Archivio mensile:aprile 2013

Ce l’hai un’amica?



E’ una domanda che ciclicamente  ritorna come le rondini a primavera.
Sì perché al maschietto in fase ormonale galoppante la prima fantasia erotica che gli sovviene a mente, quando tutto il sangue gli affluisce alla cappella e priva il cervello delle necessarie sinapsi è quella. Due donne intorno al suo uccello.

“Oh ma è possibile che tutti con st’amica?” sbuffo io.

“Io non sono tutti!” ha risposto lui, cerebro-privo da mancato afflusso di sangue.
Perché il maschietto ingrifato immagina che io, scrittora erotica ormonalmente attiva sia contornata da amiche gnocche possibilmente ninfomani con cui vado in giro per la capitale a cerca di cazzi da spolpare. Manco fossimo le protagoniste di Sex and the City. Che poi dico, vuoi mettere la Grande Mela con la Capitale?Lì  alle belle fighe taccate Manolo Blahnik basta andare a un cocktail, un vernissage, un brunch  ed ecco apparire magicamente il figaccione di turno che se ne rimorchia una. Un cenno ad un taxi che passa fuori del locale e via! A trombare!  Tutto così cool e naturale come schioccare le dita.

Oh ma io vivo a Roma!Che già per incontrarsi con una amica che vive dall’altra parte della città ti devi fare minimo 20km e organizzarti mesi prima e chiedere all’oroscopo di Branko che la congiunzione astrale favorevole ci faccia incontrare al punto esatto della tavola 38 all’incrocio B4 dello stradario di Tutto Città. Figurati programmare con due amiche e un uomo!Roba che capita ogni 70 anni come il passaggio della cometa di Halley tanto per rimanere in tema.
Che secondo me alla fine ‘ste cose meglio quando accadono casualmente così come viene, come fu per la mia prima volta. E poi come se fosse facile dire ad una amica qualunque: Sai c’è tizio che ci vorrebbe scopare a tutte e due, ma insieme eh? E poi magari quando lui è stanco lo famo pure tra di noi!

L’unica scafata da questo punto di vista è  la Fede. Lei però è etero stra-convinta e poi nonostante parli di tutto con lei ma proprio di tutto di cazzi e mazzi e di quanti ne abbiamo presi e spesso ci facciamo la cronaca post-coitale dei nostri incontri…non so non me la figuro in quella situazione. Oh una volta ci siamo andate pure vicino eh? Ma  io ho letteralmente perso il treno, e lei dopo qualche minuto già non rispondeva più al telefono… forse aveva la bocca già occupata e quindi alla fine avrà proceduto da sola senza di me! Che poi sarebbe finita con il suo bigolo che si smosciava e noi buttate sul letto a ridere a crepapelle come da ragazzine quando non riesci a fermarti più. Ste’ cose non si possono fare con le amiche!
E chissà perché anche altre amiche porcelle del passato  che mi vengono in mente erano tutte in carne come me. Goduriose epicuree appassionate del cazzo e della buona tavola. Che quasi quasi la prossima volta che qualche uomo mi chiede se ho un’amica gli rispondo: sì, ce ne ho una che pesa quanto me! Voglio vedere come ci gestirebbe… me lo immagino schiacciato sotto i  nostri seni globosi o dalle nostre natiche opulente e vedremo se, dopo, avrebbe ancora il fiato per parlare!
Perché l’omo che sogna le due donne si rende conto che, poi, ne deve soddisfare due? Che lui è uno, e che il suo attrezzo del piacere è uno soltanto? No perché noi di anfratti ne abbiamo due e volendo pure una bocca accogliente e ne potremmo, di regola, gestire anche tre se non di più! E niente periodo refrattario!E invece nell’altro caso mentre lui giace stremato noi che dovremmo fare trastullarci tra donne? E se a me lei non piace? E se solo un cazzo mi soddisfa? Alla fine noi ci rimettiamo sempre!

“Allora… ce l’hai un’amica?”
 “No!Però se vuoi ho un’amico!”

 

Ce l’hai un’amica?



E’ una domanda che ciclicamente  ritorna come le rondini a primavera.
Sì perché al maschietto in fase ormonale galoppante la prima fantasia erotica che gli sovviene a mente, quando tutto il sangue gli affluisce alla cappella e priva il cervello delle necessarie sinapsi è quella. Due donne intorno al suo uccello.

“Oh ma è possibile che tutti con st’amica?” sbuffo io.

“Io non sono tutti!” ha risposto lui, cerebro-privo da mancato afflusso di sangue.
Perché il maschietto ingrifato immagina che io, scrittora erotica ormonalmente attiva sia contornata da amiche gnocche possibilmente ninfomani con cui vado in giro per la capitale a cerca di cazzi da spolpare. Manco fossimo le protagoniste di Sex and the City. Che poi dico, vuoi mettere la Grande Mela con la Capitale?Lì  alle belle fighe taccate Manolo Blahnik basta andare a un cocktail, un vernissage, un brunch  ed ecco apparire magicamente il figaccione di turno che se ne rimorchia una. Un cenno ad un taxi che passa fuori del locale e via! A trombare!  Tutto così cool e naturale come schioccare le dita.

Oh ma io vivo a Roma!Che già per incontrarsi con una amica che vive dall’altra parte della città ti devi fare minimo 20km e organizzarti mesi prima e chiedere all’oroscopo di Branko che la congiunzione astrale favorevole ci faccia incontrare al punto esatto della tavola 38 all’incrocio B4 dello stradario di Tutto Città. Figurati programmare con due amiche e un uomo!Roba che capita ogni 70 anni come il passaggio della cometa di Halley tanto per rimanere in tema.
Che secondo me alla fine ‘ste cose meglio quando accadono casualmente così come viene, come fu per la mia prima volta. E poi come se fosse facile dire ad una amica qualunque: Sai c’è tizio che ci vorrebbe scopare a tutte e due, ma insieme eh? E poi magari quando lui è stanco lo famo pure tra di noi!

L’unica scafata da questo punto di vista è  la Fede. Lei però è etero stra-convinta e poi nonostante parli di tutto con lei ma proprio di tutto di cazzi e mazzi e di quanti ne abbiamo presi e spesso ci facciamo la cronaca post-coitale dei nostri incontri…non so non me la figuro in quella situazione. Oh una volta ci siamo andate pure vicino eh? Ma  io ho letteralmente perso il treno, e lei dopo qualche minuto già non rispondeva più al telefono… forse aveva la bocca già occupata e quindi alla fine avrà proceduto da sola senza di me! Che poi sarebbe finita con il suo bigolo che si smosciava e noi buttate sul letto a ridere a crepapelle come da ragazzine quando non riesci a fermarti più. Ste’ cose non si possono fare con le amiche!
E chissà perché anche altre amiche porcelle del passato  che mi vengono in mente erano tutte in carne come me. Goduriose epicuree appassionate del cazzo e della buona tavola. Che quasi quasi la prossima volta che qualche uomo mi chiede se ho un’amica gli rispondo: sì, ce ne ho una che pesa quanto me! Voglio vedere come ci gestirebbe… me lo immagino schiacciato sotto i  nostri seni globosi o dalle nostre natiche opulente e vedremo se, dopo, avrebbe ancora il fiato per parlare!
Perché l’omo che sogna le due donne si rende conto che, poi, ne deve soddisfare due? Che lui è uno, e che il suo attrezzo del piacere è uno soltanto? No perché noi di anfratti ne abbiamo due e volendo pure una bocca accogliente e ne potremmo, di regola, gestire anche tre se non di più! E niente periodo refrattario!E invece nell’altro caso mentre lui giace stremato noi che dovremmo fare trastullarci tra donne? E se a me lei non piace? E se solo un cazzo mi soddisfa? Alla fine noi ci rimettiamo sempre!

“Allora… ce l’hai un’amica?”
 “No!Però se vuoi ho un’amico!”

 

Io non ho paura

Non si tratta solo della canzone di Fiorella Mannoia
"Io non ho paura", testo: 

Ci penso da lontano da un altro mare un'altra casa che non sai
La chiamano speranza ma a volte è un modo per dire illusione
Ci penso da lontano e ogni volta è come avvicinarti un po'
Per chi ha l' anima tagliata l'amore è sangue, futuro e coraggio
A volte sogni di navigare su campi di grano
E nei ritorni quella bellezza resta in una mano
E adesso che non rispondi fa più rumore nel silenzio il tuo pensiero
E tu da li mi sentirai se grido
Io non ho paura
Il tempo non ti aspetta
Ferisce questa terra dolce e diffidente
Ed ho imparato a comprendere l'indifferenza che ti cammina accanto
Ma le ho riconosciute in tanti occhi le mie stesse paure
Ed aspettare è quel segreto che vorrei insegnarti
Matura il frutto e il tuo dolore non farà più male e adesso alza lo sguardo
Difendi con l'amore il tuo passato
Ed io da qui ti sentirò vicino
Io non ho paura
E poi lasciarti da lontano rinunciare anche ad amare come se l'amore fosse clandestino
Fermare gli occhi un istante e poi sparare in mezzo al cielo il tuo destino
Per ogni sogno calpestato ogni volta che hai creduto in quel sudore che ora bagna la tua schiena
Abbraccia questo vento e sentirai che il mio respiro è più sereno
Io non ho paura
Di quello che non so capire
Io non ho paura
Di quello che non puoi vedere
Io non ho paura
Di quello che non so spiegare
Di quello che ci cambierà.


