Archivio mensile:dicembre 2012

Tempus fugit, Seneca in latino

«Dammi retta, Lucilio, dedicati un po’ a te stesso e tieni da conto, tutto per te, il tempo che finora ti lasciavi portar via, in un modo o nell’altro, o, comunque, perdevi. È proprio così, credimi: il tempo ci viene tolto o sottratto, quasi a nostra insaputa, oppure ci sfugge non si sa come.
E la cosa più indecorosa è perderlo per trascurata leggerezza. Prova a pensarci: gran parte della vita ci scappa via mentre agiamo in modo sbagliato, la maggior parte mentre stiamo senza far niente, e l’intera esistenza trascorre in occupazioni inutili e che non ci riguardano veramente. Trovami, se sei capace, uno che dia al tempo il giusto valore, che capisca quanto può essere importante una giornata, che si renda conto che noi moriamo un po’ ogni giorno! Perché questo è il punto: noi pensiamo alla morte come a qualcosa che sta davanti a noi, mentre in gran parte è già alle nostre spalle: tutta l’esistenza trascorsa è già in suo potere. Allora, caro Lucilio, fa’ come mi scrivi: tieni stretto il tuo tempo ora per ora; dipenderai meno dal futuro, se avrai in pugno il presente. Mentre rimandiamo le nostre scadenze, il tempo passa.
Tutto ci è estraneo, Lucilio, solo il tempo è veramente nostro: l’unica cosa di cui la natura ci ha fatto padroni; ma è passeggera e instabile, e chiunque può estrometterci da questa proprietà. Che sciocchi gli uomini! Quando ottengono da qualcuno delle inezie di nessun valore, facili da rimpiazzare, sono pronti a farsele mettere in conto; ma non c’è nessuno che si senta in debito, se gli si concede del tempo; eppure questa è l’unica cosa che non si può restituire, nemmeno se si prova grande riconoscenza.»

 SENECA LUCILIO SUO SALUTEM

Ita fac, mi Lucili: vindica te tibi, et tempus quod adhuc aut auferebatur aut subripiebatur aut excidebat collige et serva. Persuade tibi hoc sic esse ut scribo: quaedam tempora eripiuntur nobis, quaedam subducuntur, quaedam effluunt. Turpissima tamen est iactura quae per neglegentiam fit. Et si volueris attendere, magna pars vitae elabitur male agentibus, maxima nihil agentibus, tota vita aliud agentibus.
Quem mihi dabis qui aliquod pretium tempori ponat, qui diem aestimet, qui intellegat se cotidie mori? In hoc enim fallimur, quod mortem prospicimus: magna pars eius iam praeterit; quidquid aetatis retro est mors tenet. Fac ergo, mi Lucili, quod facere te scribis, omnes horas complectere; sic fiet ut minus ex crastino pendeas, si hodierno manum inieceris.
Dum differtur vita transcurrit. Omnia, Lucili, aliena sunt, tempus tantum nostrum est; in huius rei unius fugacis ac lubricae possessionem natura nos misit, ex qua expellit quicumque vult. Et tanta stultitia mortalium est ut quae minima et vilissima sunt, certe reparabilia, imputari sibi cum impetravere patiantur, nemo se iudicet quicquam debere qui tempus accepit, cum interim hoc unum est quod ne gratus quidem potest reddere. Interrogabis fortasse quid ego faciam qui tibi ista praecipio. Fatebor ingenue: quod apud luxuriosum sed diligentem evenit, ratio mihi constat impensae.
Non possum dicere nihil perdere, sed quid perdam et quare et quemadmodum dicam; causas paupertatis meae reddam. Sed evenit mihi quod plerisque non suo vitio ad inopiam redactis: omnes ignoscunt, nemo succurrit.
 Quid ergo est? non puto pauperem cui quantulumcumque superest sat est; tu tamen malo serves tua, et bono tempore incipies. Nam ut visum est maioribus nostris, ‘sera parsimonia in fundo est’; non enim tantum minimum in imo sed pessimum remanet. Vale.

