric non c’era.

Mi mancò il respiro, il panico mi stava strozzando. Mi sentii perduta immaginando quello che mio marito avesse visto o sentito. La vergogna mi stritolò lo stomaco e giurai a me stessa che se l’avessi passata liscia non ci sarei più ricascata. Avrei troncato definitivamente con Patrick. Avevo deciso.

Poi vidi Eric arrivare con in mano un bicchiere d’acqua. Non si accorse nemmeno che ero lì impalata davanti alla porta del bagno. Mi passò davanti e tornò a letto, bevve un generoso sorso d’acqua e si accucciò beato fra le coperte. Non si era accorto di nulla.

Sollevata, ricominciai a respirare e lo raggiunsi.

Sì, avrei chiuso con Patrick … Un giorno o l’altro … Forse.

 

 

 

 

 

 

 

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È solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 6)

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Quella mattina, quando un raggio di sole schizzò sul mio viso, avrei voluto girarmi dall’altra parte e rituffarmi in quel sogno così eccitante che mi aveva accompagnata per tutta la notte.

Portai una mano al mio seno e fra le mie gambe e sentii la pelle nuda sotto le dita. Oh, no! Pensai. Afferrai il telefonino che giaceva insolitamente abbandonato accanto a me e quando lo schermo s’illuminò ciò che vidi fu il primo piano del mio sesso.

“Cazzo!” Ringhiai scagliandolo di nuovo fra le lenzuola, quasi schifata da quella vista e da ciò che rappresentava.

Raggelai. Era tutto vero. Anch’io ero entrata a far parte della schiera delle mogli con l’amante.

Impiegai qualche istante per riordinare le idee, giusto il tempo necessario affinché gli orgasmi provati il giorno prima mi esplodessero nella mente, insieme a tutto il resto.

Ripresi in mano il telefono e andai a cercare i messaggi di Patrick. Quando li trovai un sorriso beffardo mi si stampò sul viso.

Nuda, senza nemmeno cercare gli slip, andai nella cabina armadio alla ricerca di quelle scarpe tacco 10 che non mettevo da una vita. Rosse, di vernice, sexy come mi sentivo in quel momento. Le calzai e mi guardai allo specchio.

Non male. Pensai.

Con un paio di scarpe del genere ci voleva un vestito adatto, ma dovevo pur sempre andare in ufficio. Scelsi un intrigante abito nero che mi fasciava come un guanto e con un profondo spacco lungo una coscia. I miei seni tracimavano da quel vestito in due voluttuosi promontori che attendevano di essere scalati.

Sotto non misi nulla.

Scesi in strada per raggiungere la caffetteria dove quotidianamente avevo appuntamento con Mandy, mia sorella, per la colazione.

La brezza mattutina che respirava fra le mie gambe, e le mie cosce che accarezzavano le labbra libere da costrizioni mi regalavano continui brividi d’eccitazione. Mi sentivo addosso gli occhi di tutti, e mi piaceva. Mi sentivo irresistibile.

Ancheggiando su quei tacchi raggiunsi Mandy che se ne stava, ancora mezza addormentata, seduta in un angolo della terrazza del locale.

Il cameriere, che fino a quel giorno mi aveva dedicato la stessa attenzione riservata ad un palo della luce, quel mattino si dimostrò particolarmente servile: mi scostò la sedia e mi dedicò una quantità tale di sorrisi che compensò tutti quelli che non mi aveva fatto nei cinque anni precedenti.

Basta sentirsi sexy, per esserlo.

 

“Wow – Esordì Mandy, sgranando gli occhi – Sei uno schianto! Ma dove devi andare svestita così?”

 

“Ma se la gonna mi arriva al ginocchio” Protestai scherzosamente.

 

“Sì, ma hai uno spacco che ti arriva in gola! Qua intorno stanno divorando più te della colazione che hanno nel piatto!”

 

Quando arrivai in ufficio ormai le lusinghe che avevo ricevuto non si contavano più e io mi crogiolavo in quelle attenzioni, alimentando una sensualità che fino al giorno prima non sapevo nemmeno di avere.