Ci è anche un libro con lo stesso titolo "Io non ho paura" scritto da Niccolo' Ammaniti. 
Romanzo che capita spesso di leggere d'obbligo a Liceo e che va proposto in tema di maturità. 
Di cui trama è assai mafiosa o camorristica.
Bambini rapiti, riscatti, menzogne, fughe, catene, dolore e paura..tanta paura.
Siamo nell'estate torrido del 1978, ad Acqua Traverse, un minuscolo borgo rurale della Basilicata
 Michele Amitrano, il protagonista di 9 anni ,per difendere una ragazza del gruppo, si propone per eseguire la penitenza.: arrivare al piano superiore di una casa diroccata e disabitata.
Dopo notevoli difficoltà cade a terra in malomodo.
Il ragazzo ha per pochi attimi paura,ma poi intravede un buco profondo. Con grande stupore tra sporcizia e rifiuti di ogni genere, nota un bambino raggomitolato su se stesso.
Michele rimane molto turbato, ma non dice niente quando torna a casa. Ogni giorno che passa ritorna alla casa abbandonata e scopre che nel buco è nascosto un bambino, Filippo.
I due diventano amici.
Poi una notte Michele scopre che i suoi genitori, insieme ad altri abitanti del paesino, hanno rapito Filippo e vogliono chiedere un riscatto. Michele lo capisce guardando un messaggio della madre di Filippo rivolto ai rapitori trasmesso alla televisione. Michele non riesce a tener nascosto il suo segreto e si confida con il suo migliore amico, Salvatore, che lo tradisce.
Dopo a Michele viene ordinato dal padre di non andare mai più a trovare il bambino, ma egli non riesce a far altro che pensare a lui.
Un pomeriggio, insieme agli amici, torna alla casa abbandonata e scopre che Filippo è stato spostato in un altro nascondiglio. Quella notte, spinto dall'orribile notizia che i grandi hanno deciso di ucciderlo, va a liberarlo ,ma.....
E per finire esiste anche un film del 2003 "Io non ho paura" diretto da Gabriele Salvatores, che ne ha anche scritto la sceneggiatura insieme a Francesca Marciano, il film ha vinto un David di Donatello ed è stato scelto come film per rappresentare l'Italia agli Oscar. 

Io non ho paura

Non si tratta solo della canzone di Fiorella Mannoia
"Io non ho paura", testo: 

Ci penso da lontano da un altro mare un'altra casa che non sai
La chiamano speranza ma a volte è un modo per dire illusione
Ci penso da lontano e ogni volta è come avvicinarti un po'
Per chi ha l' anima tagliata l'amore è sangue, futuro e coraggio
A volte sogni di navigare su campi di grano
E nei ritorni quella bellezza resta in una mano
E adesso che non rispondi fa più rumore nel silenzio il tuo pensiero
E tu da li mi sentirai se grido
Io non ho paura
Il tempo non ti aspetta
Ferisce questa terra dolce e diffidente
Ed ho imparato a comprendere l'indifferenza che ti cammina accanto
Ma le ho riconosciute in tanti occhi le mie stesse paure
Ed aspettare è quel segreto che vorrei insegnarti
Matura il frutto e il tuo dolore non farà più male e adesso alza lo sguardo
Difendi con l'amore il tuo passato
Ed io da qui ti sentirò vicino
Io non ho paura
E poi lasciarti da lontano rinunciare anche ad amare come se l'amore fosse clandestino
Fermare gli occhi un istante e poi sparare in mezzo al cielo il tuo destino
Per ogni sogno calpestato ogni volta che hai creduto in quel sudore che ora bagna la tua schiena
Abbraccia questo vento e sentirai che il mio respiro è più sereno
Io non ho paura
Di quello che non so capire
Io non ho paura
Di quello che non puoi vedere
Io non ho paura
Di quello che non so spiegare
Di quello che ci cambierà.


Ci è anche un libro con lo stesso titolo "Io non ho paura" scritto da Niccolo' Ammaniti. 
Romanzo che capita spesso di leggere d'obbligo a Liceo e che va proposto in tema di maturità. 
Di cui trama è assai mafiosa o camorristica.
Bambini rapiti, riscatti, menzogne, fughe, catene, dolore e paura..tanta paura.
Siamo nell'estate torrido del 1978, ad Acqua Traverse, un minuscolo borgo rurale della Basilicata
 Michele Amitrano, il protagonista di 9 anni ,per difendere una ragazza del gruppo, si propone per eseguire la penitenza.: arrivare al piano superiore di una casa diroccata e disabitata.
Dopo notevoli difficoltà cade a terra in malomodo.
Il ragazzo ha per pochi attimi paura,ma poi intravede un buco profondo. Con grande stupore tra sporcizia e rifiuti di ogni genere, nota un bambino raggomitolato su se stesso.
Michele rimane molto turbato, ma non dice niente quando torna a casa. Ogni giorno che passa ritorna alla casa abbandonata e scopre che nel buco è nascosto un bambino, Filippo.
I due diventano amici.
Poi una notte Michele scopre che i suoi genitori, insieme ad altri abitanti del paesino, hanno rapito Filippo e vogliono chiedere un riscatto. Michele lo capisce guardando un messaggio della madre di Filippo rivolto ai rapitori trasmesso alla televisione. Michele non riesce a tener nascosto il suo segreto e si confida con il suo migliore amico, Salvatore, che lo tradisce.
Dopo a Michele viene ordinato dal padre di non andare mai più a trovare il bambino, ma egli non riesce a far altro che pensare a lui.
Un pomeriggio, insieme agli amici, torna alla casa abbandonata e scopre che Filippo è stato spostato in un altro nascondiglio. Quella notte, spinto dall'orribile notizia che i grandi hanno deciso di ucciderlo, va a liberarlo ,ma.....
E per finire esiste anche un film del 2003 "Io non ho paura" diretto da Gabriele Salvatores, che ne ha anche scritto la sceneggiatura insieme a Francesca Marciano, il film ha vinto un David di Donatello ed è stato scelto come film per rappresentare l'Italia agli Oscar. 

Zio Pan


Gabriella, ventitré anni, è una studentessa universitaria di storia antica, impegnata a preparare la tesi di laurea. L’argomento scelto riguardava i personaggi mitologici. E precisamente il Dio Pan, metà uomo e metà capra, famoso per il suo famigerato appetito sessuale. Era talmente tormentato che quando non riusciva a sedurre una donna, sfogava i suoi istinti bestiali con la pratica dell’onanismo, oppure accoppiandosi con qualsiasi animale.

Gabriella era appassionata da quel periodo storico, a tal punto che aveva più volte visitato i siti archeologici dell’antichità, in Sicilia e in Grecia.

Studiava con impegno, tuttavia, per quando cercasse di sforzarsi, gli era difficile concentrarsi. In casa c’erano i suoi fratellini che disturbavano con schiamazzi e urla continui.
Inoltre, di fronte a quel casino, si sentiva disarmata, perché non c’era alcuna possibilità di fuggire.

Una sera, mentre cenava con il suo fidanzato:

Allora tesoro! Come sei messa con la tesi?
Male! Sono in ritardo! A casa c’è troppo casino! Non riesco a concentrarmi! Sono costantemente disturbata dai miei fratellini. Due specialisti nel fare bordello! La casa è quella che è! Devo trovare la forza di concentrarmi!

Piero fissò Gabriella, con aria pensierosa perché si stava preoccupando per l’esito dei suoi studi. Ad un tratto sorride, come se gli si fosse accesa una lampadina in testa:

Mi è venuta un’idea brillante, che potrebbe aiutarti!
Magari! E quale sarebbe questa brillante idea?
Casa mia è da escludere! non è possibile ospitarti! Anche da me troveresti lo stesso casino! Le mie sorelline sono peggio dei tuoi fratellini! Però, c’è una possibilità!
Quale?
Lo zio Aldo!
Chi è?
E’ il fratello minore di mio nonno! Ha sessantacinque anni e vive in campagna! E’ rimasto vedovo da quattro anni circa! Non ha figli e vive da solo! Secondo me potresti andare da lui! Sono sicuro che lo zio ti ospiterebbe! volentieri! Pensa! Ha una fattoria! Ci sono tutti gli animali! Il cavallo, l’asino, le mucche, le caprette, le galline e i conigli! Non è lontano da qui, appena due ore di macchina! Inoltre, potresti trovare ispirazione per la stesura della tua tesi di laurea! Mi pare che il Dio Pan vivesse nei boschi! vero?
Sarebbe una soluzione eccezionale! Certo! viveva in simbiosi con la natura! La parte inferiore ricordava le zampe di una capra! E sulla testa aveva le corna a spirale! Oltre ad un’ossessione esagerata per il sesso!
Un maniaco sessuale insomma!
“ahahahah Si! Adesso sarebbe stato considerato un maniaco sessuale! I Greci lo adoravano come un Dio!
Allora, che faccio? Chiamo lo zio Aldo?
Si! L’idea mi piace, e potrebbe essere anche una fuga da questo stress!

