Archivio mensile:gennaio 2013

La casa nell’uliveto – Un ombra si aggira nella notte.


Con questo racconto inizia una saga che parte dal 1930. Attraversa il periodo fascista, toccando le tappe più importanti della nostra storia: la nascita della repubblica ed il benessere degli anni sessanta. L'importanza del bordello nella vita degli italiani e la sua funzione sociale. Una storia incestuosa che si sviluppa all'interno di una famiglia contadina. Buona lettura.


Ovidio: ”Ciò che è lecito non da piacere, quello che è proibito infiamma”

Capitolo primo: Un’ombra si aggira nella notte.

Nel 1930, il fascismo aveva portato una trasformazione radicale nella vita di tutti gli abitanti del nostro paese, compreso il mio villaggio, che era situato in una località isolata, in pieno Appennino nel centro Italia.

All’epoca frequentavo il primo anno dell’O.N.B. (opera nazionale balilla), l’attuale terza elementare.

Il partito era diventato uno stile di vita totalizzante, soprattutto nelle attività sociali. La Maestra, ogni mattina, dopo l’appello, ci costringeva a cantare le canzoni del fascio.  Gesticolava con le mani come un direttore di orchestra, incitandoci a gridare con forza il nome del duce.  
I bambini della mia età si esaltavano a portare una divisa, perché erano felici di essere inquadrati come dei piccoli soldati nei balilla.

Per raggiungere la scuola percorrevo a piedi ogni giorno quattro chilometri, due all’andata e due al ritorno, abitavo in una zona periferica, dimenticata persino dagli abitanti del villaggio.

La mia famiglia era povera e contadina. Papà era un bracciante che lavorava la terra concessa in mezzadria, di proprietà del Marchese Pinanco (nome di fantasia).

Spesso lo accompagnavo, quando doveva incontrare il marchese per discutere la scelta delle semenze da utilizzare nei campi, e le spese da affrontare per la raccolta delle olive.
Il nobile blasonato viveva in una reggia sfarzosa, che sembrava quella di un re. Era una vecchia villa, risalente al tempo del risorgimento, arredata con mobili antichi, grandi specchi, lampadari di vetro, tappeti, arazzi con santi e cavalieri e tanti quadri di personaggi epici della mitologia greca.

L’ingresso era costituito da un grande androne, dove si poteva entrare anche con la carrozza e i cavalli. Una lunga scalinata di pietra portava alla dimora del nobile uomo.
Il vecchio marchese era una persona buona e dall’aspetto accattivante. Aveva capelli e barba bianchi, e ogni volta che lo incontravo, mi faceva venire in mente babbo natale.
Anzi, all’epoca, considerato la sua personalità bonaria, credevo che fosse lui il benefattore dei bambini bravi.

Quando tornavo a casa, avevo le tasche piene di dolci e caramelle che mi davano le serve, su suo ordine.
Correvo come un fulmine da mia sorella Anna a mostrargli le leccornie avute in regalo e anche per condividere con lei il piacere di mangiarle.
Anna all’epoca era un’adolescente di quindici anni, con cui passavo molto tempo a giocare, quando non era occupata nelle faccende di casa o con papà nei campi.
La nostra casa era in mezzo ad un uliveto, sulla porzione più alta.  Eravamo completamente isolati dal resto del paese, che distava due chilometri, e nel raggio di quello spazio non c’erano altre abitazioni che la nostra.

All’epoca avevo appena otto anni e condividevo la camera da letto con mia sorella.
Anna non era mai andata a scuola e quindi non sapeva leggere e scrivere. Qualche volta mi chiedeva di farlo per lei.
Il libro che le piaceva ascoltare era pinocchio di Collodi, un testo rilegato con una copertina di cartone rigida che ci aveva regalato il Marchese.
IL giorno nel quale lo ebbi in dono gli avevo annunciato che sapevo leggere, scrivere e far di conti, lui fu molto contento della notizia e, per premiarmi, mi regalò quel libro.

Leggevo parole senza capire il loro significato. Anna restava in estasi ad ascoltare la lettura del racconto e si arrabbiava, quando recitavo la parte in cui Pinocchio abbandonava la scuola per seguire il perfido Lucignolo.

Ricordo che vivevo ancora in un mondo incantato. La vita di una famiglia contadina, che dava protezione e sicurezza, ed io ero l’oggetto delle dolci cure di Mamma, Papà e Anna.

A quel tempo ignoravo l’esistenza di compromessi che obbligavano gli adulti a dover sottostare alla volontà altrui per vivere in sicurezza, mai avrei pensato che le persone arrivassero persino a calpestare la loro dignità per soddisfare i desideri altrui.

La prima volta che mi trovai a ragionare su certi comportamenti strani degli adulti, che non comprendevo, avevo solo otto anni.

Tutto ebbe inizio nei primi giorni di settembre del 1930, quando verso le tre di notte fui testimone di alcuni movimenti misteriosi che succedevano nella mia camera e che suscitarono la mia curiosità.



In piena oscurità fui svegliato dallo stridio dei cardini della porta di legno, che aprendosi rompeva il silenzio della notte.

Da piccolo ero capace di riconoscere i miei genitori e Anna, anche senza vederli. Mi bastava sentire il loro odore.
La puzza di sudore caratterizzava gli effluivi che emanava il corpo di papà. Mentre quello di Anna e mamma era una dolce fragranza, che ricordava la lavanda.

La prima volta che avevo visto l’ombra entrare nella camera da letto, che condividevo con Anna, non mi aveva spaventato perché sapevo chi era. La sua identità faceva venir meno la paura del buio, ma quello che non capivo era la ragione della sua visita in quella stanza, e per quale motivo entrava come un ladro, dirigendosi verso il letto di Anna.



Dopo alcuni minuti che era entrata, si sentiva lo scricchiolio delle stecche di legno del letto di Anna, che sfregando sulle spranghe di ferro, emettevano un cigolio costante.

In quei lunghi minuti percepivo dei lievi singulti di Anna, mentre l’ombra grugniva come un maiale.



Anna, in quegli istanti, per quando si sforzasse di controllare le sue emozioni, non riusciva a trattenere i gemiti, che aleggiavano in camera come dei latrati di cane.



I rumori, prima che finissero, diventavano sempre più forti e poi all’improvviso si placavano. L’ombra smetteva di grugnire e guaiva come un cane.

Subito dopo, in silenzio, l’ombra si alzava furtivamente uscendo veloce dalla stanza. Una cosa che mi aveva colpito in quelle circostanze, era il forte odore che proveniva dal letto di Anna. Anni dopo, nell’età dello sviluppo, scoprì che era l’odore della sborra.



