Archivio mensile:settembre 2012

E’ solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 16)

Per un attimo restai col respiro sospeso, in ascolto del suono carico di speranza che accompagna l'attesa di una risposta. Ero riuscita a trovare un varco. In tutto quel buio avevo scovato una piccola luce in grado d'illuminare la verità, dolce o amara che fosse.
Avanti Patrick, rispondi! Pensai.
E se davvero mi avesse risposto, che gli avrei detto? Ora che mi trovavo così vicina a lui, ora che finalmente ero riuscita a chiamarlo dopo ore e ore in cui ci avevo provato inutilmente, sperai che non rispondesse.
Il dubbio lascia sempre aperta la speranza. Se lui non mi avesse risposto, avrei potuto continuare a credere a ciò che volevo, se invece lo avesse fatto, avrei dovuto affrontare la dura realtà, qualunque essa fosse, e non ero sicura di essere abbastanza forte per affrontare la perdita definitiva del mio amante, del mio liberatore, del Caronte che mi aveva traghettato alla scoperta di me stessa per poi abbandonarmi in balia dei miei demoni.
Ad interrompere le mie paranoie fu il trillo lontano di un telefono. In casa ero sola, di chi era allora quell'aggeggio che suonava con sempre maggior foga?
Uscii dalla stanza, ma là il suono era più flebile. Tornai sui miei passi e seguii lo squillo fino a trovarmi davanti alla cabina armadio.
Col cuore in subbuglio l'aprii. Il trillo si spense, così come la mia chiamata a Patrick.
La trovai decisamente una strana coincidenza.
Con la mano tremante ricomposi il numero sconosciuto memorizzato sul cellulare e, contemporaneamente, il misterioso telefono ricominciò a squillare, dapprima dimesso, quasi timoroso, poi con sempre maggior vigore fino a diventare insopportabile. Era talmente forte che non fu difficile identificare la scatola che lo conteneva. La aprii e sgranai gli occhi scoprendo che all'interno c'era un cofanetto identico a quello che mi aveva regalato Patrick.
E questo che significa? Pensai. Le coincidenze iniziavano ad essere troppe.
Dentro il cofanetto c'era un cellulare identico a quello che tenevo in mano.
Presi il telefono gemello che era dentro la scatola e composi l'unico numero in memoria. Il mio cellulare squillò.
Non mi pareva possibile, eppure non c'era alcun dubbio: quello dentro la scatola era lo stesso telefono da cui Patrick mi aveva chiamata per attivare il vibratore. Ma che ci faceva in casa mia, nella parte di cabina armadio dedicata agli abiti di Eric? Chi lo aveva messo lì?

«Eric sa tutto» Bisbigliai sconvolta.

