Archivio mensile:novembre 2012

Camus, pena di morte


Scrive Camus in "riflessioni sulla pena di morte"
Una delle poche cose che so di lui,(di suo padre n.d.r)  in ogni caso, è che volle assistere all’esecuzione, per la prima volta in vita sua. Si alzò nel cuore della notte per recarsi sul luogo del supplizio, all’altro capo della città, fra un gran concorso di folla. Di quanto vide, quel mattino, non disse nulla a nessuno. Mia madre racconta soltanto che rientrò di furia, stravolto, si rifiutò di parlare, si stese un istante sul letto e d’improvviso incominciò a vomitare. Aveva visto in faccia la realtà che si celava sotto le formule solenni tese a mascherarla. Non pensava più ai bambini massacrati, non poteva più pensare che a quel corpo palpitante sull’asse dove l’avevano gettato per tagliargli il collo(....)
Non si recidono teste soltanto per punire coloro che le portano, ma anche per intimidire, con un esempio terrificante, quelli che sarebbero tentati di imitarle.
La società non si vendica, vuole solo prevenire. Brandisce una testa perché i candidati all'omicidio vi leggano il proprio futuro e indietreggino.
Questo argomento sarebbe decisivo se non si fosse costretti a constatare:
1. che neppure la società stessa crede all'esemplarità di cui parla;
2. che non è affatto dimostrato che la pena di morte abbia fatto indietreggiare un solo omicida deciso ad esserlo, mentre è evidente che essa ha esercitato un effetto fascinoso su migliaia di criminali;
3. che costituisce, per altri aspetti, un esempio ripugnante le cui conseguenze sono imprevedibili.
La società, in primo luogo, non crede a quel che dice. Se realmente vi credesse, esporrebbe le teste. Accorderebbe alle esecuzioni il beneficio del lancio pubblicitario che solitamente riserva ai prestiti nazionali o alle nuove marche di aperitivi. Sappiamo invece che le esecuzioni, in Francia, non avvengono più pubblicamente, ma si perpetrano nei cortili delle prigioni davanti a un ristretto numero di esperti.
(...)

E ora sto leggendo il libro della sorella Helen Prejean intitolato "Dead man walking" (il morto che cammina, l'espressione che usano comunemente i carcerieri americani per annunciare l'ultima passeggiata del condannato diretto dalla sua cella al patibolo.)  la quale cita George Bernard Shaw scritto in "Santa Giovanna" :
"Se tu solo potessi vedere quello a cui pensi, ci penderesti in modo molto diverso. Ti darebbe una grande scossa. Una volta ho commesso un atto molto crudele, perchè non sapevo come fosse la crudeltà"..questo dice  il cappellano Stogumber dopo aver assistito la morte sul rogo di Giovanna D'Arco.
Povero genere umano!

Di fronte al delitto, come si definisce effettivamente la nostra civiltà? La risposta è semplice: da trent’anni a questa parte i delitti di Stato superano di gran lunga i delitti individuali. Non parlo neppure delle guerre, mondiali o locali che siano, benché il sangue sia un alcol che, a lungo andare intossica come il più generoso dei vini.
Ma il numero degli individui uccisi direttamente dallo Stato ha assunto proporzioni astronomiche e supera infinitamente quello dei delitti individuali. Continuano a diminuire i condannati per reati comuni e ad aumentare i condannati politici. Lo dimostra il fatto che ognuno di noi, per quanto rispettabile, può contemplare l’eventualità di essere un giorno condannato a morte, eventualità che all’inizio del secolo sarebbe apparsa ridicola. […]
Quelli che fanno versare la maggiore quantità di sangue sono gli stessi che credono di avere dalla loro parte il diritto, la logica, e la storia. Non è dall’individuo ma dallo Stato che oggi la società deve difendersi.

Se lo Stato davvero credesse questo - scrive Albert Camus in "Riflessioni sulla ghigliottina" - "metterebbe in mostra le teste recise". Perché, invece, nella cultura occidentale, almeno in quella recente, la materialità dell'uccisione è tenuta segreta?
Qualcuno ipotizza: perché ogni atto di violenza induce alla violenza, ogni uccisione induce a uccidere. La pena capitale sarebbe cioè un incentivo implicito all'omicidio, a dispetto della fantastica esemplarità. Altri poi sospettano che lo Stato assassino si vergogni di sé. Per la nostra coscienza, la vita è un valore: non la vita generale e astratta, ma proprio ogni uomo vivo, in quanto uomo e in quanto vivo.