Avevo assistito a quei fatti misteriosi, in silenzio, per parecchie notti. Un giorno, decisi di raccontare tutto alla mamma.

Lei mi ascoltò senza batter ciglio, poi disse che erano fantasie di un bambino che aveva sognato.

Provai ad insistere a convincerla che l’ombra era una cosa reale, lei continuava ad ignorare le mie parole, proseguendo con indifferenza nelle faccende di casa.

Scoraggiato per il suo disinteresse, in un impeto d’ira gli urlai che l’ombra era papà.

L’espressione indifferente del suo viso cedette e reagendo alle mie parole contrasse le mani, così tanto che si aprirono lasciando cadere un piatto a terra.  Mi guardò con uno sguardo quasi indignato.



“E’ un sogno! Tesoro è solo un sogno! Hai capito?

“Si!



Quella riposta non mi convinse molto, perché la curiosità di sapere che cosa facesse papà con Anna diventò ancora più fastidiosa, come un tarlo; una fissazione che mi tormentava la mente. Così cominciai a spiare Anna e papà per cercare di capire.
Papà sembrava una statua di marmo e non lasciava trasparire alcun’emozione. Anna invece era sempre più servizievole verso di lui, come se gli fosse devota per le sue attenzioni notturne.



Dopo aver parlato con la mamma, stranamente, notai che l’ombra aveva smesso di venire in camera a far visita ad Anna.



Quel pensiero, comunque, era entrato nella mia testa come un chiodo fisso. Diventai più guardingo, cercando di interpretare l’atteggiamento di mamma, papà e Anna.



Un giorno, mentre stavo giocando sotto la finestra della cucina, intento ad intarsiare un pezzo di legno, sento la voce della mamma, arrabbiata, che inveisce contro papà. Anna in quell’istante era nella stalla a governare gli animali.



“Sei una testa di cazzo! Ti rendi conto che Tommaso ti ha sentito entrare in camera sua!  Ha anche sentito mentre ti scopavi quelle cretina di tua figlia!

“Erano le tre di notte e mi pareva che dormisse sodo!

“Evidentemente hai fatto casino! Come al solito!

“Non è la prima volta che vado a trovarla!

“Si! Ma gli altri giorni ci andavi al mattino, quando lui era a scuola! Ma che cazzo ti ha preso! Poteva scoprire quello che facevi con sua sorella!

“Avevo voglia di scopare! Cazzo! Tra noi c’è un accordo? Io non ti rompo le palle fino a quando scopo con  lei! Mi sono trovato alle tre di notte con il cazzo duro!  L’impulso di chiavare era così forte che non ho resistito! Così sono andato da lei a sfogarmi!

“potevi farti una sega!

“A me non piace soddisfarmi con le seghe! Quanto ho la possibilità di chiavare!

“sei un animale! Cazzo ma sei proprio un maniaco! Ti devi controllare! Potevi andare nella stalla e scoparti l’asina! Mi pare che tu l’abbia hai già fatto?

“Si! lo facevo prima, quando tu non mi davi la figa! Ma ora, da quando mi scopo Anna, se permetti preferisco lei all’asina!

“Adesso la finisci di andare in camera sua! Se te la devi scopare fallo in campagna! Qui è meglio che gli giri a largo! Hai capito?

“Va bene! Va bene!

“E vedi di fare attenzione a non metterla incinta!

“Si!



Quelle parole all’epoca mi sembravano senza senso. La mamma sapeva quello che succedeva la notte in camera di Anna.

Tuttavia mi chiedevo che cosa facessero papa e Anna? E perché Anna rischiava di restare incinta? Il mistero si stava infittendo, come la mia curiosità.



Un pomeriggio del mese di ottobre. Dopo aver pranzato. Dissi alla mamma che sarei andato al ruscello a caccia di rane.



“Tommaso, mi raccomando! Fai attenzione! Stai attento a non cadere in acqua!

“Si mamma!



Papà e Anna erano andati alla tenuta dell’uliveto, in località la rupe. Dovevano preparare i teli per la raccolta delle olive. La settimana successiva sarebbero giunti gli aiutanti.



Così, invece di andare al ruscello, appena uscito dalla sua visuale, ho imboccato la mulattiera che portava alla rupe.

Dovevo coprire un chilometro abbondante. Di buona lena mi misi a camminare veloce e, in alcuni tratti, anche a correre. Dopo venti minuti arrivai sul posto.

Fu il desiderio di conoscere la verità che mi portò laggiù, come un ladro, in incognita. Volevo spiare per scoprire il segreto che legava Anna a papà, capire che cosa facesse con lei, durante le visite notturne in camera nostra.



Trovai un punto di osservazione perfetto. Mi ero messo defilato, dietro alti arbusti.

Notai il carro e il mulo, che stava rodendo l’erba secca.  Anna e papà erano intenti ad stendere i teli. Li osservai per circa mezzora, senza che succedesse nulla.



Ad un tratto scorgo papà che si tira fuori il cazzo e inizia a pisciare.  

Il gesto sarebbe stato un atto naturale, ma quello che lo rese scandaloso fu che lo fece alla presenza di Anna.

Anna guardò il cazzo di papà, sorridendo stupidamente. Quel gesto non l’aveva per niente impressionata. Anzi sembrava che fosse abituata a vederlo.



Lo scenario che seguì fu ancora più sconvolgente.



All’epoca le donne portavano gonne lunghissime, che arrivavano fino ai piedi. Anna, con disinvoltura, si alzò la gonna e si abbassò i mutandoni giù, fino ai piedi. Poi si chinò sul terreno a pisciare, con le gambe spalancate davanti a papà.



Papà, divertito da quell’atto sfacciato, invece di rimettersi dentro il cazzo, si ferma a fissare Anna e la sua figa pelosa, dalla quale usciva uno scroscio di urina, come una cascata.

Nello stesso istante, noto la sua mano cingere il grosso cazzo, come l’elsa di una spada, che inizia a muoversi lentamente lungo l’asta.

Rimasi colpito da quel gesto. Inoltre, notai che il cazzo di papà, stimolato dalla sua mano, stava diventando lungo e grosso.

Anna, nonostante avesse finito di pisciare, se ne stava accosciata sul terreno, come una rana, con le gambe aperte, ostentando divertita la sua figa pelosa allo sguardo allucinato di papà. Anzi, una mano prese ad accarezzare il pelo in modo lascivo separando le piccole labbra.