Piero chiamò subito lo zio Aldo, con il cellulare. Dopo qualche minuto.

E’ fatta! Lo zio era entusiasta all’idea di accoglierti! Puoi andare subito o quando vuoi!
E io non vedo l’ora di fare la sua conoscenza! La campagna mi ha sempre affascinato!

I fidanzatini, due giorni dopo, partirono per la tranquilla fattoria. Il paesino si trovava alle pendici dell’Appennino.
Gabriella, appena furono in vista della tenuta dello Zio Aldo, rimase affascinata dal paesaggio agreste, che circondava la fattoria. Boschi, prati verdi e ruscelli in cui scorreva acqua trasparente.
Davanti c'era un recinto in cui razzolavano liberamente alcuni animali domestici. Era una visione pastorale idilliaca; sembrava la valle della mitica arcadia.

L’auto, dopo aver percorso il viale alberto, entrò nel cortile ad andatura sostenuta, passando in mezzo alle galline, che saltarono in aria, starnazzando con le ali aperte.

Lo zio Aldo spuntò sull'uscio, come un uccellino a cucù. Si presentò un vecchio canuto e basso, con il fisico secco e asciutto, come una cannuccia.

Piero e Gabriella erano di statura alta, e quando lo zio Aldo si avvicinò a loro per salutarli, entrambi hanno dovuto abbassarsi di parecchio per lo scambio dei convenevoli. Lo zio era un omino di appena un metro e sessanta.

Gabriella, oltre ad essere alta e abbondante, ostentava un seno generoso. Capelli neri e lunghi. Ricordava una dea bucolica.

L’accoglienza fu calorosa. Lo zio, prese subito in simpatia la nipote, e per questo, gli offrì la sua camera, la più grande.

Gabriella:

Zio! No! Non posso accettare! Mi sistemerò nello stanzino degli ospiti! Per me è più che sufficiente!
No! Non se ne parla! Assolutamente! Tu dormirai nella camera grande! Lì c’è tutto quello che ti serve per studiare e preparare la tua tesi!

Alla fine Gabriella dovette arrendersi davanti all’ostinazione dello zio Aldo.

Piero rimase ancora una settimana prima di rientrare in città. Gabriella, in quei giorni, ebbe la gioia di apprezzare la generosità dello Zio Aldo.
Il vecchio era premuroso e sempre gentile. Si occupava di tutto. La mattina si alzava prestissimo per preparare la colazione. Poi il pane era sempre caldo e croccante. Il cibo era di una fragranza genuina assoluta. Uova, carne, latte e verdura, erano sempre freschi.

Gabriella a volte cercava di dare il suo aiuto, ma lo zio si opponeva.
Lei doveva solo pensare a studiare.

Il vecchio sembrava rinato. Il suo volto esprimeva un’espressione felice, stampata sul viso. Era contento di occuparsi dei nipoti. Aveva vissuto da solo per molto tempo e in quei giorni stava apprezzando nuovamente il piacere di  avere persone care vicine, con cui poter interloquire. 

Piero partì la domenica successiva.

Gabriella, nei giorni seguenti, volle a tutti i costi rendersi utile. Così, lo zio Aldo, cedendo alla sua insistenza, gli permise di raccogliere la verdura, cercare le uova, di governare gli animali domestici. Tenendosi per se i lavori più duri e faticosi.
Alla fine trovarono un compromesso anche in cucina e qualche volta il pranzo e la cena, erano preparati da Gabriella.

Gli studi intanto stavano procedendo in modo brillante.
Con Il tempo, lo zio prese l’abitudine di chiamarla Gabry.

Gabriella, tuttavia, cominciò a notare che c’era qualcosa che non quadrava.

La campagna, con la sua bellezza solitaria e silenziosa, a volte, accentuava la sensibilità dei sensi. Come se oltre alle normali sensazioni, se ne sviluppassero delle nuove.

Gabriella, quindi, si accorse di un particolare insolito, che non aveva notato la prima settimana. Capitava che lo zio Aldo a volte sparisse dalla circolazione, anche per parecchie ore. In quei momenti era impossibile trovarlo. Il mistero s’infittiva perché l’auto restava in garage. Sembrava che fosse svanito nel nulla.

Gabriella, quando lo cercava, si aggirava per tutta la fattoria, facendosi prendere dall’ansia, perché quel silenzio gli dava un senso di inquietudine.
Era una situazione assurda. A casa avrebbe pagato qualsiasi somma per avere quella quieta. Ora, quella calma piatta, la opprimeva.


Lo zio, infine, compariva all’improvviso, così com’era sparito. A Gabriella gli sarebbe piaciuto sapere dove andasse e cosa facesse. Per lei diventò un mistero che gli suscitava molta curiosità. Ebbe l’impressione che lo zio Aldo si nascondesse, come se avesse un segreto da custodire.

Gabriella era decisa a scoprire ad ogni costo quel mistero.

Cominciò a tenere d’occhio il vecchio canuto.


La mattina, quando Gabriella si svegliava, lui era già in piedi e impegnato nei lavori rurali. Era un vecchio coriaceo e pieno di energie. La sera guardava la televisione fino alle dieci e andava a dormire presto, come le galline. 




Era un uomo metodico, ma soprattutto pudico che rispettava la privacy di Gabriella. 
Lei, in quei giorni, non si era mai trovata in situazioni imbarazzanti. Lo zio sapeva muoversi nei tempi giusti, perché aveva imparato a conoscere le sue abitudini.

Gabriella, dall’ultima scomparsa, divenne attenta perché erano passati alcuni giorni, quindi doveva stare controllarlo in quanto poteva succedere da un momento all’altro. Quindi, lo teneva d’occhio, con discrezione, e certamente, nulla gli sarebbe sfuggito. 

Una mattina mentre era impegnata a rivoltare il terreno attorno alle piante delle melanzane, vide lo zio Aldo che, con la capra al guinzaglio, imboccava la via del bosco.

Gabriella mollò tutto e lo segui con discrezione. Dopo un quarto d’ora di cammino, su un sentiero sterrato, che correva all’interno del bosco, arrivarono davanti ad una parete rocciosa. Ai piedi c’era l’ingresso di una grotta. Il vecchio entrò tirandosi dietro la capra.

La nipote aspettò qualche minuto, prima di andargli dietro. 
L’ingresso era una stretta gola. Dopo dieci metri si apriva di nuovo. Non era completamente al buio perché la caverna era schiarita da una luce che proveniva dal fondo. La ragazza, cautamente, si avvicinò e scoprì l’origine di quella luminosità: un grosso falò, che ardeva al centro della volta. Vide che la capra era stata legata a una stalattite. 

La scena sembrava inverosimile. Gli rammentava le foto raffiguranti le immagini epiche della mitologia greca, stampati sui testi, che stava studiando. Quei preparativi gli ricordavano i riti pagani, simile a quelli del dio Dioniso. Gabriella era emozionata e attendeva trepidante lo sviluppo di quella situazione bizzarra. Pensò persino all'arrivo delle baccanti filli, i tamburi dei coribanti e l’irruzione del Dio peloso.

Ad un tratto davanti alle fiamme magicamente comparve la figura del vecchio zio. Era completamente nudo. In testa aveva un cappello strano, perchè dai lati pendevano due strisce che ricordavano le corna a spirale del caprone.

Un particolare attrasse l’attenzione di Gabriella. Il corpo del vecchio era completamente coperto da un folto pelo.

Guardò incantata quella strana figura, come fosse stata folgorata da una visione fantastica, perché gli rammentava qualcosa che in quel momento era al centro dei suoi studi.

Lo zio Aldo, nell'aspetto, somigliava al Dio Pan.

L’emozione fu tale, che il corpo vibrò come fosse stata colpito da una saetta di Giove.
Nella sua mente stava prendendo corpo tutto ciò che riguardava i riti della fertilità e del Dio Pan
Notò un altro particolare che gli fece venire la pelle d’oca. Dal grembo peloso come un cespuglio spuntava il suo cazzo scuro, duro e grosso, che oscillava su e giù, perché indotto dai movimenti del corpo.  Nella memoria di Gabriella riaffiorarono le ossessioni estreme del Dio per il sesso. Lo scrutava affascinata, e si emozionò, quando lo vide piegarsi in ginocchio dietro la capra. 
Si impressionò, soprattutto quando notò che le sue mani accarezzavano vogliose quello animale, delicatamente; sembravano i preliminari di un rito di accoppiamento.

Gabriella osservava la scena con sguardo stralunato, sedotta. Gli sembrava tutto fantastico. La luce del fuoco che schiariva quel corpo peloso; La capra, dalle corna a spirale; Lui, Dio Pan, piegato con il busto in avanti e la faccia dietro alle terga dell’animale.