Ecco la verità più atroce, quella che non solo aveva stroncato la mia storia con Patrick, ma che metteva anche a rischio il mio matrimonio.
La nausea mi stritolò lo stomaco. Eric aveva scoperto tutto, ecco perché aveva allontanato Patrick.
Come avrei fatto adesso a guardare mio marito negli occhi? Che gli avrei detto? Mi sentii nuda, vulnerabile e mi accasciai a terra sotto il peso della vergogna.
In quel preciso istante mi sentii addosso tutta la responsabilità di ciò che avevo fatto. Fu come svegliarmi di colpo, aprendo gli occhi sulla desolazione di un mondo in rovina.
Non esisteva più una doppia vita. Le mie due esistenze parallele si erano unite in una realtà che non era più sotto il mio controllo e che mi si stava sgretolando fra le dita.
Da quanto tempo Eric lo sapeva? Niente nel suo comportamento mi aveva fatto sospettare che avesse scoperto la mia tresca. Nemmeno quel mattino, mentre mi parlava del nuovo incarico che aveva affidato a Patrick, mi era sembrato incendiato dalla collera che divampa quando si scopre di essere stati traditi. Com'era possibile che non si fosse ribellato, che non mi avesse fatto alcuna scenata, che si fosse semplicemente limitato ad allontanare Patrick? No, qualcosa non tornava.
Uscii dalla cabina armadio e accesi il computer che Eric aveva lasciato a casa. La curiosità di sapere lottava con la reticenza, con la paura di non essere pronta ad affrontare ciò che avrei scoperto. Ormai, però, non potevo più tornare indietro.
Un pessimo presentimento aveva già messo radici nella mia mente, radici che ben presto mi avrebbero soffocato l'anima se non le avessi estirpate in tempo.
Presi tutto il coraggio che avevo e digitai la password che levò l'ombra sulla verità più insospettabile.
Riconobbi le unghie scarlatte che aprivano maliziosamente i petali del mio fiore, mostrando spudoratamente i miei anfratti lussuriosi. Era la foto che avevo inviato a Patrick. Come faceva ad averla Eric?
Per qualche istante, guardai sconcertata la gigantografia del mio sesso, incapace di qualunque reazione. Quella vista mi aveva spiazzata, confusa, spinta ancora più a fondo nel baratro della solitudine. Ed era solo l'inizio.
Con un timido clic, mi ritrovai catapultata nella stanza dello Sheraton dove Patrick mi aveva bendata e legata al letto. Non credetti ai miei occhi.
In quella camera, infatti, c'era una terza persona che, a mia insaputa, aveva ripreso ogni cosa, immortalando il mio corpo nudo e avido di piacere trafitto prima da un dardo di vetro, poi da quello di Patrick. Il mio sesso luccicante di miele era spiattellato in primo piano, e il mio pertugio inghiottiva quell'asta trasparente per risputarlo e inghiottirlo nuovamente. Le mie labbra si aprivano e abbracciavano quel dardo, la lingua di Patrick blandiva il mio clitoride, i miei gemiti riecheggiavano nel silenzio e le mie voglie si risvegliarono.
La mia vita si stava disintegrando, eppure il mio corpo moriva di desiderio.
Dovevo ammetterlo, se non fosse stato che la protagonista ero io, avrei di certo trovato quel video terribilmente eccitante e avrei fatto l'amore con me stessa davanti a quello schermo. Avrei spalancato le gambe appoggiandole ai braccioli della sedia e avrei vezzeggiato e varcato quegli anfratti vogliosi fino ad urlare di piacere.
Ero confusa, infuriata ed eccitata. Combinazione esplosiva. I miei pensieri parevano cani rabbiosi malamente trattenuti da un recinto troppo fragile, e mordevano e laceravano la mia anima fino ad inghiottirla.
Quante persone avevano visto quel video? E perché era sul computer di mio marito?
C'era una sola spiegazione, un'unica risposta a cui ostinatamente cercai di oppormi, finché il video confermò inequivocabilmente i miei sospetti.
Il misterioso cameraman posò la telecamera sul cavalletto e si avvicinò al talamo al quale ero legata per gustarsi appieno la scena, e io restai di sale. Quell'uomo era Eric, mio marito.
Mi sentii sbriciolata, annientata, annichilita come la mia vita.
Impietrita e con masochistica rassegnazione guardai il video fino all'ultimo istante. Vidi gli occhi di Eric lanciare occhiate d'intesa a Patrick ed incendiarsi di desiderio nel vedermi godere per mano di un altro uomo. Lo vidi tirare fuori il suo sesso e massaggiarselo lentamente, avanti e indietro, senza affrettare l'orgasmo.
Ero sposata con uno sconosciuto. La mia vita era pura finzione, il mio matrimonio era pura finzione, persino il mio amante era finto. Ero vittima di un gioco di cui non sapevo di essere la pedina. Sia Eric che Patrick mi avevano usata per realizzare le loro torbide fantasie.
C'ero cascata in pieno. Non avevo mai minimamente sospettato che Eric e Patrick fossero d'accordo, men che meno che dietro al mio finto tradimento ci fosse la diabolica mente di mio marito.
Il mio dolce, sensibile, premuroso e gentile maritino non esisteva, non era mai esistito. Era solo una maschera, una finzione come tutto il resto, così come Patrick e i suoi discorsi sull'amore.
Ero stata presa in giro dagli uomini più importanti della mia vita.
Quello, però, non era l'unico video custodito da quel computer. Era solo uno dei tanti che riproducevano ogni singolo incontro con Patrick, ogni nostra scopata, ogni bacio, ogni gemito, perfino le volte in cui avevo fatto l'amore con me stessa, e di certo non poteva mancare la mia notte folle a Roma, dove lo avevo fatto per la prima volta con uno sconosciuto e con una donna, e quelle immagini era stato Eric stesso a filmarle. Lui era lì, mentre io lo credevo a New York.
Eric aveva riempito di telecamere l'ufficio, la casa, perfino gli alberghi dove avevo dormito con Patrick. Chissà quante volte si era masturbato guardandomi godere con un altro.
Scorsi tutti i video, ripercorrendo ogni mio incontro con Patrick, ogni carezza, ogni bacio, ogni orgasmo. Di certo non potevo negare che quel gioco mi avesse fatto divertire, ma a che prezzo?
Eric però non si limitava solo a filmare le imprese mie e di Patrick, ma anche le sue con la sua provocante assistente.

«Lo sapevo!» Gridai inviperita, alzandomi di scatto dalla sedia, poi però tornai sui miei passi.

Per quanto mi facesse male, non riuscivo a fare a meno di guardare quella donna gemere e ansimare di fronte alla telecamera che Eric teneva in mano.
I suoi seni ballonzolavano ad ogni spinta e lei li stringeva, strizzando i capezzoli fra le dita. Stavano scopando sulla scrivania di Eric, in ufficio. Chissà quante volte l'avevano fatto a mia insaputa? Chissà da quanto tempo andava avanti quella storia? Forse addirittura prima del nostro matrimonio. Ricordai che quella donna era stata assunta in azienda proprio nello stesso periodo in cui era arrivato Eric, magari la loro storia era iniziata ancor prima di conoscermi.
Fabbricavo castelli, pensieri perversi, immaginando chissà quali infide verità a cui ero sempre, e pateticamente, rimasta all'oscuro.
Fra tutte le menzogne che Patrick mi aveva detto, di certo una verità c'era: Eric non era la persona che credevo, ma nascondeva un lato torbido, perverso, decisamente l'opposto dell'uomo che credevo di aver sposato. Un lato losco sì, ma anche dannatamente intrigante e questo mi faceva infuriare ancora di più.
Ero inorridita e allo stesso tempo affascinata, e mi odiai per questo. Mi odiai per essere anch'io tanto perversa da riuscire ad eccitarmi in mezzo a tutta quella menzogna.