Anna e papà, continuavano ad osservarsi le parti intime, senza distogliere lo sguardo, intanto che le loro mani si muovevano frenetiche.

Papà, ad un tratto, con il cazzo che spuntava oscenamente dai suoi pantaloni, si avvicina a lei e l’aiuta ad alzarsi in piedi.



Anna, tirandosi su, lascia i mutandoni calati attorno alle caviglie, mentre con una mano si tiene sollevata la gonna, l’altra continuava ad accarezzare la fica.


Le gambe erano pallide come neve ed erano coperte da lunghe calze di lana nere, tenute su con elastici allacciati a metà coscia.



Papà, muovendo il capo, la scruta dalla punta dei piedi fino alla testa, poi l’agguanta con forza e la stringe a se, incuneando il suo grosso cazzo tra le candide cosce.

Iniziò a baciarla con frenesia, sul collo e sul petto, mentre le sue mani scendevano giù, sulle natiche bianche, impastandole con forza, sembrava che le dita affondassero nella tenera pelle.

Anna, in quel momento, teneva la testa appoggiata sul petto di papà, lasciandosi accarezzare il culo e le gambe, partecipando a sua volta, con il movimento delle anche verso di lui, mentre il grosso cazzo era sparito tra le cosce.

Dopo alcuni atti ondulatori si sposta di fianco, afferra il pene e lo agita in tutta la lunghezza, spostando solo il polso.

Più tardi, imparai con mio gaudio che si trattava di una pugnetta.



Papà, si agitò per alcuni istanti, poi ferma la sua azione, gli afferrò una spalla e la costrinse a rannicchiarsi a terra, come una pecora.

La fissò per alcuni istanti, poi gli va dietro, le alza la lunga gonna, spostandola oltre i fianchi, fino a scoprire un sedere bianco e rotondo.

Lo scruta ancora per alcuni secondi, scaricando il desiderio con forti colpi di mano sul cazzo, poi si lascia cadere sulle ginocchia, dietro di lei, quindi si avvicina con il bacino verso le natiche candide di Anna.

Proprio in quel frangente vedo la punta del grosso cazzo di papà che sparisce tra i glutei di mia sorella Anna, papà si accosta ulteriormente fino a farlo sparire completamente dentro lo scoscio peloso.

Non ero molto distante, perciò lo vidi bene, mentre lo ficcava dentro quella nicchia nera. Poi mi giunsero le loro voci concitate.



“Mmmmmmm si papà mmmmmm ficcamelo tutto dentro mmmmm è bello!

“Anna mmm hai un culo come quello delle prostitute! Ne ho visti tanti al bordello a Firenze? Anzi il tuo è più bello! mmm

“Si papà! Scopami! Mi piace sentire il tuo cazzo nella fica mmmmmm Scopami come facevi con le puttane!

“Sei un dono prezioso! tesoro! E pensare che fino a due mesi fa per scopare dovevo andare a Firenze, dalle prostitute del bordello! Mmmm

“la mamma mi ha detto che soffrivi! Mi ha chiesto di farlo per te! Ti confesso che mi piace molto anche a me! E lo faccio volentieri!mmmm Perché non vieni più la notte a trovarmi in camera? Mm

“Tesoro, non possiamo più scopare in camera! Tommaso ci ha sentito! Ha detto tutto a tua madre!

“O madonna! E mo?

“Lo facciamo qui! O a casa quando lui è a scuola mmmm Anna Anna mmmm sto godendo mmm

“mmmm si papà mmmm anche io mmmm



Vedevo papà che si muoveva esagitato dietro il culo di Anna, facendo leva sulle ginocchia, mentre lei, come un pecora, gemeva con forti acuti, in risposta ad ogni affondo di papà. Mi spostai i pantaloncini per guardare il mio cazzo.

Ero incuriosito, anche io avevo un cazzo, ma era ancora piccolo, mentre quello di papà era grande e grosso.

All’epoca mi sembrava strano che papà potesse provare piacere a ficcare il suo pene tra le cosce di Anna.



Tuttavia la mia curiosità non fu ancora appagata perché non capiva il motivo che spingeva papà ad infilare il suo grosso cazzo in mezzo alle gambe di Anna e perché si lamentavano in quel modo.



Anna iniziò a latrare, come faceva la notte, quando papà veniva a trovarla, ma stavolta esternava suoni con una tonalità più forte. Papà grugniva come un maiale e aumentava gli affondi man mano che il tempo incalzava, imprimendo più forza al movimento del suo bacino.

Mi ricordava quello del cane pastore Buck, quando si attaccava alle natiche di Laika, una cagnetta bastarda.



Mia sorella, infatti, era piegata in avanti come Laika, e papà la montava da dietro, come faceva Buck.

Anna se ne stava rannicchiata, con la testa insaccata nelle braccia, poggiate con i gomiti al suolo, sembrava che pregasse, muoveva a scatti il sedere indietro, urtando il corpo di  papà.

Papà, in quei momenti, la teneva ferma dai fianchi, e spostandosi veloce verso di lei alternava una serie di colpi veloci con affondi più profondi.



Ad un tratto papà:



“Anna mmmm sto per sborrare mmmm non ce la faccio più!

“mmm papà sto godendo mmmm

“Lo sento Anna! Lo sento mmmmmm to to to mmmm



Papà si aggrappò ai fianchi stretti di Anna e, appiccicandosi al suo sedere, iniziò a tremare come se fosse stato investito da una saetta. Poi la voce di Anna.



“Madonna! Papà sei venuto dentro!

“Porco Cane! No! E mo?

“E mo? Speriamo che non s’ingrossi la pancia! Sarebbe una tragedia!



Papà scattò in piedi. Il suo cazzo era ancora duro. Muovendosi lo faceva oscillare in aria, come la coda di un cane, e brillava alla luce del sole, come se fosse bagnato. Dalla figa di Anna scendeva un liquido bianco, che gocciolando cadeva sul telo.

Papà era agitato, quindi  prese il fazzoletto che teneva legato attorno al collo e cominciò a pulire la figa. Addirittura costrinse Anna a chinarsi come una rana, come se stesse pisciando, e la incitava a dare dei colpi verso il terreno.



“Dai! Continua così! sta scendendo tutto! Mi sono distratto! Porca miseria!

“papà speriamo! Sennò la mamma ci ammazza!



Erano preoccupati per qualcosa che, in quello istante, non avevo capito e l’ho compreso alcuni mesi dopo, quando, la preoccupazione ha iniziato a notarsi. Anna stava ingrossando il ventre.