Tempus fugit, Seneca in latino

«Dammi retta, Lucilio, dedicati un po’ a te stesso e tieni da conto, tutto per te, il tempo che finora ti lasciavi portar via, in un modo o nell’altro, o, comunque, perdevi. È proprio così, credimi: il tempo ci viene tolto o sottratto, quasi a nostra insaputa, oppure ci sfugge non si sa come.
E la cosa più indecorosa è perderlo per trascurata leggerezza. Prova a pensarci: gran parte della vita ci scappa via mentre agiamo in modo sbagliato, la maggior parte mentre stiamo senza far niente, e l’intera esistenza trascorre in occupazioni inutili e che non ci riguardano veramente. Trovami, se sei capace, uno che dia al tempo il giusto valore, che capisca quanto può essere importante una giornata, che si renda conto che noi moriamo un po’ ogni giorno! Perché questo è il punto: noi pensiamo alla morte come a qualcosa che sta davanti a noi, mentre in gran parte è già alle nostre spalle: tutta l’esistenza trascorsa è già in suo potere. Allora, caro Lucilio, fa’ come mi scrivi: tieni stretto il tuo tempo ora per ora; dipenderai meno dal futuro, se avrai in pugno il presente. Mentre rimandiamo le nostre scadenze, il tempo passa.
Tutto ci è estraneo, Lucilio, solo il tempo è veramente nostro: l’unica cosa di cui la natura ci ha fatto padroni; ma è passeggera e instabile, e chiunque può estrometterci da questa proprietà. Che sciocchi gli uomini! Quando ottengono da qualcuno delle inezie di nessun valore, facili da rimpiazzare, sono pronti a farsele mettere in conto; ma non c’è nessuno che si senta in debito, se gli si concede del tempo; eppure questa è l’unica cosa che non si può restituire, nemmeno se si prova grande riconoscenza.»

 SENECA LUCILIO SUO SALUTEM

Ita fac, mi Lucili: vindica te tibi, et tempus quod adhuc aut auferebatur aut subripiebatur aut excidebat collige et serva. Persuade tibi hoc sic esse ut scribo: quaedam tempora eripiuntur nobis, quaedam subducuntur, quaedam effluunt. Turpissima tamen est iactura quae per neglegentiam fit. Et si volueris attendere, magna pars vitae elabitur male agentibus, maxima nihil agentibus, tota vita aliud agentibus.
Quem mihi dabis qui aliquod pretium tempori ponat, qui diem aestimet, qui intellegat se cotidie mori? In hoc enim fallimur, quod mortem prospicimus: magna pars eius iam praeterit; quidquid aetatis retro est mors tenet. Fac ergo, mi Lucili, quod facere te scribis, omnes horas complectere; sic fiet ut minus ex crastino pendeas, si hodierno manum inieceris.
Dum differtur vita transcurrit. Omnia, Lucili, aliena sunt, tempus tantum nostrum est; in huius rei unius fugacis ac lubricae possessionem natura nos misit, ex qua expellit quicumque vult. Et tanta stultitia mortalium est ut quae minima et vilissima sunt, certe reparabilia, imputari sibi cum impetravere patiantur, nemo se iudicet quicquam debere qui tempus accepit, cum interim hoc unum est quod ne gratus quidem potest reddere. Interrogabis fortasse quid ego faciam qui tibi ista praecipio. Fatebor ingenue: quod apud luxuriosum sed diligentem evenit, ratio mihi constat impensae.
Non possum dicere nihil perdere, sed quid perdam et quare et quemadmodum dicam; causas paupertatis meae reddam. Sed evenit mihi quod plerisque non suo vitio ad inopiam redactis: omnes ignoscunt, nemo succurrit.
 Quid ergo est? non puto pauperem cui quantulumcumque superest sat est; tu tamen malo serves tua, et bono tempore incipies. Nam ut visum est maioribus nostris, ‘sera parsimonia in fundo est’; non enim tantum minimum in imo sed pessimum remanet. Vale.