«Sì, sì, dillo che ti piace, fammi sentire quanto godi» Era la voce infoiata di Eric che incitava la sua amante, e lei ubbidì, miagolando più forte.

Poi l'inquadratura si spostò sui loro sessi. A tutto schermo vidi la verga di mio marito trafiggere il corpo di quella donna, sbattere violentemente contro le sue pareti arrivandole fino all'utero, mentre lei con le dita spalancava le sue labbra picchiettandosi il clitoride.
Lui sfilò il suo fulgido dardo luccicante di miele e lo sfregò avanti e indietro fra i meandri di lei, dal clitoride fino allo stretto pertugio per poi risalire nuovamente attraversando le grandi labbra.
Lei scese dalla scrivania e, ammiccando all'obiettivo per nulla turbata da quella presenza indiscreta, si diresse verso il divanetto. Eric seguì con l'occhio della telecamera l'ancheggiare di quel corpo nudo finché s'inginocchiò sulla pelle morbida e si chinò in avanti mostrando spudoratamente la bellezza peccaminosa dei suoi anfratti.
Con le mani si allargò le natiche, il suo pertugio pulsava voglioso. Scivolò con le dita fra le labbra gocciolanti di lattiginoso miele e, gemendo, varcò la sua soglia. Eric la incitava, eccitato fino allo sfinimento, ma senza smettere d'immortalare quel lussurioso spettacolo, anzi, la inquadrò così da vicino che la sua soglia pareva una bocca spalancata per divorare qualunque cosa, poi le dita umide di lei salirono fino al grinzoso pertugio. Ne seguirono il perimetro umettandolo e forzandolo finché, con un rantolo intenso che pareva arrivare da un'altra dimensione, lo varcarono. Gemendo, spinse le sue falangi dentro di sé preparandosi a ricevere la fulgida verga di Eric, che non tardò ad arrivare.
Lentamente lo conficcò in quel tunnel che pareva troppo stretto per riceverlo, la pelle grinzosa si dilatò svelta, e la donna iniziò a urlare così forte che dovetti ammutolire il computer.
Eric iniziò a penetrarla con foga, quasi con violenza, finché di colpo si fermò, restando per qualche istante a godersi il suo piacere riempire quel corpo caldo.
Quando ne uscì, la donna allargò nuovamente le natiche mostrando la sua bocca spalancata, finché il vischioso seme di Eric scivolò fuori come bava.