Papà e mamma, in quel periodo, non facevano altro che litigare, costringendomi ad uscire di casa. Non volevano che sentissi quello che avevano da rinfacciarsi. Poi un giorno, nascosto sotto la finestra della cucina:



“Lo sapevo che eri una testa di cazzo! Ti rendi conto! Hai messo incinta tua figlia! Come cazzo facciamo a giustificarlo agli occhi del paese? Solo a pensarci mi viene l’angoscia! E quella cretina non poteva staccarsi! Gli piace il cazzo? E ora è incinta!

“io una soluzione ce l’avrei!

“Anche io! La portiamo subito da quella strega di Matilde!

“No! È pericoloso! Anna potrebbe anche morire! Ho pensato al figlio di Agostino lo storto! Sarebbe un marito perfetto!

“Chi? Lo scemo?

“Io non la faccio abortire! Il figlio di Agostino è l’unico che potrebbe sposarla, sennò mi dici chi se la prenderebbe con il pancione?

“Tutto questo non sarebbe successo se avessi tirato fuori il cazzo!  Non dovevo fidarmi di te! Sei un animale!

“E’ successo! Ora basta! Io vado a parlare con Agostino!



Alcuni giorni dopo ci fece visita Agostino lo storto con il figlio Angelo, un ragazzo semplice che i paesani trattavano ingiustamente come lo scemo del villaggio.

Come al solito fui costretto a uscire.



“Compare Agostino! Ti domanderai perché sei qui?

“Be si!

“Tu hai un problema e noi pure! Insieme potremmo risolverli tutte e due!

“Già - accarezzando la testa del figlio, che rideva senza capire quello che stava succedendo – ma il vostro quale è?

“Tre mesi fa, durante la raccolta delle olive, un aiutante ha approfittato di nostra figlia Anna!

“Accidenti! Anna è stata compromessa e mo?

“Già è un grosso guaio! Ma non è il solo! Perché è rimasta anche incinta! E sai bene come finiscono certe cose!

“Caspita! E già, i paesani fanno presto a dire che tua figlia è una puttana! Lo so come finiscono certe cose! Anche mio figlio è vittima delle maldicenze del paese! E voi sapete che è un gran lavoratore! Anche se è semplice!

“Lo so compare! Lo so! Io una soluzione l’avrei! Con il vostro consenso!



Agostino alzò gli occhi, e si mese in ascolto delle parole di papà.



“Maritiamo i nostri figli! Prendo tuo figlio in casa e lo tratto come se fosse il mio! Cosa ne pensate?



Agostino guardò suo figlio. Lo accarezzò con dolcezza. Una moglie per suo figlio? Lo avrebbe riabilitato davanti agli occhi dei paesani. Anna era una bella ragazza, e Angelo sarebbe stato invidiato dagli uomini del paese. Dopo alcuni minuti di silenzio:



“Accetto la vostra proposta! E vi confesso che, sebbene Anna non sia più illibata, la vostra offerta mi fa molto piacere ed è un onere concedere mio figlio a vostra figlia!



Si accordarono sulla data del matrimonio, fissandola prima che la pancia di Anna si manifestasse palesemente agli occhi dei paesani.



Dopo il matrimonio, ho dovuto lasciare la stanza da letto, poiché divenne l’alcova di Anna e Angelo.



Anna partorì una bambina che fu chiamata Teresa, come la mamma. Papà, dopo il parto, riprese nuovamente la tresca con lei; non era cambiato nulla.

Angelo era un marito perfetto, perché la sua ingenuità gli permetteva di fare i suoi comodi con Anna. Infatti, quando Angelo era a lavoro, lui andava abusava di lei in ogni angolo della casa.

Anna rimase ancora incinta di altre due bambine, Agnese e Maria, tra queste, credo, che Agnese fosse la figlia di Angelo, perché era bionda con gli occhi azzurri come lui.



Nel 1941, all’età di diciannove anni, cominciai ad interessarmi ad Anna. La mamma, per evitare un eventuale conflitto d’interessi tra me e papà, cercò di convincermi a stare lontano da lei, ci riuscì, per un breve periodo, prendendo il suo posto….



Continua..... la seconda parte si intitola: Una mamma comprensiva (vi lascio immaginare come)



Guzzon59

Ti immagino così

 
 
Immagino così il tuo risveglio.
Una grigia giornata e lo scorrere lento della Senna sotto i tuoi occhi.
Il tuo odore della notte ancora addosso
tiepido, fragrante come pane appena sfornato.
Il tuo sesso già vigile
dal dolce sapore di ostia
le mani che ci giocano ancora un po'
indugiando sul  tuo corpo nudo ancora caldo sotto le coperte.
Una tazza di the verde
 I tuoi esercizi di respirazione e meditazione
Tutti i tuoi piccoli rituali del mattino.
Poi la doccia
 un asciugamano che avvolge i tuoi fianchi
 I piedi scalzi sul parquet
Il movimento lieve dei tuoi passi
che vanno incontro a una nuova giornata

Ti vedo,
così.

Ti immagino così

 
 
Immagino così il tuo risveglio.
Una grigia giornata e lo scorrere lento della Senna sotto i tuoi occhi.
Il tuo odore della notte ancora addosso
tiepido, fragrante come pane appena sfornato.
Il tuo sesso già vigile
dal dolce sapore di ostia
le mani che ci giocano ancora un po'
indugiando sul  tuo corpo nudo ancora caldo sotto le coperte.
Una tazza di the verde
 I tuoi esercizi di respirazione e meditazione
Tutti i tuoi piccoli rituali del mattino.
Poi la doccia
 un asciugamano che avvolge i tuoi fianchi
 I piedi scalzi sul parquet
Il movimento lieve dei tuoi passi
che vanno incontro a una nuova giornata

Ti vedo,
così.