Mi piacciono le sorprese





Sabato mattina d'inverno, mi aggiro in casa con quella indolenza delle giornate fredde in cui non pensi neanche a mettere il naso fuori dalla porta. Decido di fare un lungo bagno caldo, rilassandomi nell'acqua nella quale adoro crogiolarmi. Mi piace immergermi fino alle orecchie, sentire il calore sul collo e i suoni ovattati. Pace totale. Le punte dei miei seni che emergono  dall'acqua dopo un po' si raffreddano. I capezzoli irrigiditi sono due guglie rosa sopra grandi colline opalescenti. Li stringo tra pollice e indice, prima delicatamente, poi esercito con i polpastrelli una pressione maggiore fino a farli sbiancare, fino a sentire il ventre che si contrae. Pigramente una mano scivola nell’acqua calda raggiungendo il ciuffo di peli. Dita che scivolano nell’umido bagnato. Brividi. Mi rigiro dall'altra parte smuovendo l'acqua.

Il suono di un sms mi risveglia dal torpore. Quanto tempo è che sono qui dentro?

Un getto d’acqua sulle spalle fa scivolare via i residui di sapone e poi… sono fuori da questo tepore avvolgente. Allungo una mano e prendo  il telefonino "Passo un attimo da te" Sorrido leggendo la scritta perché so che non sarà un attimo. “tra quanto?” rispondo “ sono vicino a casa tua. Che ne dici se rimango a pranzo?” “ok però non ho molto in cucina”

Sono ancora in accappatoio, i capelli umidi e raccolti, devo scegliere se vestirmi o preparare qualcosa da mangiare, e conoscendoti so che  dopo avrai fame, tanta fame.  Un po’ di crema sul corpo e sul viso, una riga di eyeliner e poi in cucina,  di fronte al frigorifero semivuoto.

Qualche formaggio, insalata, e un piccolo barattolo di pesto fatto in casa.  Uno scrigno di aromi estivi, basilico coltivato in terrazza che ancora resiste al freddo, pecorino, parmigiano e qualche pinolo. E naturalmente aglio. Adoro i sapori semplici ma definiti, netti. E naturali.

“Spaghetti al pesto?” digito sulla tastiera. “ Meglio riso”

Il tempo di mettere sul fuoco la pentola piena d’acqua, portarla a bollore e versarci il riso mentre nel frattempo ho apparecchiato la tavola in cucina, così tengo d’occhio il fuoco.

Scostando la tendina ti vedo arrivare, con la tua falcata inconfondibile, lo sguardo altero. Sollevi il viso e mi sorridi. Pochi minuti e sei qui…. Ti apro la porta con il cuore in gola, una goccia ormai fredda d’acqua scivola da una ciocca dei capelli lungo la mia schiena.
 
Il tuo abbraccio stretto stretto da farmi mancare il fiato.....

“ Il riso l’ho appena buttato, ci vorrà almeno un quarto d’ora… hai fame?” – dico mescolando l’acqua di fronte al fuoco.

Mi sei alle spalle, avvolgendomi in un abbraccio la tua mano poi si posa sulla manopola del gas… la giri e la fiamma si spegne. “Ma quale fame, questo lo mangiamo dopo!” –

“ Ma il riso così si incolla!”

“Sssshhh…. “ mi abbassi l’accappatoio liberandomi il collo… i tuoi denti affondano nella mia carne… e in un attimo la spugna scivola dalle mie spalle…

“Tu pensi che sia venuto per mangiare?

Non faccio a tempo a risponderti che mi ritrovo con la tua carne in bocca… spinta in fondo alla gola… e poi subito dopo appoggiata al tavolino della cucina sotto i colpi del tuo cazzo.

 
Eh si… mi piacciono proprio le sorprese!