Patrick non c’era ancora. Smaniosa continuavo a buttare gli occhi nel corridoio impaziente di vederlo, e a tenere le orecchie puntate sui passi dei miei colleghi sperando di distinguere i suoi, lunghi e cadenzati, ma niente.

Ora che non temevo più d’incontrarlo e di restare sola con lui, ora che avevo ceduto alle sue lusinghe e alle mie tentazioni, lui si faceva desiderare. Stronzo Pensai Te ne sei già trovato un’altra? Verme schifoso! Hai avuto ciò che volevi e ora mi scarichi come una sciacquetta qualunque? Be’ caro il mio bel playboy ho una notizia per te: IO a giocare ho appena iniziato.

Mentre sfogavo tutta la mia rabbia insultandolo col pensiero, lo vidi arrivare. Vidi dapprima il suo piede conquistare il pianerottolo, seguito dalle sue gambe tornite, celate dal nero della stoffa, e dal suo membro silente fra i suoi pantaloni. Indugiai sul suo petto inguainato in una camicia troppo candida per quell’uomo perverso e sentii il cuore tuffarsi fra le mie cosce.

Avida lo guardai percorrere tutto il corridoio osservando ogni suo gesto. Lo vidi salutare viscidamente tutte le mie colleghe finché si ritirò nel suo ufficio senza degnarmi di uno sguardo.

Furente mi alzai dalla mia postazione intenzionata a farlo mio ancora e ancora e ancora.

Ancheggiando lentamente, dall’alto dei miei tacchi rossi, passai davanti al suo ufficio e non lo degnai di uno sguardo.

Era come se i mie passi avessero il potere di fermare il mondo. Dietro di me solo una scia di silenzio contemplativo. Avevo tutti gli occhi addosso, ed era come se fossero mani che carezzavano la mia pelle infuocando le mie voglie.

Non feci in tempo a raggiungere lo sgabuzzino che lo sentii chiamarmi:

 

“Denise potresti venire nel mio ufficio?”

 

Contenendo un sorriso vittorioso, tornai sui miei passi e andai da lui.

 

“Hai bisogno di me?” Mormorai entrando.

 

Non c’era più la Denise schiava della ragione. Era volata via insieme ai tre orgasmi del giorno prima. Ora in quell’ufficio c’era solo la lussuriosa Denise.

 

“Non sai quanto – Rantolò – Chiudi la porta”

 

Se ne stava in piedi, dietro la scrivania dove mi aveva presa la sera prima, e mi mordeva con quei suoi occhi famelici senza celare la voglia di avermi ancora.

Io in silenzio obbedii e lentamente mi avvicinai a lui. I miei passi sul pavimento riecheggiavano come i rintocchi di un orologio allo scoccare della mezzanotte. Costanti e inesorabili.

Lasciai che mi scrutasse, che m’immaginasse nuda sotto quel tubino nero che si apriva con un profondo spacco sulla mia coscia.

Vedevo la sua eccitazione crescergli fra le gambe e gonfiargli le vene.

Scintille voluttuose stuzzicarono il mio ventre, salirono sul seno inturgidendo i miei capezzoli e scivolarono giù fra le mie gambe.

Maliziosamente scostai lo spacco fino a scoprire il mio sesso nudo e umido, e lo accarezzai ansimando, scivolando sulla mia pelle liscia e bramosa. Allargai i rossi petali del mio peccaminoso fiore e violai, gemendo, la fessura con un dito. Poi lentamente lo sfilai e lo portai alla bocca succhiando tutti i miei umori.

Vidi il suo petto espandersi e contrarsi più velocemente. Stava frenando l’impulso di saltarmi addosso perché voleva scoprire cosa avessi in serbo per lui.

Mi eccitava avere in pugno il suo piacere e calibrare i miei movimenti per amplificare la sua voglia di possedermi.

Era schiavo delle sue pulsioni. Era schiavo delle mie voglie.

Salii con le ginocchia sulla scrivania, con una mano afferrai la sua camicia e lo attirai a me, mentre con l’altra  mi avventai fra le sue gambe, e a quel punto sguinzagliò tutta la smania di avermi. Mi ritrovai addosso la furia della sua carne, la sua passione prepotente, la sua brama di prendersi tutto e mi gettai in quelle fiamme ardenti desiderosa di dargli tutto. Tutto il piacere, tutto il mio corpo, tutta la mia voglia, senza remore, senza pudori, senza freni.