Gabriella, appena si rese conto che stava leccando la vagina della capra, ebbe un sussulto. Il corpo gli tremava.
La sua fantasia si scatenò, come un terremoto di adrenalina, quando vide quello che stava facendo. 
Fissava quella scena stregata da quelle immagini mitologiche che gli richiamavano alla mente i riti pagani dell’antichità e suoi misteri.
Ai suoi occhi lo zio Aldo era l’incarnazione del Dio Pan, che si stava preparando ad accoppiarsi con un animale, come nelle immagini epiche dipinte dagli antichi artisti greci.

L’azione del vecchio era costante. La sua bocca era completamente immersa nei glutei pelosi della capra.

Ad un tratto si alzò col busto. Afferrò un otre la sollevo in aria e bevve. Gabriella fu paralizzata dal profilo di quel dio pagano che tracannava il liquido, spargendolo copioso sul petto. Era vino, il nettare degli Dei. Il Dio Pan stava alterando i suoi sensi, per entrare in uno stato di ebbrezza che lo avrebbe proiettato in una condizione estetica irreale. Trangugiava ingordo il dolce liquido, mentre una mano stava agitando la lunghezza della verga.

Gabriella ebbe un moto improvviso tra le cosce. La figa gli pulsava e una strana sensazione di euforia si stava impossessando dei suoi sensi. Percepiva i suoi capezzoli turgidi e sensibili al contatto con la maglietta.
Le pulsioni vaginali aumentavano man man che cresceva l'eccitazione e abbondanti fluidi umorali cominciarono a inumidire le labbra della fica.

La sua mente era completamente rapita da quello atto osceno e quindi, non si poneva alcuna remora morale, perché stava condividendo pienamente quei sentimenti lascivi con una divinità. Si sentiva in unione empatica con lui, con i suoi pensieri libidinosi, con i suoi desideri, con la sua ossessione per il sesso.
Si sentiva una femmina attratta dal Dio Pan. Stringeva le cosce cercando di lenire i pungoli del desiderio, che gli stavano stravolgendo il corpo.

Dio Pan, dopo essersi soddisfatto con la bocca, avvicinò il suo grembo alle terga della capra, facendo sparire i suo cazzo dentro la vagina della capra. Nel momento in cui, il pene s'insinuava tra i glutei della capra, nella sua immaginazione, credette di assistere ad una scena sacra. Era il rituale del Dio, che si accoppiava con un animale, che sfogava i suoi istinti sessuali, divini, in simbiosi con i bisogni atavici indotti da madre natura.

Quel pensiero la fece fremeva. Il suo corpo bruciava dal desiderio. Bramava la verga del Dio Pan. La desiderava. I suoi sensi erano completamente alterati dalla brama, dall’estasi di fondersi con il suo Dio.

Guardava la sagoma del Dio Pan, in controluce, contro le fiamme del fuoco. Gli appariva per metà uomo e meta animale. Gli sembrava l'esaltazione di un dio, mentre si stava congiungendo con la capra.

Gabriella si lasciò trasportare da quell’immagine mitologica. Si sdraiò per terra e cominciò a spogliarsi. A liberare il suo corpo da tutto quello che era superfluo, voleva avere il contatto diretto con la nuda terra. Sentire il freddo di quel suolo sacro, dimora del Dio Pan. Si rotolava, si agitava, i suoi capelli erano completamente sciolti e cosparsi sul terreno. Alla fine di quella metamorfosi apparve come una folle baccante di Dioniso, una sacerdotessa pronta ad immolarsi ai piaceri orgiastici del suo Dio padrone.

Era in estasi, quando si avvicinò al fuoco e si inginocchiò dietro le spalle del vecchio, accarezzando con grande foga la folta peluria.

Il vecchio canuto, si bloccò, con il cazzo dentro la capra, appena si sentì afferrare le spalle dalle mani di Gabriella.

Cambiò subito espressione, quando la vide nuda, con i lunghi capelli sciolti, che scendevano selvaggi fino ai fianchi. Notò che il suo sguardo era perso nel nulla, non aveva alcuna espressione particolare. Le fiamme del falò si riflettevano nei suoi occhi, come due carboni ardenti.

Gabry?
Mio dio! sono una tua devota sacerdotessa!

Il vecchio, aveva i sensi eccitati. Il suo cazzo era duro e pulsante. La capra poteva essere un valido palliativo e un surrogato adeguato della figa della povera moglie, deceduta alcuni anni prima. 
Gabriella, però, nuda e propositiva, gli appariva un rimpiazzo di lusso, un vero miracolo.
Si staccò subito dalla capra e rivolse le sue attenzioni morbose alla nipote. Non ritenne necessario chiedergli perché fosse lì in quel momento. A lui stava bene così.

Gabriella si era impossessata dell’otre. Era vino. Bevve con ingordigia.

Guzzon59, è il caso di spiegare il motivo di tutta quelle messa in scena:

Il vecchio si ubriacava per farsi coraggio. Quando la moglie morì gli aveva lasciato un grande vuoto, soprattutto a letto. Un giorno aveva notato che la vagina della capra non era differente da quella di sua moglie. Ma gli faceva schifo. I pungoli del desiderio sessuale, col tempo, ebbero la meglio sulla ragione. La prima volta che decise di scoparsi la capra, per farsi coraggio si era ubriacato, e nel delirio dello stato di ebbrezza si accorse che l’animale, da dietro gli ricordava lo scoscio della moglie. Così iniziò quella turpe abitudine, ubriacarsi prima di far sesso con l’animale.
Aldo si preoccupò il giorno in cui arrivò la nipote. Perché la sua presenza lo costringeva a cambiare abitudini: non poteva più scoparsi la capra in casa. La caverna aveva risolto tutti i suoi problemi, ma era troppo fredda. Il fuoco serviva per riscaldare l’ambiente. Poi si accorse che lo stato di ebbrezza, i vestiti e le fiamme scaldavano eccessivamente il suo corpo, quindi si spogliava, così completamente nudo non soffriva il caldo. Usava il cappello, con i paraorecchie, per proteggere i capelli dalla fuliggine che si sviluppava dalle fiamme.

.... continua...

Gabriella era in uno stato di completa ascesa mistica. Ora il vino, agiva da catalizzatore alterandogli la mente, totalmente stravolta, per cui quella esperienza fantastica gli sembrava di riviverla realmente con il dio Pan.

Il suo immenso corpo sovrastava quello del vecchio. La faccia di Aldo scomparve tra i grossi seni, mentre le sue mani si muovevano avide sulla schiena, sui fianchi, sulle cosce, fino a chiudersi sui morbidi e rotondi glutei.

Erano genuflessi, l’uno di fronte all’altro. Il cazzo di Aldo si era incastrato tre le cosce di Gabriella, la cappella rotonda puntava verso l’alto e spingeva contro le fenditure della fica.

ohhh dio Pan, sento il tuo reale scettro, che vuole insinuarsi dentro di me! prendo il posto della capra! Mio dio!

La ragazza era completamente andata di testa. 
Aldo era turbato dalla sua presenza, ma anche contento di quel miracolo inatteso. La follia di Gabriella gli sembrava assurda, tuttavia non la considerava un ostacolo alla realizzazione delle sue intenzioni libidinose. La guardava incanto, perché era bellissima anche se indemoniata. I suoi deliri erano incomprensibili. Lo chiamava Dio.

Padrone prendimi!

Gabriella, si mise a pecorina, fiacco alla capra, e quando la scorse vicino, l’afferrò il collo e la baciò. La capra rispose a quel gesto affettuoso leccandogli il viso e la bocca.

siiii dio pan! Siamo pronte a soddisfare la tua reale verga oooo ora aa

Aldo guardò il culo di sua nipote. Era perfetto, da infarto. Nemmeno la moglie, da giovane, aveva un lato posteriore così superbo.
Non ci pensò due volte a tuffarsi dentro con la bocca.

Mmm è tutto un'altra cosa, altro che quello schifo di prima (rivolto alla capra)!

Dopo una lunga e particolareggiata leccata di fica, che suscitarono gemiti, e brividi nel corpo di Gabriella.
Aldo era impaziente di possedere quel pezzo di fica. Così, in preda all’eccitazione tentò di penetrare quel sublime buco. Era in affanno perché voleva scopare prima che la ragazza riacquistasse il senno, a meno che tutto quanto, non fosse un sogno.
Il primo tentativo non ha avuto successo, in quanto ebbe difficoltà ad arrivare all’altezza della figa, giacché le sue cosce erano più corte rispetto a quelle di Gabriella.

Pensò in fretta la soluzione, quindi afferrò un pezzo di legno, ci buttò sopra i vestiti. Trafilato e con il respiro ansioso, s’inginocchiò subito dietro le chiappe della nipote. Perfetto. La punta del cazzo era esattamente in linea con la vulva vaginale.

Eccitato come un montone:

Ora il tuo Dio ti consacrerà, per sollazzare il suo regale cazzo!
si… sono pronta!