Mi serviva aria, mi mancava l'ossigeno, non riuscivo a respirare. Andai alla finestra e la spalancai, sperando che la brezza calmasse i miei nervi schizofrenici.
Erano troppe le verità che mi erano piombate addosso in pochi minuti. Troppe per poterle affrontare lucidamente. Troppe da sopportare.
Ma non era l'aria a mancarmi, era quella casa dai mille occhi a soffocarmi. Non restai lì un secondo di più. Scesi le scale e corsi in strada senza prendere nulla tranne ciò che avevo addosso. Eric sarebbe arrivato da un momento all'altro e non avevo nessuna intenzione di incontrarlo, non ora.
Girovagai per le strade senza meta, vittima degli atroci pensieri che mi straziavano la mente.
Ero un gabbiano ferito e smarrito che vagava in cerca di un rifugio.
Persa nella mia solitudine attraversai la strada senza guardare, e per poco non mi feci travolgere da una moto. La sentii sfrecciarmi accanto, quasi sfiorarmi, e mi risvegliai dal mio torpore. Il motociclista rallentò fin quasi a fermarsi, poi fuggì via.
Fuggi, fuggi. Pensai. Fuggi anche tu. Ma il motociclista non si allontanò. Mi seguì senza che me ne accorgessi, mescolandosi al traffico e ai suoi rumori, percorrendo insieme a me quelle strade tanto familiari eppure ora quasi sconosciute.
Non c'era più traccia della sicurezza che avevo imparato a gustare, e nemmeno della spavalda seduzione che avevo ostentato e di cui mi ero sentita intrisa.
Era quella, forse, la cosa che mi aveva ferita di più. Non era stata una folle attrazione a spingere Patrick ad avermi a tutti i costi, ma era stato solo un gioco, una scommessa, forse una sfida.
Qualunque fosse il motivo non era comunque certo stato l'istinto a guidarlo, ma solo ed esclusivamente il freddo calcolo ordito dalla diabolica e perversa mente di mio marito.
Quando una donna perde la consapevolezza della propria forza, perde tutto.
Continuai a vagare ignara dell'angelo o del demone che, a cavallo della sua moto nera, mi seguiva, finché la tasca della giacca vibrò. Ne estrassi il cellulare e vidi che era Eric a chiamare.
Non risposi. Di certo era rientrato a casa e si era accorto che avevo scoperto il suo inganno.
Il telefono squillò e squillò ininterrottamente seguendo ogni mio passo come un'ombra. Ma respinsi ogni chiamata. Avevo già troppa confusione in testa per metterci dentro anche le sue parole.
In quel momento mi accorsi del mio misterioso inseguitore. Chi era? Cosa voleva da me? Accelerai il passo cambiando spesso direzione, ma lui non mi perse mai di vista.
Mi sedetti su di una panchina e attesi la sua mossa. Con una rapida accelerata mi sfrecciò davanti, senza però rinunciare a lanciarmi un'occhiata che pareva una mano a cui aggrapparmi.
Il suo viso era quasi interamente celato dal casco, ma quegli occhi avevano la luce spavalda e avida tipica di chi si sente il padrone del mondo e di chi ancora non si sente addosso il peso degli anni.
La t-shirt aderiva sui suoi muscoli tonici come una seconda pelle. La forza e la mascolinità selvaggia che trasudava erano enfatizzati dal senso d'istinto e libertà che trasmetteva la moto che cavalcava. Chi sceglie il precario equilibrio delle due ruote non fa calcoli. Prende la vita come viene senza lasciarsi sfuggire le opportunità più succulente. In quell'istante decisi.
Volevo dimostrare a Eric, a Patrick e soprattutto a me stessa che non ero una pedina nelle loro mani, ma che ero padrona di me stessa, della mia vita e del mio corpo e che ero libera di provare piacere con chiunque volessi. Calzai di nuovo i panni dell'infallibile seduttrice e camminai ancheggiando fino a raggiungere il motociclista fermo al semaforo. Gli lanciai un'occhiata carica di promesse e scivolai in un vicolo chiuso, dove perfino il sole si rifiutava di entrare. Era il retro di un locale notturno che a quell'ora era ancora deserto. Il rombo della moto riecheggiò in quello stretto cunicolo, rimbalzando sui muri sgretolati fino a trafiggermi le tempie.
Se ne stava fermo, a cavallo della sua moto, pronto a fuggire, stritolato dall'incertezza, scervellandosi su cosa quella pazza di fronte a lui avesse in mente. Era indeciso se restare o no, ma in quegli occhi fiammeggianti lessi tutta la brama e il desiderio che lo stavano trascinando fra le mie gambe.
Mi voleva, eccome se mi voleva e sentii il piacere di sentirmi irresistibile scorrermi nelle vene, e ammorbidire i miei movimenti.
Quell'uomo avrebbe potuto essere chiunque: un assassino, il mio vicino di casa, un cameriere, un sadico violentatore, ma non m'importava. Per me, in quel momento era ciò che mi serviva per rivendicare la mia libertà.
Ancheggiando lentamente mi avvicinai a lui. Ad ogni passo sollevavo un po' la gonna finché scoprii le mie labbra affamate. Poi mi fermai, in mezzo al vicolo, e infilai le dita fra le mie gambe. Enfatizzando i miei gemiti, le immersi nel mio miele. La gonna era sollevata fino alla vita ed entrambe le mie mani erano fra le mie cosce e si muovevano fra quei pertugi e quelle valli guidate dall'estremo desiderio di godere fino allo sfinimento.
Il mio fiore pulsava d'eccitazione, fremeva per il desiderio di essere penetrato da quello sconosciuto. Sentivo il piacere rasentare il limite del non ritorno. Sarebbero bastati pochi colpi per farmi vedere le stelle. Così levai le dita e me le portai alle labbra, succhiandole.
Lo sconosciuto non si trattenne più. Scese furiosamente dalla moto scaraventò il casco per terra, liberando una folta chioma corvina, e si precipitò da me.
Avevo decisamente scelto bene. La sua avvenenza era indiscutibile e il vistoso rigonfiamento nei pantaloni smascherava una verga dalle dimensioni decisamente sopra la media.
Si slacciò la cintura e quel dardo schizzò fuori dirompente pronto a trafiggermi. Lo afferrai con entrambe le mani e lo massaggia scivolando sulla sua pelle già umida.
Lui mi afferrò le natiche con avida bramosia, io gli saltai in braccio e mi conficcai la sua verga fra le gambe. Mugolai sentendo quel dardo strofinarsi fra le mie pareti e farsi strada dentro di me. Lui con due passi mi appoggiò con la schiena contro il muro e iniziò a scoparmi rantolando famelico. Il suo respiro carezzava il mio collo, il suo profumo legnoso si intrufolava nelle mie narici. Afferrai i suoi capelli e dondolai in bilico su quella verga, sentendo il piacere crescere, divorarmi le viscere, impadronirsi della mia voce fino a riempirmi per esondare in un urlo che, riecheggiando in quel vicolo deserto, pareva voler raggiungere Eric e Patrick, ovunque fossero.