1Q84 romanzo di Haruki Murakami, frammenti

1Q84 è un romanzo di Haruki Murakami, pubblicato in Giappone nel maggio 2009/10 dalla casa editrice Shinchosha.
Nel primo mese dalla data di pubblicazione è stato venduto più di un milione di copie.
Nel 2009 sono state vendute 2,24 milioni di copie di 1Q84, che è diventato il romanzo più venduto dell'anno in Giappone.
Il titolo somiglia molto a quello dell'opera più famosa di George Orwell, 1984: la lettera «Q» del titolo ha la stessa pronuncia del numero 9 (kyuu) in giapponese.
Per tale ragione alcuni critici ritengono che l'opera di Haruki Murakami sia un omaggio a Orwell.
La «Q» è anche un riferimento al "Question mark", ossia al punto interrogativo.
Un libro che ho letto in un giorno (e notte) e ancora dovrei rileggere per riflettere alcuni passaggi.
I "Little people" io li considero come imput, cioè reazione.
nel resto del testo sto cercando di rintracciare allegorie e significati simbolici.
Cito alcuni passi che mi sono piaciuti di più:
"io sono veicolo per trasportare DNA" (praticamente senza altro significato?)
"per quanto uno possa essere dotato di talento, non è affatto sicuro che avrà da mangiarea sufficienza, mentre uno che possiede intuito non avrà mai problema di pagarsi il pranzo"...
"credeva che alimentare un pensiero antisistema e sovversivo come il suo, fosse essenziale per una società sana.
Come una spezia salutare"...
"La memoria si trasmette dai genitori ai figli. Il mondo Aomame è una lotta senza finetra una memoria e un'altra che le si oppone senza fine"..

1Q84 romanzo di Haruki Murakami, frammenti

1Q84 è un romanzo di Haruki Murakami, pubblicato in Giappone nel maggio 2009/10 dalla casa editrice Shinchosha.
Nel primo mese dalla data di pubblicazione è stato venduto più di un milione di copie.
Nel 2009 sono state vendute 2,24 milioni di copie di 1Q84, che è diventato il romanzo più venduto dell'anno in Giappone.
Il titolo somiglia molto a quello dell'opera più famosa di George Orwell, 1984: la lettera «Q» del titolo ha la stessa pronuncia del numero 9 (kyuu) in giapponese.
Per tale ragione alcuni critici ritengono che l'opera di Haruki Murakami sia un omaggio a Orwell.
La «Q» è anche un riferimento al "Question mark", ossia al punto interrogativo.
Un libro che ho letto in un giorno (e notte) e ancora dovrei rileggere per riflettere alcuni passaggi.
I "Little people" io li considero come imput, cioè reazione.
nel resto del testo sto cercando di rintracciare allegorie e significati simbolici.
Cito alcuni passi che mi sono piaciuti di più:
"io sono veicolo per trasportare DNA" (praticamente senza altro significato?)
"per quanto uno possa essere dotato di talento, non è affatto sicuro che avrà da mangiarea sufficienza, mentre uno che possiede intuito non avrà mai problema di pagarsi il pranzo"...
"credeva che alimentare un pensiero antisistema e sovversivo come il suo, fosse essenziale per una società sana.
Come una spezia salutare"...
"La memoria si trasmette dai genitori ai figli. Il mondo Aomame è una lotta senza finetra una memoria e un'altra che le si oppone senza fine"..

È solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 18)

Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"

Il mattino successivo mi colse beatamente addormentata sul seno di Hanna. Avevamo trascorso l'intera notte a fare l'amore, a coccolarci e ad assaporaci finché il sonno ci aveva travolte. Il suo profumo di vaniglia mi riempiva le narici. Non resistetti, le succhiai un capezzolo. Hanna sorrise nel sonno e spalancò le gambe.
Sorrisi felice di trovarmi lì con lei. Mi misi a sedere sul letto e la guardai dormire.
Ora sapevo cosa fare. Come Hanna aveva predetto, la sbronza e tutto ciò che era successo durante quella notte mi avevano concesso una pausa, uno stop, un momentaneo stand by che mi era servito per raggranellare la lucidità necessaria per capire ciò che volevo. Prima però regalai ad Hanna il più bel risveglio che si possa avere.
Scesi piano dal letto, facendo attenzione a non svegliarla, e dal bagno presi un pennello da trucco con le setole morbidissime e un flacone di olio di mandorle.

Con la stessa accortezza di prima tornai accanto a lei e mi rigirai il pennello fra i polpastrelli facendolo scorrere sull'interno coscia di Hanna. Dal ginocchio risalii lentamente la gamba fino all'inguine, piroettai sul monte di Venere e scesi sull'altra gamba, dall'inguine al ginocchio, per poi tornare sui miei passi e fermarmi al centro.
Hanna iniziò a gemere ancor prima di svegliarsi. Carezzai con quelle morbide setole le sue ali ancora chiuse, vezzeggiando le piccole labbra che sbucavano come la timida lingua di un gatto addormentato.
Gemendo e ansimando ormai sveglia, ma senza aprire gli occhi, raccolse i talloni vicino alle natiche, spalancando le cosce e schiudendo il suo fiore fra le mie mani. Con due dita separai le grandi labbra porgendo al sole del mattino il rosa acceso della sua pelle, e vi passai il pennello facendolo roteare delicato e leggiadro. Il piccolo promontorio dondolava stuzzicato e dalla fessura brillò una goccia di rugiada.
Versai qualche goccia di olio sulle dita e le feci scivolare unite sulla sua pelle accesa di desiderio. I suoi gemiti si fecero più intensi così come le mie carezze. Sentii il clitoride gonfio sotto le mie dita, le piccole labbra morbide danzare fra le mie falangi e l'umida fessura che attendeva di essere varcata. La penetrai con un dito mentre il resto della mano stimolava tutto il resto, poi lo sfilai  e lo feci scivolare su, attraversando le sue valli, fino a raggiungere il clitoride. Le mie mani danzavano prive di qualsiasi attrito su quella pelle delicata, prive di ogni resistenza. L'olio levava ogni possibile fastidio che quel contatto poteva provocare ad Hanna.
Massaggiai le grandi labbra, mi feci scorrere quelle piccole e il clitoride fra le dita, giocai col sesso di Hanna rimbalzando lo sguardo dal suo viso distorto dagli spasmi del piacere, al suo fiore così bello e seducente. Hanna stava per raggiungere il capolinea, il suo ancheggiare aumentava così come i gorgheggi gutturali che gorgogliavano dalla sua gola. Presi il pennello per le setole, unsi il manico scaldandolo un poco e lo avvicinai alla fessura di Hanna. Con la punta stuzzicai il perimetro dell'apertura, poi la varcai.
Hanna, presa dalla foga, afferrò il pennello e lo infilò interamente dentro di sé fino allo setole, poi lo estrasse e lo rificcò di nuovo, dentro e fuori, dentro e fuori ad un ritmo sempre più forsennato. Io mi concentrai sul gonfio promontorio che stava implorando attenzione. Con una mano allargai le grandi labbra e con l'altra massaggiai e carezzai il clitoride finché un acuto si librò nell'aria per poi planare lieve e delicato come un sussurro di beatitudine.