La sua lingua irruppe nella mia bocca e trascinò la mia in una danza erotica che mi divorò i sensi. Succhiò le mie labbra, ed era come se mi succhiasse fra le gambe. Divorò la mia pelle scendendo lungo il collo e, facendosi largo fra la stoffa che ancora li ricopriva, approdò sui miei capezzoli. La sua lingua li lambì dolcemente prima che i suoi denti li afferrassero facendomi gemere per quel dolce dolore, preludio dell’estasi più totale.

Liberai la sua verga e mi chinai per inghiottire tutto il suo piacere, mentre le sue mani si immersero negli umori che annegavano il mio frutto lussurioso. Con la lingua lambii il glande, ne seguii i contorni, mi intrufolai nella piccola fessura e lo succhiai, lo baciai e tornai a leccarlo lentamente, dando così il ritmo anche alla sua mano che si muoveva fra le mie gambe.

Senza dire nulla si allontanò da me e mi aiutò a scendere dalla scrivania.

Si era ripreso il comando.

Portò la sua poltrona di fronte al divano, mi ci fece sedere sopra e poggiare le gambe sui braccioli.

 

“Toccati per me” Disse, accomodandosi sul divano.

 

Voleva che mi masturbassi davanti a lui. Lo accontentai.

Con la mano scivolai fra le labbra, mentre con l’altra liberai completamente il seno dal vestito e accarezzai i capezzoli gonfi d’eccitazione.

Patrick cominciò a muovere la sua mano su e giù lungo la sua vigorosa asta.

Era eccitante farsi guardare da lui, terribilmente eccitante.

Mi piaceva vedere la bramosia esplodergli dentro senza che io lo toccassi e lasciando che fosse il mio piacere, la mia sensualità, la mia voglia a far godere entrambi.

I miei muscoli si contraevano in spasmi vogliosi, e il piacere guidava le mie dita fra quei meandri lussuriosi.

Strofinai le labbra fra le dita, vezzeggiandole, coccolandole. Percorsi i contorni della mia fessura, invogliandola, poi con un gemito la penetrai e andai a fondo. Dentro e fuori, dentro e fuori. I miei umori sgorgavano come nettare prelibato che voleva essere leccato, succhiato.

Avrei voluto la sua lingua là sotto e la sua verga a trafiggere la mia fessura fino a farmi gridare, ma non era il momento.

Allargai le labbra con entrambe le mani mostrandogli tutto. Sentivo pulsare la smania, la frenesia di essere scopata e di godere, godere di lui, con lui e per lui.

Lui non resistette. Si alzò di scatto e mi ficcò il sua membro in gola.

Lo divorai. Leccai tutto il succo che lo inumidiva e lo succhiai avida. Lo spingevo dentro la mia bocca e lo sputavo fuori per poi ingoiarlo nuovamente. Con una mano Patrick mi tenne la testa e iniziò a scoparmi la bocca con prepotenza, muovendosi sempre più forte e spingendo il suo sesso sempre più in profondità. Lo sentii grosso e fiero fra le mie labbra, sulla mia lingua e il mio palato e sentii la sua pelle tendersi, tirarsi nell’estremo sforzo per poi esplodermi nella bocca e sgorgare dalle mie labbra.

Sazio si chinò fra le mie gambe. Le sue dita esplorarono le mie cavità e i miei anfratti delicatamente, poi, con la lingua piena, scivolò dal perineo fin sul clitoride. Dovevo trattenere i gemiti per evitare che oltrepassassero le sottili pareti di quella stanza, ma trattenermi mi sembrava una violenza, un sopruso che m’impediva di godere liberamente.

Ero talmente stordita dal piacere che non mi ero accorta che dal cassetto aveva preso una scatolina.

Sentii qualcosa di freddo e pesante forzare la mia fessura. Aprii gli occhi e vidi che una cordicella collegata ad una pallina argentata penzolava dal mio sesso. Erano le perle della Geisha.

Lo vidi raccogliere anche l’altra e infilarla dentro di me venendone inghiottita.