E’ solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 16)

Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"

Libero.
Per un attimo restai col respiro sospeso, in ascolto del suono carico di speranza che accompagna l'attesa di una risposta. Ero riuscita a trovare un varco. In tutto quel buio avevo scovato una piccola luce in grado d'illuminare la verità, dolce o amara che fosse.
Avanti Patrick, rispondi! Pensai.
E se davvero mi avesse risposto, che gli avrei detto? Ora che mi trovavo così vicina a lui, ora che finalmente ero riuscita a chiamarlo dopo ore e ore in cui ci avevo provato inutilmente, sperai che non rispondesse.
Il dubbio lascia sempre aperta la speranza. Se lui non mi avesse risposto, avrei potuto continuare a credere a ciò che volevo, se invece lo avesse fatto, avrei dovuto affrontare la dura realtà, qualunque essa fosse, e non ero sicura di essere abbastanza forte per affrontare la perdita definitiva del mio amante, del mio liberatore, del Caronte che mi aveva traghettato alla scoperta di me stessa per poi abbandonarmi in balia dei miei demoni.
Ad interrompere le mie paranoie fu il trillo lontano di un telefono. In casa ero sola, di chi era allora quell'aggeggio che suonava con sempre maggior foga?
Uscii dalla stanza, ma là il suono era più flebile. Tornai sui miei passi e seguii lo squillo fino a trovarmi davanti alla cabina armadio.
Col cuore in subbuglio l'aprii. Il trillo si spense, così come la mia chiamata a Patrick.
La trovai decisamente una strana coincidenza.
Con la mano tremante ricomposi il numero sconosciuto memorizzato sul cellulare e, contemporaneamente, il misterioso telefono ricominciò a squillare, dapprima dimesso, quasi timoroso, poi con sempre maggior vigore fino a diventare insopportabile. Era talmente forte che non fu difficile identificare la scatola che lo conteneva. La aprii e sgranai gli occhi scoprendo che all'interno c'era un cofanetto identico a quello che mi aveva regalato Patrick.
E questo che significa? Pensai. Le coincidenze iniziavano ad essere troppe.
Dentro il cofanetto c'era un cellulare identico a quello che tenevo in mano.
Presi il telefono gemello che era dentro la scatola e composi l'unico numero in memoria. Il mio cellulare squillò.
Non mi pareva possibile, eppure non c'era alcun dubbio: quello dentro la scatola era lo stesso telefono da cui Patrick mi aveva chiamata per attivare il vibratore. Ma che ci faceva in casa mia, nella parte di cabina armadio dedicata agli abiti di Eric? Chi lo aveva messo lì?
«Eric sa tutto» Bisbigliai sconvolta.
Ecco la verità più atroce, quella che non solo aveva stroncato la mia storia con Patrick, ma che metteva anche a rischio il mio matrimonio.
La nausea mi stritolò lo stomaco. Eric aveva scoperto tutto, ecco perché aveva allontanato Patrick.
Come avrei fatto adesso a guardare mio marito negli occhi? Che gli avrei detto? Mi sentii nuda, vulnerabile e mi accasciai a terra sotto il peso della vergogna.
In quel preciso istante mi sentii addosso tutta la responsabilità di ciò che avevo fatto. Fu come svegliarmi di colpo, aprendo gli occhi sulla desolazione di un mondo in rovina.
Non esisteva più una doppia vita. Le mie due esistenze parallele si erano unite in una realtà che non era più sotto il mio controllo e che mi si stava sgretolando fra le dita.
Da quanto tempo Eric lo sapeva? Niente nel suo comportamento mi aveva fatto sospettare che avesse scoperto la mia tresca. Nemmeno quel mattino, mentre mi parlava del nuovo incarico che aveva affidato a Patrick, mi era sembrato incendiato dalla collera che divampa quando si scopre di essere stati traditi. Com'era possibile che non si fosse ribellato, che non mi avesse fatto alcuna scenata, che si fosse semplicemente limitato ad allontanare Patrick? No, qualcosa non tornava.
Uscii dalla cabina armadio e accesi il computer che Eric aveva lasciato a casa. La curiosità di sapere lottava con la reticenza, con la paura di non essere pronta ad affrontare ciò che avrei scoperto. Ormai, però, non potevo più tornare indietro.
Un pessimo presentimento aveva già messo radici nella mia mente, radici che ben presto mi avrebbero soffocato l'anima se non le avessi estirpate in tempo.
Presi tutto il coraggio che avevo e digitai la password che levò l'ombra sulla verità più insospettabile.
Riconobbi le unghie scarlatte che aprivano maliziosamente i petali del mio fiore, mostrando spudoratamente i miei anfratti lussuriosi. Era la foto che avevo inviato a Patrick. Come faceva ad averla Eric?
Per qualche istante, guardai sconcertata la gigantografia del mio sesso, incapace di qualunque reazione. Quella vista mi aveva spiazzata, confusa, spinta ancora più a fondo nel baratro della solitudine. Ed era solo l'inizio.