«Scappa con me - Mi sussurrò guardandomi trasognata - Insomma, credo che prima di decidere cosa fare dovresti staccare la spina per un po', e una vacanza potrebbe schiarirti le idee»

«Mi sembra un'ottima idea»

«Fantastico - Esclamò sedendosi di scatto, già carica di entusiasmo - Ho una casetta in riva al mare dove potremmo rifugiarci per tutto il tempo che vorrai»

«Perfetto! Non subito però, prima devo fare una cosa»

«Hai ragione - Disse maliziosa avvicinandosi a me, intrufolando l'indice fra le mie ali e facendolo scorrere fino alla base per poi risalire - Prima c'è una cosa importantissima da fare - Mi succhiò un capezzolo e lo titillò con la lingua. Il desiderio friggeva e pulsava fra le mie cosce - Una cosa che non può proprio aspettare»

Io, già eccitata per aver giocato con lei, mi crogiolai nelle sue carezze, e, gemendo, mi sdraiai sul letto e la lasciai fare. Lei rotolò sul mio corpo finché il suo viso si trovò fra le mie gambe e mi spinse le cosce in alto, avvicinando le ginocchia al petto e le allargò completamente. Ero bagnata, intrisa di miele esattamente come la voglia di essere baciata, assaggiata, succhiata, leccata e penetrata dalla sua lingua fino allo sfinimento, fino a non avere più forza, fino ad essere prosciugata di tutto e riempita solo dal sublime piacere che sapeva darmi. Sì, sarei andata con lei in capo al mondo, l'avrei seguita ovunque e avremmo fatto l'amore in ogni modo e in ogni luogo, libere e selvagge come il desiderio che ci univa e che ci arroventava la pelle.
Quella voglia matta e intransigente che ti costringe a cedere ad ogni tentazione possibile e immaginabile. Io ero questo, ero piacere allo stato puro, volevo godere, godere e basta e seguivo chiunque stuzzicasse le mie fantasie e quietasse le mie voglie. Ero questo, Eric aveva ragione.
Eric, in quel momento pensai che non mi sarebbe affatto dispiaciuto che su quel letto ci fosse anche lui a penetrarmi e a trafiggermi in ogni pertugio. Lui e Hanna insieme per farmi godere e io lì a far godere loro. Se poi ci fossero stati anche Patrick e Big sarebbe stato davvero l'apoteosi del piacere. L'eccitazione m'irretiva la mente e liberava le mie fantasie più erotiche e sfrenate, mentre la lingua di Hanna si tuffò nella mia fessura, ed io impazzii.
Urlavo e godevo mentre lei mi leccava ovunque insinuandosi in ogni anfratto senza tralasciare nemmeno il minimo lembo di pelle. Quando prese il pennello quasi venni all'istante. Lentamente mi penetrò col manico esattamente come prima avevo fatto con lei, e il pensiero che quello stesso oggetto era stato poco prima dentro il suo corpo caldo ed era ancora umido dei suoi umori, amplificò il piacere, irrorando la mia pelle, correndo attraverso le mie vene raggiungendo i muscoli, il fegato, lo stomaco, i polmoni, il cuore, tutto. Ero un unico nervo carezzato dalla lingua di Hanna.
Tolse il pennello dalla mia fessura e penetrò il mio pertugio inumidito dalla sua saliva. Non credevo fosse possibile, ma il piacere crebbe fin quasi a farmi male, volevo scoppiare, gridare. Presi un cuscino e me lo portai sul viso per attutire i miei urli. Hanna spingeva il pennello dentro di me, lo sfilava e lo spingeva ancora dentro. I miei muscoli si contraevano e accompagnavano i suoi gesti ed ero incapace di controllare i miei spasmi. Sentivo il miele sgorgare e Hanna lo raccoglieva e lo gustava come se fosse stato il più dolce dei nettari.


È solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 18)

Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"