Prese fra le mani la cordicella e iniziò a tirarla dolcemente. Sentii muovere le perle, accarezzare le mie pareti, mentre la sua lingua succhiava il mio dolce frutto. I miei gemiti si fecero più forti, intensi, selvaggi, annunciando che l’orgasmo stava per arrivare. Con le dita umide dei miei umori massaggiò il mio secondo pertugio e lo penetrò. Sentii una scarica intensa partire da quelle dita e schizzarmi lungo le cosce. Allargai le gambe in preda all’estasi di un orgasmo che pareva infinito. Ogni gesto di Patrick era calcolato per portarmi più vicino possibile alla cima del piacere, ma senza raggiungerla. Voleva tenermi lì, e torturarmi di piacere fino allo sfinimento. E io sarei rimasta lì, vittima di quel dolce martirio per l’eternità.

Poi esplosi dando finalmente pace ai miei sensi.

Esausta, mi lasciai andare sulla poltrona. Avevo tutti i muscoli intorpiditi. Feci per togliere le perle, ma Patrick me lo impedì.

 

“Non farlo. Voglio che restino dentro di te finché non tornerò a riprendermele”

 

“Ma non tornerai prima di stasera!” Protestai.

 

“Lo so – Disse baciandomi e aiutandomi a rialzarmi – E voglio che per tutto il giorno queste perle ti facciano impazzire dalla voglia di avermi”.

 

 

 

 

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E’ solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 5)

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Esausta e accaldata restai stesa sul letto attendendo che il respiro si normalizzasse.

Lo squillo del telefono mi strappò da quel mondo peccaminoso e attraente in cui mi stavo perdendo per ficcarmi a forza nella realtà.

Sapevo chi era. Istintivamente cercai di ricompormi, sedendomi sul letto e coprendomi pudicamente con il telo, come se il mio interlocutore potesse anche vedermi oltre che sentirmi, capendo ogni cosa.

Mi sentii nuda nel corpo e nell’anima. E mi sentii sola.

«Ciao Amore»

Era Eric, mio marito. Il senso di colpa si avventò sul mio fegato come un branco di piranha da troppo tempo senza cibo.

«Ciao Eric – Risposi con la voce più innamorata che fosse mai uscita dalla mia bocca. – Quando torni?»

Avrei voluto che tornasse in quello stesso istante. Magari l’averlo vicino avrebbe messo freno alla mia voglia di Patrick e avrei avuto il coraggio di troncare con lui una volta per tutte. Di sicuro avrei avuto molto meno tempo a disposizione e tutto sarebbe sfumato nel nulla. Forse.

«Venerdì, lo sai … Ma che hai? Hai il fiatone?»

«No, sì, be’ … è che sono accaldata, credo si sia rotta l’aria condizionata»

«Chiama il tecnico, anzi, sai che faccio? Lo chiamo io, ho il numero sul cellulare, così non devi impazzire a cercarlo, e domani quando tornerai dal lavoro, sarà tutto ok. Riuscirai a resistere una notte senza il tuo amato condizionatore?»

«Resisterò» Davvero una grossa parola avevo scelto. Una parola che avrei voluto che abbracciasse molto più delle mie capacità di sopportare una notte senza condizionatore.

Io lo avevo tradito e lui invece era così premuroso da occuparsi di me anche a chilometri di distanza. Mi sentii morire. Ma come avevo potuto?

Io, la razionale calcolatrice dalla vita organizzata con precisione maniacale, scrupolosa fino allo sfinimento persino nell’ordinare i cassetti della biancheria, come avevo potuto lasciarmi andare così? Come avevo potuto fare una cosa così sbagliata? Sbagliata sì, ma così maledettamente piacevole. Al solo pensiero mi sentii nuovamente avvampare.

Forse però anche la gentilezza di Eric celava qualcosa. Forse anche lui aveva qualcosa da farsi perdonare, magari era semplicemente il fatto di essere spesso fuori per lavoro a farlo sentire in colpa.

Ma quei dubbi erano solo i miei patetici tentativi per farmi sentire meno in fallo. A guidare le premure di Eric non era il suo senso di colpa ma solo la sua innata gentilezza e il suo esserci sempre e comunque.