Con un timido clic, mi ritrovai catapultata nella stanza dello Sheraton dove Patrick mi aveva bendata e legata al letto. Non credetti ai miei occhi.
In quella camera, infatti, c'era una terza persona che, a mia insaputa, aveva ripreso ogni cosa, immortalando il mio corpo nudo e avido di piacere trafitto prima da un dardo di vetro, poi da quello di Patrick. Il mio sesso luccicante di miele era spiattellato in primo piano, e il mio pertugio inghiottiva quell'asta trasparente per risputarlo e inghiottirlo nuovamente. Le mie labbra si aprivano e abbracciavano quel dardo, la lingua di Patrick blandiva il mio clitoride, i miei gemiti riecheggiavano nel silenzio e le mie voglie si risvegliarono.
La mia vita si stava disintegrando, eppure il mio corpo moriva di desiderio.
Dovevo ammetterlo, se non fosse stato che la protagonista ero io, avrei di certo trovato quel video terribilmente eccitante e avrei fatto l'amore con me stessa davanti a quello schermo. Avrei spalancato le gambe appoggiandole ai braccioli della sedia e avrei vezzeggiato e varcato quegli anfratti vogliosi fino ad urlare di piacere.
Ero confusa, infuriata ed eccitata. Combinazione esplosiva. I miei pensieri parevano cani rabbiosi malamente trattenuti da un recinto troppo fragile, e mordevano e laceravano la mia anima fino ad inghiottirla.
Quante persone avevano visto quel video? E perché era sul computer di mio marito?
C'era una sola spiegazione, un'unica risposta a cui ostinatamente cercai di oppormi, finché il video confermò inequivocabilmente i miei sospetti.
Il misterioso cameraman posò la telecamera sul cavalletto e si avvicinò al talamo al quale ero legata per gustarsi appieno la scena, e io restai di sale. Quell'uomo era Eric, mio marito.
Mi sentii sbriciolata, annientata, annichilita come la mia vita.
Impietrita e con masochistica rassegnazione guardai il video fino all'ultimo istante. Vidi gli occhi di Eric lanciare occhiate d'intesa a Patrick ed incendiarsi di desiderio nel vedermi godere per mano di un altro uomo. Lo vidi tirare fuori il suo sesso e massaggiarselo lentamente, avanti e indietro, senza affrettare l'orgasmo.
Ero sposata con uno sconosciuto. La mia vita era pura finzione, il mio matrimonio era pura finzione, persino il mio amante era finto. Ero vittima di un gioco di cui non sapevo di essere la pedina. Sia Eric che Patrick mi avevano usata per realizzare le loro torbide fantasie.
C'ero cascata in pieno. Non avevo mai minimamente sospettato che Eric e Patrick fossero d'accordo, men che meno che dietro al mio finto tradimento ci fosse la diabolica mente di mio marito.
Il mio dolce, sensibile, premuroso e gentile maritino non esisteva, non era mai esistito. Era solo una maschera, una finzione come tutto il resto, così come Patrick e i suoi discorsi sull'amore.
Ero stata presa in giro dagli uomini più importanti della mia vita.
Quello, però, non era l'unico video custodito da quel computer. Era solo uno dei tanti che riproducevano ogni singolo incontro con Patrick, ogni nostra scopata, ogni bacio, ogni gemito, perfino le volte in cui avevo fatto l'amore con me stessa, e di certo non poteva mancare la mia notte folle a Roma, dove lo avevo fatto per la prima volta con uno sconosciuto e con una donna, e quelle immagini era stato Eric stesso a filmarle. Lui era lì, mentre io lo credevo a New York.
Eric aveva riempito di telecamere l'ufficio, la casa, perfino gli alberghi dove avevo dormito con Patrick. Chissà quante volte si era masturbato guardandomi godere con un altro.
Scorsi tutti i video, ripercorrendo ogni mio incontro con Patrick, ogni carezza, ogni bacio, ogni orgasmo. Di certo non potevo negare che quel gioco mi avesse fatto divertire, ma a che prezzo?
Eric però non si limitava solo a filmare le imprese mie e di Patrick, ma anche le sue con la sua provocante assistente.
«Lo sapevo!» Gridai inviperita, alzandomi di scatto dalla sedia, poi però tornai sui miei passi.
Per quanto mi facesse male, non riuscivo a fare a meno di guardare quella donna gemere e ansimare di fronte alla telecamera che Eric teneva in mano.
I suoi seni ballonzolavano ad ogni spinta e lei li stringeva, strizzando i capezzoli fra le dita. Stavano scopando sulla scrivania di Eric, in ufficio. Chissà quante volte l'avevano fatto a mia insaputa? Chissà da quanto tempo andava avanti quella storia? Forse addirittura prima del nostro matrimonio. Ricordai che quella donna era stata assunta in azienda proprio nello stesso periodo in cui era arrivato Eric, magari la loro storia era iniziata ancor prima di conoscermi.
Fabbricavo castelli, pensieri perversi, immaginando chissà quali infide verità a cui ero sempre, e pateticamente, rimasta all'oscuro.