Il vecchietto, tenendo dritto il pene, schiacciò la cappella dura e rotonda tra le fessure della vagina. La fece razzolare su e giù, fino a, quando non scomparve dentro, avvolta dal pertugio della fica, caldissimo, che si era allargato come un elastico attorno al volume della verga.

L’improvviso caldo avvolgente della fica gli diede un brivido alla schiena, aumentando il suo ardore, che si tramutò in un impeto di movimenti convulsi, che si scatenarono come un martello pneumatico dentro la nicchia vaginale di Gabriella.

Si iiiiiiiiiii Mio dioooo sono il tuo sfogo ooo la tua aaaa concubina aaaaaa
Si mmmm per me tu sei una troia aaaaa mmmmmmmmm to to to
Si iiii possiedimi! Fai di me la tua schiava aaaaa mio dio oooo sono devota a te e al tuo reale scettro, che indegnamente, mi penetra aaaaaaaaa

Per Aldo era una vera epifania dei sensi. Si stava scopando un pezzo di figliuola, che neanche da giovane aveva sperato di avere, ed ai suoi occhi sembrava immensa. La guardava con bramosia, inginocchiata, davanti a se, mentre il suo cazzo si perdeva tra i suoi candidi glutei. La pelle era bianca ed esaltata dalla luce del fuoco. Sembrava una dea.


Gabriella, mentre incassava gli affondi penetranti del suo cazzo, oscillava il capo, trasmettendo il movimento ai lunghi e scuri capelli. Sembravano onde nere. Aldo accarezzava compiaciuto la pelle morbida dei lombi, delle natiche, e della schiena. Il suo corpo era perfettamente disegnato, stretto in vita e largo nei fianchi. Uno scenario da infarto, che non avrebbe mai potuto immaginare se non l'avesse lì, davanti ai suoi occhi.
Nei tentativi di afferrare le grosse tette, che penzolavano come grossi provoloni, doveva alzarsi e sporgersi in avanti. In quella posizione, sembrava un fantino in corso, non era facile ficcare e schiacciare quelle montagne di morbidezza.

Dopo averla chiavata abbondantemente alla pecorina, la volle girare sul dorso, per poter baciare e leccare le sue meravigliose tette e ammirare il suo viso bellissimo, avvolto nei capelli sciolti e sparsi come edera selvaggia, mentre esprimeva il piacere che il suo cazzo gli dava scivolando nella sua calda fica.
Gabriella, era in estasi, ubbidiente come un agnellino, e quando si sdraiò sulla schiena, lo tirò verso di se accogliendolo tra le sue cosce spalancate. Le sue dita si infilarono vogliose nel folto pelo brizzolato che copriva la schiena e le spalle del vecchio, immaginando che fosse il Dio Pan.

Aldo si incastrò subito tra le sue gambe lunghe e aperte.
IL suo cazzo duro e vibrante, entrò di nuovo nel pertugio della fica, bagnato e totalmente slabbrato, e  si lasciò cadere con la faccia in mezzo a grossi meloni, che si innalzavano come colossi sul petto di Gabriella.
Insinuato saldamente nello scoscio della ragazza, il bacino del vecchio arzillo iniziò subito a ficcare con veemenza, penetrando profondamente la figa già in fibrillazione, mentre le sue mani si trastullavano con le grosse tette. Le baciava, le stingeva, si immergeva completamente con il viso, lasciandosi accarezzare da quelle morbide montagne.

Era strano vedere un omino, mingherlino, muoversi su un corpo così imponente. Eppure, nonostante la piccola statura, l’azione di Aldo era impressionante. Il corpo di vecchio canuto, sebbene fosse secco come una cannuccia, era duro come la roccia. Era un fascio di nervi e fibre, forgiato e temprato dal lavoro della campagna. Era un uomo maturo, ma ancora virile, che si accoppiava con le capre per lenire i pungoli di desiderio che gli tormentavano i sensi. Un piccolo uomo che riusciva a tenere testa brillantemente a quella grandiosa macchina di sesso, che era Gabriella, e con grande efficacia:

Siiiiiiiiii mmmmm Mio Dioooooo godoooooooo godoooooooo ancoraaaaaa

Lo stato di ebbrezza dei diabolici amanti, indotto dall’abuso di vino, stava avendo come effetto un tumulto di sensazioni fantastiche.

Sei bellissima mmmm to to to mmm Sono il tuo dio?
Siiiiiiiiiii godooooooo

Aldo afferrò l’otre del vino e lo versò sul seno e sulla bocca di Gabriella.

Tieni bevi alla mia salute!
mmmm si si si mmmmm

Le tette di Gabriella erano impregnate di vino. La bocca vorace di Aldo si tuffò in mezzo, leccando e aspirando il nettare degli dei. I due, in poco tempo, si erano estraniati dalla realtà ed erano completamente in estasi. In una realtà quasi virtuale, nella quale esistevano solo le sensazioni di piacere che i loro corpi pativano in quell’accoppiamento bestiale.
Anche Aldo, suggestionato dalle visioni della nipote, stava farneticando di essere una divinità.


To to mia schiavaaaaaa mmmmm to to
Si si si ancora aaaaa

Il movimento del bacino era divenuto frenetico, i conati di sborra si stavano già annunciando forti e pungolavano alle radici del cazzo. Il vecchio, in pieno delirio, iniziò a ficcare profondamente, fermandosi e strofinando l’inguine contro il pube della ragazza, girandoglielo dentro come un mestolo.
Le labbra infiammate dal godimento, le sentiva calde attorno al suo cazzo.

 "Si si si si mmmmm sto impazzendo oooooo si si

Alla fine, si strinse a Gabriella e gemendo come un animale in agonia:

grrrrrrrrr grrrrrrrrr ohhhhhhhhhh mmmm

Con la bava alla bocca, e con la faccia ficcata in mezzo alle tette, si lasciò andare ad una poderosa sborrata, che inondò l’utero di Gabriella. Poi si fermò, inerte sopra di lei. 
La nipote, in completa ascesa mistica, si era addormentata.

Il risveglio sarebbe stato molto amaro.

Così va la vita

Guzzon59

La figliastra



Mia madre si separò da papà che avevo appena cinque anni. Il distacco fu definitivo perché lasciò per sempre l’Italia ed emigrò negli Stati Uniti. Non lo vidi più.

Per me fu uno shock, mai superato. L’immagine di mio padre era rimasta scolpita nei ricordi, come una cicatrice indelebile. Avevo sofferto la sua mancanza in ogni aspetto della mia vita. E’ stato un senso di malinconia, che mi ha accompagnato come un’ombra fino all’età adulta.
In mia madre vedevo la causa di quelle sofferenze. Crescendo, la disprezzai, perché la ritenevo responsabile della partenza di papà.

Il nuovo compagno della mamma, nonostante fosse una persona gentile e premurosa, che mi ha sempre trattato come una figlia, con affetto e protezione, non è mai riuscito a sostituire la figura di papà. L’ho sempre rispettato, ma non l’ho mai considerato un padre.

Lo ritenevo un semplice padre putativo, nonostante si fosse occupato di me, sostenendomi nei momenti di crisi, anche quando, da adolescente, a causa del mio carattere ribelle, ne combinavo di tutti i colori.

C’è una storia dietro ogni persona. C’è una ragione per cui loro sono quel che sono.

A quindici anni scappai con un ragazzo di venti anni.
Appena mi resi conto della cazzata che avevo fatto, non fui capace di rimediare. Lo stronzo mi aveva segregato in casa sua, contro la mia volontà, per due mesi.


Durante la prigionia subì le peggiori umiliazioni. Tutti gli uomini adulti della sua famiglia, padre e tre fratelli, abusarono di me. A volte anche tutti insieme. In una violenta gangbang, caratterizzata da torture e soprusi sessuali che solo una mente perversa poteva immaginare.
La polizia, riuscita a rintracciare il nascondiglio, fece irruzione nell'appartamento ed arrestarono tutti i membri della famiglia. Furono condannati a pene pesanti, per violenza sessuale, sequestro di persona e corruzione di minorenne e riduzione in schiavitù.
Il danno purtroppo era stato fatto.

Mi ero illusa che quella esperienza drammatica, non avesse lasciato alcuna traccia traumatica, nonostante che avessi ripreso una vita tranquilla. Col tempo scoprì che c’era un aspetto della mia personalità, inquietante. Non riuscivo più a legarmi sentimentalmente, e trattavo gli uomini come pupazzi, meri oggetto di piacere. Usa e getta, con il desiderio di dominarli.

In pochi anni cominciai a prendere coscienza di avere un gran potere di persuasione e ascendente sugli uomini. In pratica li potevo manovrare a mio piacimento. A venti anni lasciai la casa materna e mi trasferì nella opulenta città. Laddove i polli da spennare erano tanti e tutti disposti a farsi in quattro per entrare nel mio letto.

Gli uomini che mi venivano dietro dovevano sottostare alla mia volontà. In pochi anni mi ero fatto la nomea di gran mignottone. Non me ne fregava un granché dei giudizi della gente, perché non ero io la vittima ma i maschietti.