La solitudine dei numeri primi di Giordano

La solitudine dei numeri primi, il primo, premiatissimo, romanzo del giovane (nato nell'82 a Torino) Paolo Giordano.
la solitudine dei numeri primi è stato uno dei più eclatanti casi letterari degli ultimi anni: cresciuto grazie all'entusiastico passaparola dei lettori. (mi sa che è uno dei testi d'obbligo al liceo)
Al centro della storia le vite speciali di Alice e Mattia, entrambe segnate da un episodio traumatico accaduto nell'infanzia.
Alice Della Roccaè una bambina obbligata dal padre avvocato a frequentare la scuola di sci. E una mattina di nebbia fitta, lei non ha voglia, il latte della colazione le pesa sullo stomaco. Persa nella nebbia, staccata dai compagni, se la fa addosso. Umiliata, cerca di scendere, ma finisce fuori pista spezzandosi una gamba. La lasciamo sulla neve credendo che morirà assiderata. Invece si salva, ma resterà zoppa e, soprattutto, segnata per sempre.
Mattia Balossino è un bambino molto intelligente, ma ha una gemella, Michela, ritardata. Probabilmente è rimasta senza ossigeno durante il parto (Mattia è nato per primo) La presenza di Michela umilia Mattia di fronte ai suoi compagni e, per questo, la prima volta che un compagno di classe li invita entrambi alla sua festa, Mattia abbandona Michela nel parco, con la promessa che lei lo aspetterà. Mattia non ritroverà più Michela. In quel parco, Michela si perde per sempre.
Non si riesce capire se è annegata nel vicino fiume o forse qualcuno se l'ha portata via, vedendola abbandonata.
Le vite di Alice e di Mattia, due esistenze segnate, si incroceranno. Diventeranno, Alice e Mattia, adolescenti, giovani, adulti.
Come quei numeri speciali, che i matematici chiamano "primi gemelli": separati da un solo numero pari, vicini ma mai abbastanza per toccarsi davvero...
Lui, alla fine, rimane brillante scienziato a Londra, lei, dopo un matrimonio disastroso, probabilmente annegata nel fiume dove fu sparita Michela....
Copia di personaggi primi per eccezionalita e specialità, ma assolutamente negati a vivere una vita comune in società.
Un libro toccante, letto in una sera. Consiglio vivamente.

Magnolia

MAGNOLIA

di Cristina Leti






È un frutto di fico

squarciato da un morso – il pube languido

che riposa umido sotto le lenzuola –

che secerne a gocce,

lungo la buccia verde e liscia,

dal picciolo strappato

il liquido vischioso e bianco come il latte.

Migrano sull’albero nodoso i pensieri stanchi;

oltrepassando il diaframma

di una finestra dagli scuri socchiusi

e graffiandosi con le sue foglie ruvide e ampie.

La stanza non è buia; è solo in penombra

ed è per questo che accoglie

silente

tutti i rumori e gli odori dolci dell’estate.

È bastato poco perché estremità carnose

s’aprissero al tocco leggero di dita esperte.

Sei come il vento bizzarro e impudico di giugno:

che sfoglia e scarta i petali dei fiori della magnolia

e ne disperde poi,

nell’aria, il polline giallo e farinoso.



Magnolia

MAGNOLIA

di Cristina Leti






È un frutto di fico

squarciato da un morso – il pube languido

che riposa umido sotto le lenzuola –

che secerne a gocce,

lungo la buccia verde e liscia,

dal picciolo strappato

il liquido vischioso e bianco come il latte.

Migrano sull’albero nodoso i pensieri stanchi;

oltrepassando il diaframma

di una finestra dagli scuri socchiusi

e graffiandosi con le sue foglie ruvide e ampie.

La stanza non è buia; è solo in penombra

ed è per questo che accoglie

silente

tutti i rumori e gli odori dolci dell’estate.

È bastato poco perché estremità carnose

s’aprissero al tocco leggero di dita esperte.

Sei come il vento bizzarro e impudico di giugno:

che sfoglia e scarta i petali dei fiori della magnolia

e ne disperde poi,

nell’aria, il polline giallo e farinoso.