Fra tutte le menzogne che Patrick mi aveva detto, di certo una verità c'era: Eric non era la persona che credevo, ma nascondeva un lato torbido, perverso, decisamente l'opposto dell'uomo che credevo di aver sposato. Un lato losco sì, ma anche dannatamente intrigante e questo mi faceva infuriare ancora di più.
Ero inorridita e allo stesso tempo affascinata, e mi odiai per questo. Mi odiai per essere anch'io tanto perversa da riuscire ad eccitarmi in mezzo a tutta quella menzogna.
«Sì, sì, dillo che ti piace, fammi sentire quanto godi!» Era la voce infoiata di Eric che incitava la sua amante, e lei ubbidì, miagolando più forte.
Poi l'inquadratura si spostò sui loro sessi. A tutto schermo vidi la verga di mio marito trafiggere il corpo di quella donna, sbattere violentemente contro le sue pareti arrivandole fino all'utero, mentre lei con le dita spalancava le sue labbra picchiettandosi il clitoride.
Lui sfilò il suo fulgido dardo luccicante di miele e lo sfregò avanti e indietro fra i meandri di lei, dal clitoride fino allo stretto pertugio per poi risalire nuovamente attraversando le grandi labbra.
Lei scese dalla scrivania e, ammiccando all'obiettivo per nulla turbata da quella presenza indiscreta, si diresse verso il divanetto. Eric seguì con l'occhio della telecamera l'ancheggiare di quel corpo nudo finché s'inginocchiò sulla pelle morbida e si chinò in avanti mostrando spudoratamente la bellezza peccaminosa dei suoi anfratti.
Con le mani si allargò le natiche, il suo pertugio pulsava voglioso. Scivolò con le dita fra le labbra gocciolanti di lattiginoso miele e, gemendo, varcò la sua soglia. Eric la incitava, eccitato fino allo sfinimento, ma senza smettere d'immortalare quel lussurioso spettacolo, anzi, la inquadrò così da vicino che la sua soglia pareva una bocca spalancata per divorare qualunque cosa, poi le dita umide di lei salirono fino al grinzoso pertugio. Ne seguirono il perimetro umettandolo e forzandolo finché, con un rantolo intenso che pareva arrivasse da un'altra dimensione, lo varcarono. Gemendo, spinse le sue falangi dentro di sé preparandosi a ricevere la fulgida verga di Eric, che non tardò ad arrivare.
Lentamente ficcò il suo dardo in quel tunnel che pareva troppo stretto per riceverlo, la pelle grinzosa si dilatò svelta, e la donna iniziò a urlare così forte che dovetti ammutolire il computer.
Eric iniziò a penetrarla con foga, quasi con violenza, finché di colpo si fermò, restando per qualche istante a godersi il suo piacere riempire quel corpo caldo.
Quando ne uscì, la donna allargò nuovamente le natiche mostrando la sua bocca spalancata, finché il vischioso seme di Eric scivolò fuori come bava.
Mi serviva aria, mi mancava l'ossigeno, non riuscivo a respirare. Andai alla finestra e la spalancai, sperando che la brezza calmasse i miei nervi schizofrenici.
Erano troppe le verità che mi erano piombate addosso in pochi minuti. Troppe per poterle affrontare lucidamente. Troppe da sopportare.
Ma non era l'aria a mancarmi, era quella casa dai mille occhi a soffocarmi. Non restai lì un secondo di più. Scesi le scale e corsi in strada senza prendere nulla tranne ciò che avevo addosso. Eric sarebbe arrivato da un momento all'altro e non avevo nessuna intenzione di incontrarlo, non ora.
Girovagai per le strade senza meta, vittima degli atroci pensieri che mi straziavano la mente.
Ero un gabbiano ferito e smarrito che vagava in cerca di un rifugio.
Persa nella mia solitudine attraversai la strada senza guardare, e per poco non mi feci travolgere da una moto. La sentii sfrecciarmi accanto, quasi sfiorarmi, e mi risvegliai dal mio torpore. Il motociclista rallentò fin quasi a fermarsi, poi fuggì via.
Fuggi, fuggi. Pensai. Fuggi anche tu. Ma il motociclista non si allontanò. Mi seguì senza che me ne accorgessi, mescolandosi al traffico e ai suoi rumori, percorrendo insieme a me quelle strade tanto familiari eppure ora quasi sconosciute.
Non c'era più traccia della sicurezza che avevo imparato a gustare, e nemmeno della spavalda seduzione che avevo ostentato e di cui mi ero sentita intrisa.
Era quella, forse, la cosa che mi aveva ferita di più. Non era stata una folle attrazione a spingere Patrick ad avermi a tutti i costi, ma era stato solo un gioco, una scommessa, forse una sfida.
Qualunque fosse il motivo non era comunque certo stato l'istinto a guidarlo, ma solo ed esclusivamente il freddo calcolo ordito dalla diabolica e perversa mente di mio marito.
Quando una donna perde la consapevolezza della propria forza, perde tutto.
Continuai a vagare ignara dell'angelo o del demone che, a cavallo della sua moto nera, mi seguiva, finché la tasca della giacca vibrò. Ne estrassi il cellulare e vidi che era Eric a chiamare.
Non risposi. Di certo era rientrato a casa e si era accorto che avevo scoperto il suo inganno.