La chirurgia estetica ha aiutato il mio fisico ad acquisire l’aspetto di una super bomba sexy, tette generose e glutei da sballo, per non parlare delle labbra carnose.

Per darvi un’idea di quello che ero diventata, pensate alle milf, quelle attrici tutto tette e culo che intasano i siti porno e fanno la felicità di tanti uomini solitari con i loro piacevoli solitari. Scusate il gioco di parole.

La vita da mignotta mi dava la possibilità di vivere nel lusso, permettendomi di soddisfare qualsiasi capriccio. Vacanze da principessa. Vestiti eleganti; gioielli e centri di bellezza estetica di prima qualità. Serate di puro divertimento nei locali più esclusivi. Potevo contare su molto denaro, che i miei spasimanti elargivano generosamente.

Ero diventata una cortigiana (escort per i comuni mortali), prezzolata. Gli uomini apprezzavano le mie grazie e cascavano ai piedi come baccalà. 
Diventavano succubi della mia bellezza sensuale. Ero l’amante perfetta, la puttana che sapeva soddisfare le fantasie erotiche più bizzarre, quelle che una brava moglie concedeva solo all’amante anziché al marito.

Le cose belle, com’è risaputo, non durano in eterno.

Nel cuore della notte, si fa per dire alle sei del mattino, fui svegliata da un chiasso infernale. Era la polizia che voleva entrare nell’appartamento in cui vivevo.

Aprì la porta ed entrarono come mosche, e poiché avevo preso l’abitudine di dormire nuda, li accolsi come Afrodite, senza veli.
Dopo essermi resa conto della situazione, senza farmi prendere dal panico, con disinvoltura e gesti controllati, indossai una vestaglia trasparente, molto provocante.

La vista della mia nudità aveva turbato i poliziotti. Il più alto in grado, con molto imbarazzo, m’invitò ad indossare un vestito più consono alle circostanze.

Appena infilata una tuta ginnica, molto attillata, che non aveva cambiato nulla rispetto a prima, perché continuavo a suscitare le occhiate libidinose degli agenti, rivolgendomi al solito graduato ho domandato il motivo di quella invasione e perché i poliziotti stavano mettendo l’appartamento a soqquadro?


“Tranquilla! Poi glielo spiegherà il PM!
“Il giudice? E che cavolo ho fatto?
“Signorina! Non posso rispondere! Lei è una persona indagata! Potrà parlare davanti al magistrato ed alla presenza del suo avvocato!

Nello stesso istante:

“Commissario lo abbiamo trovato!

Un Poliziotto uscì dalla cucina tenendo in mano un grosso involucro.

“Era nascosto in una pentola, sotto il lavandino!

Guardai quello oggetto, perplessa.

“Che cosa è quello?
“Signorina lei è in arresto per spaccio e detenzione illecita di sostanze stupefacenti! Quella è cocaina! La droga che lei offriva ai suoi clienti!
“Cocaina? Vi giuro che non so niente! Clienti? Per chi mi ha preso? Non sono mica una puttana!
“Ci segua in questura! Lì potrà parlare con il magistrato. Le consiglio di far intervenire anche il suo avvocato!

Mi fecero salire su un’auto di servizio.
Tutti i condomini si affacciarono dalla finestra e godevano nel vedermi portare via dalla Polizia. Non mi avevano mai accettato, ed erano sempre pronti a parlare male di me. Solo il portiere mi trattava bene. Ma lui lo faceva per interesse, perché quando venivano a trovarmi alcuni personaggi importanti della politica e dell’economia locali, lui li faceva entrare attraverso un ingresso secondario e si prendeva cura dell’auto. Tutto dietro un ricco compenso.

In Questura mi contestarono il reato di spaccio e dentizione illecita di stupefacenti. Rischiavo una condanna fino a sei anni di carcere.

Il guaio era che di quella droga non ne sapevo assolutamente nulla. Qualcuno, a mia insaputa, l’aveva nascosta in casa mia, uno di quegli stronzi che frequentavano il mio appartamento.

Il magistrato non ha creduto una sola parola a quello che ho raccontato. Non avendo precedenti penali mi ha ammesso al beneficio degli arresti domiciliari.

Chiamarono i miei genitori. Perché, affinché il beneficio potesse essere concesso, dovevano esserci persone disposte ad accoglierti.

La mamma ed il suo compagno, appena entrati in Questura, mi guardarono come se fossi un’aliena. Gli avevo dato l’ennesima delusione. Erano anni che non li vedevo e loro sapevano perfettamente la vita che conducevo. Quella volta ero innocente. Sarebbe stato inutile dirglielo, perché non mi avrebbero creduto.

Nonostante tutto, firmarono le carte e mi accolsero in casa.

La mia stanza era ancora arredata come l’avevo lasciata il giorno in cui ero andata via. Praticamente fuggita. Tutte le mie cose erano lì. Passai a setaccio gli armadi. C’erano ancora i vestiti.

“Mamma, potevi gettarli tutti! Questi abiti non mi servono a nulla! Anche perché mi sa, che gli arresti dureranno per parecchi mesi, inoltre mi toccherà lasciare l’appartamento, quindi qui ci dovrò portare i miei!

La mamma mi guardava con commiserazione:

“Sonia! Approfitta di questa occasione per cambiare vita! Forse il destino ti sta dando una mano!
“Il destino? Non farmi ridere! Parli proprio tu! Che non sei stata capace di tenerti un uomo! Dico uno! No cento!
“Ogni pretesto è buono per riaprire vecchie ferite! tu? Sei spietata!

Uscì dalla stanza sbattendo la porta.

Pensai: “che si fotte!

Mi gettai sul letto. Fissando il soffitto rimuginavo su quello che era successo. Chi cazzo poteva essere stato lo stronzo che mi aveva fregata? Mi sentivo il sangue ribollire dalla rabbia. Stringevo la coperta del letto come se fosse la pelle di quel bastardo che mi aveva venduto alla polizia.
Mi lasciai andare ad un pianto liberatorio. La tensione accumulata alla fine aveva avuto la meglio. Fu un fiume di lacrime, dettate soprattutto dall’ira. La mia vita era un collage di tragedie. Una lotta continua per dire al mondo che la vita era la mia. Ora qualcuno mi aveva fottuto e rimandato al mittente.
Mi trovavo al punto di partenza. Pensai, tanti sacrifici fatti, inutilmente. Quella stanza l’avevo odiata.

I pensieri furono interrotti. Qualcuno stava bussando alla porta.

“Si!

Era Aldo, il compagno di mia madre.

“Sonia, vorrei dirti una cosa!
“Ti ascolto!
“Dieci anni fa, quando sei andata via, si sapeva la vita che avresti condotto. Tua madre ha sofferto molto per questo motivo. Lei ti vuole bene e non ritengo giusto che tu la tratti in quel modo! Dovresti riflettere prima di parlare! Perché imputi solo a lei la responsabilità della separazione? ed escludi quella di tuo padre? Non sai come sono andate le cose? Eri troppo piccola, per ricordarti!
“Aldo lo sai che cosa ho sempre apprezzato di te?
“Cosa?
“Che fino a pochi istanti fa ti sei sempre fatto i cazzi tuoi! Consiglio: continua a farteli!

La risposta lo aveva preso alla sprovvista. Non se l’aspettava. Voleva ribattere a quello invito insolente. Il mio carattere forte però ha avuto la meglio anche su di lui. Esitò un attimo e poi si astenne. Fece un gesto strano, come dire: “Ma si vai a fanculo! E uscì dalla stanza.

Era una questione tra me e mia madre. Odiavo quella donna; avrei fatto di tutto per farla soffrire.

La convivenza forzata, dopo qualche mese, cominciava a dare i primi segni di disagio. Mi mancavano i contatti con le amiche e le serate mondane. Le vacanze, i regali. Ma più di tutto mi mancavano gli amanti, perché un conto era dominare il maschio e comandarlo come un soldatino, per profitto, un altro era scopare.


L’astinenza da sesso iniziò a manifestarsi soprattutto nelle fasi oniriche, nella notte. Sognavo cefali a volontà. La figa mi pulsava. Nonostante ci infilassi dentro tutte le dita della mano, non riuscivo a lenire i pungoli del desiderio carnale, erano turbolenti e non mi lasciavano dormire.
Il cazzo era uno strumento insostituibile, per i miei diletti, perché non ero io a muoverlo, era il soldatino ubbidiente che me lo sbatteva dentro, e al mio ordine lo utilizzava come volevo io.
Sognavo cazzi enormi che s’infilavano nella figa, nel culo, da succhiare, da leccare. Stavo impazzendo. Mi rivoltavo nel letto senza trovare pace. Il bisogno di fare sesso stava diventando una vera ossessione.

Avevo una filosofia di vita: la parte migliore di un uomo, era il suo cazzo. La sua personalità non m’interessava affatto, perché da buon fantoccio, doveva fare tutto quello che gli veniva ordinato.
Una volta ho costretto uno a leccarmi la figa tutta la notte. Altri a scopare nei luoghi più impensati e anche con il rischio che ci rimettessero la carriera ed il matrimonio.