Il mattino successivo mi colse beatamente addormentata sul seno di Hanna. Avevamo trascorso l'intera notte a fare l'amore, a coccolarci e ad assaporaci finché il sonno ci aveva travolte. Il suo profumo di vaniglia mi riempiva le narici. Non resistetti, le succhiai un capezzolo. Hanna sorrise nel sonno e spalancò le gambe.
Sorrisi felice di trovarmi lì con lei. Mi misi a sedere sul letto e la guardai dormire.
Ora mi era più chiaro quel che dovevo fare. Come Hanna aveva predetto, la sbronza e tutto ciò che era successo durante quella notte mi avevano concesso una pausa, uno stop, un momentaneo stand by che mi era servito per raggranellare la lucidità necessaria per capire ciò che volevo. Prima però regalai ad Hanna il più bel risveglio che si possa avere.
Scesi piano dal letto, facendo attenzione a non svegliarla, e dal bagno presi un pennello da trucco con le setole morbidissime e un flacone di olio di mandorle.
Con la stessa accortezza di prima tornai accanto a lei e mi rigirai il pennello fra i polpastrelli facendolo scorrere sull'interno coscia di Hanna. Dal ginocchio risalii lentamente la gamba fino all'inguine, piroettai sul monte di Venere e scesi sull'altra gamba, dall'inguine al ginocchio, per poi tornare sui miei passi e fermarmi al centro.
Hanna iniziò a gemere ancor prima di svegliarsi. Carezzai con quelle morbide setole le sue ali ancora chiuse, vezzeggiando le piccole labbra che sbucavano come la timida lingua di un gatto addormentato.
Gemendo e ansimando ormai sveglia, ma senza aprire gli occhi, raccolse i talloni vicino alle natiche, spalancando le cosce e schiudendo il suo fiore fra le mie mani. Con due dita separai le grandi labbra porgendo al sole del mattino il rosa acceso della sua pelle, e vi passai il pennello facendolo roteare delicato e leggiadro. Il piccolo promontorio dondolava stuzzicato e dalla fessura brillò una goccia di rugiada.
Versai qualche goccia di olio sulle dita e le feci scivolare unite sulla sua pelle accesa di desiderio. I suoi gemiti si fecero più intensi così come le mie carezze. Sentii il clitoride gonfio sotto le mie dita, le piccole labbra morbide danzare fra le mie falangi e l'umida fessura che attendeva di essere varcata. La penetrai con un dito mentre il resto della mano stimolava tutto il resto, poi lo sfilai e lo feci scivolare su, attraversando le sue valli, fino a raggiungere il clitoride. Le mie mani danzavano prive di qualsiasi attrito su quella pelle delicata, prive di ogni resistenza. L'olio levava ogni possibile fastidio che quel contatto poteva provocare ad Hanna.
Massaggiai le grandi labbra, mi feci scorrere quelle piccole e il clitoride fra le dita, giocai col sesso di Hanna rimbalzando lo sguardo dal suo viso distorto dagli spasmi del piacere, al suo fiore così bello e seducente. Hanna stava per raggiungere il capolinea, il suo ancheggiare aumentava così come i gorgheggi gutturali che gorgogliavano dalla sua gola. Presi il pennello per le setole, unsi il manico scaldandolo un poco e lo avvicinai alla fessura di Hanna. Con la punta stuzzicai il perimetro dell'apertura, poi la varcai.
Hanna, presa dalla foga, afferrò il pennello e lo infilò interamente dentro di sé fino allo setole, poi lo estrasse e lo rificcò di nuovo, dentro e fuori, dentro e fuori ad un ritmo sempre più forsennato. Io mi concentrai sul gonfio promontorio che stava implorando attenzione. Con una mano allargai le grandi labbra e con l'altra massaggiai e carezzai il clitoride finché un acuto si librò nell'aria per poi planare lieve e delicato come un sussurro di beatitudine.
«Scappa con me - Mi sussurrò guardandomi trasognata - Insomma, credo che prima di decidere cosa fare dovresti staccare la spina per un po', e una vacanza potrebbe schiarirti le idee.»
«Mi sembra un'ottima idea!» Hanna aveva decisamente ragione. Quell’idea mi elettrizzò.
«Fantastico - Esclamò sedendosi di scatto, già carica di entusiasmo - Ho una casetta in riva al mare dove potremmo rifugiarci per tutto il tempo che vorrai.»
«Perfetto! Non subito però, prima devo fare una cosa.»
«Hai ragione, - Disse maliziosa avvicinandosi a me, intrufolando l'indice fra le mie ali e facendolo scorrere fino alla base per poi risalire - prima c'è una cosa importantissima da fare - Mi succhiò un capezzolo e lo titillò con la lingua. Il desiderio friggeva e pulsava fra le mie cosce - Una cosa che non può proprio aspettare.»
Io, già eccitata per aver giocato con lei, mi crogiolai nelle sue carezze, e, gemendo, mi sdraiai sul letto e la lasciai fare. Lei rotolò sul mio corpo finché il suo viso si trovò fra le mie gambe e mi spinse le cosce in alto, avvicinando le ginocchia al petto e le allargò completamente. Ero bagnata, intrisa di miele esattamente come la voglia di essere baciata, assaggiata, succhiata, leccata e penetrata dalla sua lingua fino allo sfinimento, fino a non avere più forza, fino ad essere prosciugata di tutto e riempita solo dal sublime piacere che sapeva darmi. Sì, sarei andata con lei in capo al mondo, l'avrei seguita ovunque e avremmo fatto l'amore in ogni modo e in ogni luogo, libere e selvagge come il desiderio che ci univa e che ci arroventava la pelle.
Quella voglia matta e intransigente che ti costringe a cedere ad ogni tentazione possibile e immaginabile. Io ero questo, ero piacere allo stato puro, volevo godere, godere e basta e seguivo chiunque stuzzicasse le mie fantasie e quietasse le mie voglie. Ero questo, Eric aveva ragione.
Eric, in quel momento pensai che non mi sarebbe affatto dispiaciuto che su quel letto ci fosse stato anche lui a penetrarmi e a trafiggermi in ogni pertugio. Lui e Hanna insieme per farmi godere e io lì a far godere loro. Se poi ci fossero stati anche Patrick e Big sarebbe stato davvero l'apoteosi del piacere. L'eccitazione m'irretiva la mente e liberava le mie fantasie più erotiche e sfrenate, mentre la lingua di Hanna si tuffò nella mia fessura, ed io impazzii.
Urlavo e godevo mentre lei mi leccava ovunque insinuandosi in ogni anfratto senza tralasciare nemmeno il minimo lembo di pelle. Quando prese il pennello quasi venni all'istante. Lentamente mi penetrò col manico esattamente come prima avevo fatto con lei, e il pensiero che quello stesso oggetto era stato poco prima dentro il suo corpo caldo ed era ancora umido dei suoi umori, amplificò il piacere, irrorando la mia pelle, correndo attraverso le mie vene raggiungendo i muscoli, il fegato, lo stomaco, i polmoni, il cuore, tutto. Ero un unico nervo carezzato dalla lingua di Hanna.
Tolse il pennello dalla mia fessura e penetrò il mio pertugio inumidito dalla sua saliva. Non credevo fosse possibile, ma il piacere crebbe fin quasi a farmi male, volevo scoppiare, gridare. Presi un cuscino e me lo portai sul viso per attutire i miei urli. Hanna spingeva il pennello dentro di me, lo sfilava e lo spingeva ancora dentro. I miei muscoli si contraevano e accompagnavano i suoi gesti ed ero incapace di controllare i miei spasmi. Sentivo il miele sgorgare e Hanna lo raccoglieva e lo gustava come se fosse stato il più dolce dei nettari.

Ai suoi piedi (incesto)