La sbagliata ero io, non certo lui.

«Mi manchi» Sussurrò prima di lasciarmi di nuovo sola e nuda con le mie paure.

 

Quella notte non chiusi occhio. Il caldo mi faceva rotolare nel letto alla ricerca di qualche centimetro di lenzuolo fresco, ma questo si appiccicava di continuo alla mia pelle.

Erano ore che non vedevo Patrick, ma lui non si era allontanato da me un solo istante. Più cercavo di cacciarlo via dalla mente e dal corpo e più la voglia di lui mi scoppiava dentro con tutta la violenza con cui mi aveva presa la prima volta.

Rivedevo i suoi occhi bruni divorarmi, sentivo la prepotenza dei suoi baci sulla mia pelle e il piacere esplodermi dentro grazie al suo membro turgido e gonfio d’eccitazione per me.

 

Il cellulare vibrò per l’arrivo di un messaggio:

 

- Mi sto segando per te … -

 

Era Patrick. Avvampando per la schiettezza di quelle parole e col cuore che partì a mille, le rilessi più volte per essere certa d’aver capito bene, poi scoppiai a ridere come una bambina che ha appena sentito dire una parolaccia.

Si stava masturbando pensando a me! Lo eccitavo così tanto da doversi sfogare anche da solo! Mi sentii lusingata, mi sentii porca fino al midollo, mi sentii sexy, sensuale, irresistibile. Forse era proprio quello ad attirarmi di più in tutta quella faccenda: era come mi faceva sentire.

Stetti al gioco e gli risposi:

 

- Vorrei essere lì e farlo io stessa … -


- E io vorrei che fossi qui … Ti voglio Denise! E voglio una tua foto. Ora! Voglio godere su una foto del tuo fantastico culo … -

 

Quella dichiarazione così esplicita scatenò l’impertinente fremito dell’eccitazione. Lo sentii scivolare fra le mie gambe, scaldarmi la pelle, contrarre i miei muscoli e inturgidirmi i capezzoli.

Poggiai il cellulare a terra, mi accucciai lì sopra e con due dita allargai le labbra mostrando all’obbiettivo tutto lo splendore del mio sesso. Scattai la foto e la riguardai. Era spudoratamente porca e dannatamente eccitante. Le dita laccate di rosso schiudevano un mondo di valli lussuriose, monti peccaminosi, pertugi e pozzi neri che non chiedevano altro che essere leccati, baciati e penetrati senza sosta.

Gliela inviai. Attesi impaziente per alcuni minuti senza ricevere una risposta. Controllai più volte che non si fosse scaricata la batteria, ma nulla. Il mio cellulare era a posto e la ricezione era perfetta. Semplicemente era lui a negarsi. Poi un messaggino svegliò il telefono.


- Ho inzozzato il telefono godendo sulla tua foto! Sei splendida e non vedo l’ora di scoparti ancora e ancora e ancora … -


Quel fuoriprogramma mi aveva dannatamente divertita ed eccitata, come tutta quella storia. C’era una sola spiegazione: ero una fottuta porca.

Ok, tutto quel sesso extraconiugale era un tradimento vero e proprio, ma se non l’avessi fatto, se avessi strozzato le mie pulsioni, annegandole nel ciò che si deve fare e ignorando ciò che invece si vuole, avrei tradito me stessa.

Io ero anche quello. Potevo combattere contro me stessa, ma sarebbe stata una battaglia persa in partenza. Potevo farmi schifo finché volevo, ma ciò non avrebbe cambiato le cose di una virgola. Se avessi troncato quella storia avrei fatto di certo la cosa giusta, agli occhi del mondo e soprattutto verso mio marito, ma come l’avrei messa con me stessa? Mi sarei annullata insieme a tutte le mie voglie e mi sarei ingrigita come già stavo facendo prima che Patrick arrivasse a sconvolgere il mio mondo, facendomi capire che c’era un’altra Denise dentro di me che stava urlando per farsi sentire. Ora l’avevo sentita anch’io quella Denise e volevo a tutti i costi conoscerla fino in fondo.

 

… Continua …

 

 

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