Ero una donna sessualmente invasata oltre l’immaginabile ed avevo trenta anni. Non ero più la ragazzina che soddisfaceva i propri impulsi sessuali con ditalini e massaggio inconcludenti, in attesa del principe azzurro e del suo spadone.
Il mio corpo era quello di una adulta ed anelava alle carezze di un uomo, i baci di un uomo, ma soprattutto il cazzo vivo e pulsante di un uomo.

Alla fine cedetti anche io e mi abbandonai alla pratica del sesso fai da te, utilizzando qualsiasi oggetto che avesse una forma fallica. Guardai nei cassetti di mia madre, casomai tenesse nascosto qualche vibratore. Niente. Una santa.
Non mi restava altro che ricorrere all'uso tradizionale delle candele, cetrioli, carote e al manico di una spazzola, voluminoso e adatto alla situazione. Ahimè, che fine meschina che avevo fatto.

Erano passati già tre mesi abbondanti, e ancora il processo non si celebrava. Si sa com'è la giustizia in Italia. L’avvocato mi diceva che forse c’era qualche scappatoia, che gli investigatori stavano percorrendo una pista nuova.

Intanto io stavo impazzendo agli arresti domiciliari e a soffrire le pene dell’inferno.
In quei momenti capivo i tormenti delle suore di clausura. A volte mi sentivo in trance, in uno stato mistico, perché vedevo cazzi grossi come obelischi. Stavo impazzendo.

Sapete, qual è stata la cosa più buffa che mi è capitata in quella situazione assurda? Avere l’avvocato gay! Cazzo, la fortuna era cieca, ma la sfiga ci vedeva benissimo.

Ho potuto constatare la veridicità del proverbio, che recita: gli amici si vedevano nel momento del bisogno. Nessuno di quegli stronzi si era fatto vivo, neanche per telefono e non rispondevano nemmeno, quando a chiamarli ero io. Avevano paura di compromettersi.

Che tortura! Gli oggetti a forma fallica, come previsto, non mi soddisfacevano più. Erano freddi e sempre rigidi. Inoltre, il loro uso dipendeva da me. Ed io ero pigra per natura, perché ho sempre costretto i maschietti a darsi da fare per stimolarmi la figa e tutto quello che mi passava per la testa.

Eravamo all'inizio dell’estate e faceva un caldo infernale. Approfittavo di quelle bellissime giornate di sole per stendermi sul balcone in un succinto costume da bagno, in perizoma.
Dalle finestre poste davanti alla casa in cui abitavo, a volte, mi capitava di scorgere le figure di qualche maniaco, che di nascosto spiava con occhi libidinosi, forse si sparavano anche le seghe.
Cazzo! se almeno una di quegli stronzi avesse avuto il coraggio di farsi vivo con proposte oscene, gliela avrei data lì, sul balcone con tutti gli interessi. Cribbio sognavo di farmi sbattere come una cagna in calore. Di prenderlo nel culo e di succhiare un cazzo fino a farmi venire una paralisi alla bocca.

In quel silenzio, sotto la canicola estiva, sento una voce:

“Tieni!

Era Aldo. Brandiva un bicchiere di thè.

Lo guardai con attenzione. Mi venne un flash. Mi venne in mente la pubblicità televisiva in cui c’era una donna, in costume da bagno, su un’isola deserta, che rivolgendosi al suo compagno, con tono di voce maliziosa, gli implorava: “Antò fa caldo! E dopo aver bevuto il thè: “Antò fa freddo! Facendogli immaginare ampi scenari erotici.

Lo guardai di nuovo. In modo sfacciato gli dissi!

“Antò tengo caldo!
“Tieni! questo ti farà venire il freddo!

Bella risposta. Il padre putativo conosceva la pubblicità. Era anche spiritoso. Inoltre, il caro patrigno, notai che, non disdegnava affatto il panorama. Una sbirciatina al triangolo delle bermuda la stava dando e anche con insistenza.

Cominciai a riflettere su quella circostanza ghiotta di prospettive interessanti. Aldo aveva da poco superato i sessanta. Inoltre, alla sua età, escluso il grosso pancione, ostentava un fisico ancora in salute. Aveva lavorato tutta la vita in una fabbrica di materassi. Più ci pensavo e più mi intrigava. Era l’unico maschio nel raggio d’azione. Era il marito di mia madre, e allora? Quella stronza se lo sarebbe meritato un bel cornetto.

Prima che si allontanasse:

“Aldo?
“Si!
“Ti posso chiedere un parere?
“Certo dimmi!
“Tu sai che tipo di lavoro ho fatto, fino a tre mesi fa?
“Si lo so, e come dici tu, sono cazzi che non mi riguardano!
“Secondo te, ho fatto male a ingrossare il seno con la chirurgia plastica? Ti ricordi, quando ero ragazzina? non avevo petto!

Quella domanda, lo lasciò esterrefatto. Non si aspettava una richiesta del genere. Lo costrinsi a guardarmi le tette.

“Non so io…..
“Aspetta! mi tolgo il reggipetto e così potrai vederlo meglio!
“Sonia! Non devi…

Mi tolsi il pezzo superiore del costume e gli mostrai due superbe zinne, realizzate da uno dei migliori chirurghi che operavano nel settore. Solo a vederle avrebbero resuscitato un morto. Lo so che stavo giocando al gatto con il topolino. Era più forte di me, conoscevo una massima cinese che pressappoco diceva: che non c’era uomo al mondo che non si lasciasse sedurre da una donna bellissima.

“Cosa ne pensi? Secondo te ho fatto male? O erano meglio quelle che avevo da ragazzina? Le ricordi? Mi pare che tu le abbia viste qualche volta! No?

“io… io… non so… non mi ricordo!

Gli occhi erano completamente sgranati. Sembrava che volessero schizzare fuori delle orbite.

“Allora ti piacciono? Puoi anche toccarle se vuoi! Io non mi scandalizzo per così poco!

Quell'invito lo lasciò completamente basito. Fu il colpo di grazia. Pareva che gli avessero prosciugato il sangue nelle vene. Era diventato bianco. Come se stesse per svenire da un momento all'altro.

Cazzo, forse avevo esagerato! questo muore d’infarto? E chi glielo spiega alla mamma?

“Ti senti male? Siediti! Vado a prenderti un bicchiere d’acqua!

Ritornai con il bicchiere. Ero in mono chini, con il seno completamente scoperto. Gli stavo in piedi, mentre lui ingurgitava l’acqua. Lo vidi perfettamente, intento ad osservare con insistenza le tette. Forse attraverso il vetro le vedeva ancora più ingrandite.

“Dove è la mamma?
“è andata dal medico! Non so quando ritorna!

Riflettei: era venerdì, il giorno precedente il prefestivo. Sicuramente ne avrebbe avuto ancora per due ore abbondanti.

Afferrai una sedia e mi sedetti vicino. Di fronte a lui.

“Stai bene ora?
“Si sto bene!
“Allora cosa ne pensi di queste?

Mi afferrai le tette e le innalzai, mettendogliele sotto il naso. Quel gioco cominciò a piacermi. Mi eccitava l’idea di provocarlo. Pensai anche al suo cazzo. Sicuramente era già in tiro. Quanto mi sarebbe piaciuto verificare.

“Sonia ti prego non insistere! Ti rendi conto? In pratica, sono tuo padre, ti ho cresciuto e adesso mi sento in imbarazzo ad esprimere quelle valutazioni!

Lo fissai negli occhi e cambiai il tono della voce. Decisi di giocare duro.

“Aldo! Io ho bisogno di qualcosa! In questi mesi di reclusione forzata mi sono accorto che non posso farne a meno. Guardami! Sono una donna. Non sono più una mocciosa! E ho le mie esigenze di donna adulta!
“Io che centro in tutto questo! No so come potrei aiutarti!
“invece, hai proprio quello che mi serve!
“Che cosa?

Fu la prima volta che pensai al suo cazzo. Fantasticavo e sembrava di vederlo. Duro e palpitante. Quel pensiero mi dette i brividi alla schiena, che arrivarono fino ai capezzoli, inturgidendoli. In pratica stavo provocando mio padre. Incredibilmente lo desideravo. Sarà stata l’astinenza a farmelo apprezzare, perché come si dice in tempi di carestia ogni palo è un cazzo. Ero eccitata dall’idea di quello che stavo per fare. Mi feci forza e allungando una mano gli afferrai lo spessore che si evidenziava sotto la stoffa del suo grembo. Bingo! Era duro e pulsante. Come lo avevo immaginato.
Con un sorriso sganciante, gli risposi:

“Questo!

Rimase senza fiato. Lo avevo in pugno, cioè nella mano. Senza interrompere il contatto iniziai a segarlo attraverso la stoffa. Lui continuava a guardarmi sconvolto. Eppure il suo cazzo esprimeva palesemente intenzioni morbose nei miei confronti. Non c’era allineamento tra l’espressione del viso pallido e la turgidezza del suo pene. Chissà, forse il sangue era tutto defluito al cazzo, lasciando all'asciutto il resto del corpo.