Dal web

Ai suoi piedi
by diego

Questo racconto parla di come è cambiato il rapporto con mia madre e come son riuscito a realizzare un mio sogno.
Mia madre è una bella donna sulla quarantina non tanto alta, capelli rossi, un bel culo abbondante, un bel paio di tettone e due labbra carnose che sembran fatte apposta per fare pompini.
Ma soprattutto la parte che mi ha sempre fatto impazzire di lei sono i suoi piedi.
Un 34 piccolo e curatissimo, dita sempre smaltate e quasi sempre avvolti dai collant.
Fin da ragazzino amavo spiarla quando era al telefono con le sue amiche e dondolava una scarpa, giocando coi suoi piedini, o quando rovistando nella biancheria cercavo i suoi collant per sentire quell’odore cosi eccitante e spararmi delle seghe immaginando di baciare quelle adorabili estremità.
Finalmente una sera, tornando a casa, si distese sul divano togliendosi solo le scarpe, e si mise a vedere la Tv con me, giocherellando e strofinando i suoi piedi avvolti dai dei collant color carne. Sembrava lo facesse apposta per provocarmi, io cercavo di non perdere neanche un attimo di quelle immagini.
Finchè a un certo punto disse “Mamma mia queste scarpe nuove mi han massacrato, saresti cosi gentile da farmi un massaggio?”.
Io incredulo per l’occasione che mi si stava proponendo, cercando comunque di non dare a vedere l’eccitazione, dissi con fare un po’ scocciato “uhm.. va bene..”
Quasi mi tremavano le mani per l’eccitazione quando finalmente presi tra le mani quei piedi oggetto del mio desiderio e delle mie seghe.
Il contatto coi collant mi fece subito ingrossare il cazzo e cominciai un massaggio per quanto fossi inesperto a questa pratica.
Lei comunque sembrava gradire e, accendendosi una sigaretta,
Cominciò a dire “mmm.. grazie…ci voleva proprio…”
E io “Vado bene?”
Lei “Si si continua…” socchiudendo gli occhi e continuando a fumare.
Io continuavo a massaggiare quei piedi stupendi, e man mano avevo preso coraggio e li guardavo sempre di più , finalmente potevo vederli da vicino, osservando la perfezione delle dita e quell’odore eccitante che fino ad allora avevo sentito solo di nascosto quando si toglieva le calze di nylon e le metteva a lavare.
Finchè lei tolse quel piede e porgendomi l’altro disse “Adesso anche questo..”.
Io ero talmente preso dall’eccitazione e da quei modi quasi autoritari, che non mi accorsi che mi urto col primo piede in mezzo alle gambe, accorgendosi della mia erezione.
In un attimo provai terrore per la figura che stavo per fare, ma incredibilmente lei, con un sorriso divertito disse “Oh.. ma cosa abbiamo qua?”
Io imbarazzatissimo cercando di cambiare posizione “niente niente…”
Ma lei con espressione divertita “Dai dai.. fa’ vedere…” e prendendomi di sorpresa mi calò i pantaloni della tuta quanto bastava per far uscire il mio cazzo svettante.
E disse “wow.. ma cos’è ‘sto trionfo?”
Io continuavo a ripetere “Niente niente” vergognandomi come un ladro, ma a lei sembrava che la cosa divertisse e mi chiese “Adesso mi dici cos’è che ti eccitava tanto” e li presi coraggi e le confessai “Beh.. scusa.. ma sono i tuoi piedi”
“I miei piedi? E cos’hanno?”
“Sono bellissimi…”
“Ah ah ah addirittura…” e poi.. con uno sguardo malizioso da porca che non scordero mai, comincio ad accarezzarmi una guancia con un piede dicendo “mmm e cosi ti eccitano i piedi della mamma eh? Mmm… bravo bravo..”.
Il contatto del nylon con la mia pelle, quell’odore eccitante e l’avere quel piede cosi vicino mi fecero finalmente prendere coraggio e, pensando “Ora o mai piu, ormai ho fatto 30, facciam 31!” avvicinai le labbra e lo baciai.
Mi aspettavo una reazione del tipo “non esagerare” e invece lei si stava rivelando più porca di quanto immaginassi, perché continuando a sorridere in maniera intrigante, disse “Uh..che carino..me li baci anche? Ti piaccion proprio tanto!”
E io “Mi fanno impazzire..”
Lei “Ah si? Allora leccameli per bene!”
Io, ormai perso ogni freno inibitore, risposi prontamente “Con piacere” e mi gettai su quei piedi, leccando ogni centimetro, succhiavo le dita, leccavo il tallone e le piante, ero in paradiso.
E vedevo che anche lei gradiva la cosa, muoveva i suoi piedi per assecondare la mia lingua, ruotandoli e avvicinando man mano la parte che voleva che leccassi, cominciando a mugolare sempre di piu..
“mmm continua cosi.. non credevo fosse cosi piacevole.. ti piace leccare i piedi alla mamma, eh porcellino?”
Io, mezzo in estasi “Si, mi fanno impazzire i tuoi piedi”
Lei “Eh lo vedo.. mmm.. stai cominciando a far eccitare anche me…” e infilandosi una mano nei pantaloni cominciò a sditalinarsi.
Lei “Ohhh si.. dai.. continua a leccarmi i piedi, che poi la mamma ti fa sborrare questo bel pisellone” disse cominciando a toccarmi il cazzo con un piede.
Io rimasi sorpreso dalla cosa e dal linguaggio usato e balbettai un “Dici davvero??”
E lei con un sorrisetto da troia “Certo, cosa credevi, che alla mamma non piacesse il cazzo?”
Io “Beh.. ma si.. pero.. cioè..”
“E allora dai, continua che poi ci penso io a farti divertire…” e riprese a sditalinarsi con piu foga, continuando a mugolare finchè, infilandomi un piede in bocca, venne gridando “Ahhh..siii.. leccameli dai.. leccaaa”.
Dopo di che, sfilandomi il piedino che avevo succhiato il piu possibile dalla bocca, disse “E adesso tocca a te.. alzati in piedi dai..”.
Mi prese il cazzo in mano e avvicinandolo alla sua bocca disse “Mmmm adesso la tua ricompensa per avermi adorato come una regina” e se lo infilò tutto in bocca.
Io cercai di resistere il piu possibile, ma l’immagine di quelle labbra carnose che avvolgevano e succhiavano il mio uccello era davvero troppo eccitante.
Ero in estasi e la incitavo dicendole “Ohhh siiii.. che pompino… che labbra morbide… che bocchinara che sei.”
Lei, leccandomelo, non smetteva di dirmi frasi provocanti.. “Allora che ne dici della tua mammina? Se la cava a succhiare cazzi?”
Io “Siii … siii.. sei la migliore.. sto per venire…”
E lei “Eh no! A questo punto facciamo le cose per bene! Ti piacciono i miei piedi? E allora facciamo cosi..”
Mi infilò di nuovo un piede in bocca e l’altro l’appoggio sul mio cazzo dicendo “Dai.. da bravo… succhiami bene le dita e sborrami sul piede”
Io ebbi solo la forza di dire “sei fantastica, ti adoro!”, succhiai le dita smaltate e avvolte dei collant di quel piede meraviglioso, mentre lei con lo sguardo malizioso da troia soddisfatta, guardava l’altro piede ricoperto dalla mia sborra.
Lei “ahh… sei contento?”
Io “Sono in paradiso!”
Lei “Ahahaha.. addirittura? Ti piacevano davvero tanto i miei piedi, devo dire che è piaciuto anche a me”
Io “Davvero? Non credevo fossi cosi.. porca!” dissi con un sorriso.
E lei “Eh non hai visto ancora niente, ora che so che sei cosi servizievole e porcellino, troveremo il modo di divertirci ancora in futuro!”

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