Sembrava paralizzato. Certamente non si aspettava quel tipo di aggressione, cosi oscena e sfacciata. Francamente delle sue riserve morali non me ne fregava nulla. In quel momento ero interessata solo al suo cazzo e a soddisfare le mie voglie.

“Vieni in camera mia! Ho bisogno di fare qualcosa che qui ritengo non sia prudente azzardare!

Aldo mi seguì in camera da letto, come un automa. Era completamente plagiato dalla mia audacia. Non osava parlare ne contraddirmi. Anche perché, davanti a quella situazione c’era poco da dire.

Gli sbottonai i pantaloni e glieli calai, insieme agli slip, fino in fondo alle caviglie. Rimasi impressionata davanti allo spettacolo che si presentò sotto il mio naso. Il suo cazzo era meraviglioso. Lungo e grosso. La cappella era rotonda e grande quasi quanto il mio pugno.

“Accidenti che sberla! Hai capito la mamma? Forse questo spiega il motivo per il quale ha mollato papà! Altro che santarellina! Ora se permette sto cefalo me lo cucco io!

Mi ero genuflessa, davanti ad Aldo. Con entrambe le mani su di lui, che soppesavano quel grosso pesce, menandolo su e giu. Aldo sembrava un pupazzo di paglia. Un uomo di plastica che si lasciava utilizzare per soddisfare i miei trastullamenti erotici.

Non ci pensai due volte a prenderlo in bocca a succhiarlo. Cribbio quanto era grosso! Le gote si erano ingrossate abnormemente per contenere tutta quell'abbondanza di carne. Fu un a sfida che vinsi facilmente perché anni di pratica sul campo mi avevano insegnato le tecniche raffinate del pompino. Quindi, sapevo il fatto mio. Del resto era uno dei miei talenti, un’attitudine singolare, molto apprezzata dai miei amici potenti.

La cosa più importante comunque, fu che finalmente avevo in bocca un vero cazzo, in carne, vivo e palpitante. Era un immenso piacere sentirlo nelle mani, toccarlo, stringerlo, leccarlo, succhiarlo, infilarmelo in mezzo alle tette e massaggiarmi il viso. E pensare che avevo passato tre mesi in quella casa; come una monaca di clausura, in astinenza, ignorando di convivere con quel grosso cazzo, addirittura mi disperavo nella ricerca affannosa di qualcosa a forma fallica che potesse lenire il prurito vaginale. Era pazzesco.
Rammentai l’adolescenza, quando cambiavo i ragazzini come se fossero delle scarpe, per trovare quella che mi andasse comoda. Se allora, avessi immaginato di avere un patrigno dotato di un cazzo favoloso, e chi se lo sarebbe fatto scappare? Dovevo recuperare il tempo perso.

“Aldo mi piacerebbe se tu mi leccassi la figa! Ora!

Non articolava nessuna parola. Mi guardava basito. Mi tolsi il perizoma e mi stesi sul letto con le cosce spalancate.

“Vieni leccami la figa!

Aldo, ubbidiente come un perfetto soldato, s’inginocchiò, tra le gambe divaricate. Allungò le mani e iniziò a toccarmi le cosce, il culo, i fianchi, risalendo fino alle tette. Alla fine:

“Si! Le tue tette sono meravigliose!
“ahahah e che aspettavi a dirlo! Dai! Mangiami la fica ora! Le palpi dopo!

Distese le mani sul seno.

“No! Prima lecchi e poi tocchi! Ora vai giù con la lingua! SUBITO!

Mi fissò perplesso. Gli sorrisi e gli indicai la fica. Con l’indice.

Eseguendo l’ordine, la bocca s’incastrò nel mio scoscio.

“mmmmm finalmente eeeee dai ora sollecitami la figa… tutta mmmm dai lecca aaaaaa

Aldo, stimolato dalla mia richiesta insistente, incalzò subito con la lingua. Le dita avevano separato le piccole labbra crestate e la punta stava razzolando nella carne viva.

“mmmmm si iiiiiiiiii mmmmm

Gli afferrai la testa pelata, accompagnandola nei movimenti convulsi.

“mmmmmm si iiiiiiii così ììììììì sei un bravo maschietto oooo fai felice la tua figlioletta così ìììììì bravo ooo mmmm

Si stava accanendo tra le mie cosce con grande impeto. Il vecchietto, per modo dire, ci sapeva fare. Eccome.

“mmmm ora se ci riesci devi continuare a leccarmi la figa e toccare le tette eeeeeee mmm si dai vediamo se sei così bravo ooooooo mmmm

Allungò una mano sul seno e prese ad impastarle come panetti di pizza. Cazzo il caro patrigno stava imparando la lezione. Era un perfetto soldatino ubbidiente.

“mmmm ora infilami un dito nel culo, senza togliere la bocca dalla fica e la mano dalle tette eeee mmmmm

Dopo un attimo di confusione. Il caro patrigno riuscì a coordinare le proprie azioni. Pazzesco. Nello stesso istante riusciva a stimolarmi il buco del culo, la figa e le tette.

“mmmmmmmmm si siiiiiiiiiiiiii mmmmm godo oooo bravo ooo continua aaaaaaa cosììì se farai il bravo ti concederò qualcosa mmmmmmmmmmm di meglio ooooooo


Dopo un quarto d’ora abbondante.

“Ora vieni sopra di me e ficcamelo dentro. Mmmm tutto oooooo non resisto più……

Non se le fece ripetere una seconda volta. Aveva la panza sporgente. Con quel grosso cx si appoggiò sul mio ventre piatto. Lo sentì armeggiare davanti alla fica. Dopo alcuni strusciamenti pressanti della cappella contro le fenditure della vagina, ho avvertito quel grosso bulbo che cominciava a farsi strada dentro di me. In quei momenti sentivo il respiro di Aldo in affanno. Si stava sforzando per soddisfare le mie pretese.

“mmmmmmm dai iiiiiii ora spingi iiiiiiiiiii si iiiiii si iiiiiiiiiii
“Sonia aaaaaaa tesoro ooooooo mmmmmmmmmmmmm

Non finì la frase. Il suo cazzo si infilò interamente dentro di me, in profondità.

“Mmmmmmmmmmmmm si iiiiiiiii finalmente mmmmm la sfiga mi ha mollato hahahahah
“Sonia aaaaaa mmmm sonia aaaaaaaa tesoro ooo mmmmmm
“mmmmm tranquillo, mmm non agitarti troppo.. sennò vieni subito oooooo mmmm rallenta e fermati quando stai per venire eeeeeeee e poi riprendi nuovamente fiato… cazzo non vuoi mica lasciarmi a metà strada aaaaa mmmm dai cosi cosi iiiiiiiiiii mmmmm bravo ooooooo

Gli accarezzavo la testa. Devo dire che gli uomini pelati ispirano la fantasia e il tatto.
Lo incitavo a chiavarmi con moderazione, senza fermarsi. In pratica gli stavo insegnando a scopare. Se non lo avessi fermato in tempo, il suo impeto iniziale lo avrebbe subito portato all'orgasmo.

Quel diavolo, dopo un po, aveva prese un buon ritmo. Il suo cazzo lo spingeva bene e in profondità. Diventò uno strumento all'altezza della situazione. Che dire, averlo scoperto è stato come aver trovato una miniera d’oro.

“mmmmmm si si papà si si mmi stai facendo godere si si iiiiiiiimmmmm
“Soniaaaaaaaaaaa soniaaaaaaaaaaaaa figlia miaaaaaaaaaaaaaaaa si si oooooooooo

Aveva aumentato gli affondi. Sarebbe stato inutile fermarlo. Anche perché, in quegli istanti non mi ascoltava più. Erano i suoi impulsi primordiali a guidarlo. Del resto avevo goduto abbondantemente. Quel satanasso mi aveva provocato una sequenza continua di orgasmi. E mi sentivo letteralmente sconquassata e spossata.

“siiiiiiii sborrami dentro ooooo mmmmm mmmmmm
“ooooooooooooooooooooooo mmmmmmm

Mi strinse a se, schiacciando il bacino dentro lo scoscio, mentre tremava tutto e grugniva come un maiale, mi inondò la figa di sperma.

“Ghrraaaaaaaargrrrrrrrr siiiiiiiiiiiiii

Per quel giorno potevo ritenermi soddisfatta. Il resto sarebbe venuto dopo nei giorni a venire. Il tempo c’era. Ora la prigionia forzata aveva assunto un altro gusto, meno amaro. Mi sentivo appagata. Il giudice poteva tranquillamente indagare con calma, poiché non avevo più fretta di lasciare la casa materna. La mia stanza? Da quel giorno mi piacque. I rapporti con i miei genitori diventarono più cordiali e da quel dì Aldo lo chiamai papà.
Lo meritava ampiamente, perché l’onore di quell'appellativo se l’era guadagnato con merito sul campo, pardon sul letto.

Così va la vita

Guzzon59