Il telefono squillò e squillò ininterrottamente seguendo ogni mio passo come un'ombra. Ma respinsi ogni chiamata. Avevo già troppa confusione in testa per metterci dentro anche le sue parole.
In quel momento mi accorsi del mio misterioso inseguitore. Chi era? Cosa voleva da me? Accelerai il passo cambiando spesso direzione, ma lui non mi perse mai di vista.
Mi sedetti su di una panchina e attesi la sua mossa. Con una rapida accelerata mi sfrecciò davanti, senza però rinunciare a lanciarmi un'occhiata che pareva una mano a cui aggrapparmi.
Il suo viso era quasi interamente celato dal casco, ma quegli occhi avevano la luce spavalda e avida tipica di chi si sente il padrone del mondo e di chi ancora non si sente addosso il peso degli anni.
La t-shirt aderiva sui suoi muscoli tonici come una seconda pelle. La forza e la mascolinità selvaggia che trasudava erano enfatizzati dal senso d'istinto e libertà che trasmetteva la moto che cavalcava. Chi sceglie il precario equilibrio delle due ruote non fa calcoli. Prende la vita come viene senza lasciarsi sfuggire le opportunità più succulente. In quell'istante decisi.
Volevo dimostrare a Eric, a Patrick e soprattutto a me stessa che non ero una pedina nelle loro mani, ma che ero padrona di me stessa, della mia vita e del mio corpo e che ero libera di provare piacere con chiunque volessi. Calzai di nuovo i panni dell'infallibile seduttrice e camminai ancheggiando fino a raggiungere il motociclista fermo al semaforo. Gli lanciai un'occhiata carica di promesse e scivolai in un vicolo chiuso, dove perfino il sole si rifiutava di entrare. Era il retro di un locale notturno che a quell'ora era ancora deserto. Il rombo della moto riecheggiò in quello stretto cunicolo, rimbalzando sui muri sgretolati fino a trafiggermi le tempie.
Se ne stava fermo, a cavallo della sua moto, pronto a fuggire, stritolato dall'incertezza, scervellandosi su cosa quella pazza di fronte a lui avesse in mente. Era indeciso se restare o no, ma in quegli occhi fiammeggianti lessi tutta la brama e il desiderio che lo stavano trascinando fra le mie gambe.
Mi voleva, eccome se mi voleva e sentii il piacere di sentirmi irresistibile scorrermi nelle vene, e ammorbidire i miei movimenti.
Quell'uomo avrebbe potuto essere chiunque: un assassino, il mio vicino di casa, un cameriere, un sadico violentatore, ma non m'importava. Per me, in quel momento era ciò che mi serviva per rivendicare la mia libertà.
Ancheggiando lentamente mi avvicinai a lui. Ad ogni passo sollevavo un po' la gonna finché scoprii le mie labbra affamate. Poi mi fermai, in mezzo al vicolo, e infilai le dita fra le mie gambe. Enfatizzando i miei gemiti, le immersi nel mio miele. La gonna era sollevata fino alla vita ed entrambe le mie mani erano fra le mie cosce e si muovevano fra quei pertugi e quelle valli guidate dall'estremo desiderio di godere fino allo sfinimento.
Il mio fiore pulsava d'eccitazione, fremeva per il desiderio di essere penetrato da quello sconosciuto. Sentivo il piacere rasentare il limite del non ritorno. Sarebbero bastati pochi colpi per farmi vedere le stelle. Così levai le dita e me le portai alle labbra, succhiandole.
Lo sconosciuto non si trattenne più. Scese furiosamente dalla moto scaraventò il casco per terra, liberando una folta chioma corvina, e si precipitò da me.
Avevo decisamente scelto bene. La sua avvenenza era indiscutibile e il vistoso rigonfiamento nei pantaloni smascherava una verga dalle dimensioni decisamente sopra la media.
Si slacciò la cintura e quel dardo schizzò fuori dirompente pronto a trafiggermi. Lo afferrai con entrambe le mani e lo massaggia scivolando sulla sua pelle già umida.
Lui mi afferrò le natiche con avida bramosia, io gli saltai in braccio e mi conficcai la sua verga fra le gambe. Mugolai sentendo quel dardo strofinarsi fra le mie pareti e farsi strada dentro di me. Lui con due passi mi appoggiò con la schiena contro il muro e iniziò a scoparmi rantolando famelico. Il suo respiro carezzava il mio collo, il suo profumo legnoso si intrufolava nelle mie narici. Afferrai i suoi capelli e dondolai in bilico su quella verga, sentendo il piacere crescere, divorarmi le viscere, impadronirsi della mia voce fino a riempirmi per esondare in un urlo che, riecheggiando in quel vicolo deserto, pareva voler raggiungere Eric e Patrick, ovunque fossero.

Psy – Gangnam Style, video fantastico!

GANGNAM STYLE Su You Tube visto 250 milioni di volte, e come suppongo non si fermera più di essere clicato di continuo...è bellissimo. Io non sono facilmente impressionabile, ma sono veramente sorpresa da questo video. Credevo che non si sarebbe inventato più nulla di attraente, invece...ecco che creatività. Dalla Corea del Sud un fenomeno pop trash. Guardatelo: PSY - Gangnam style.

Gangnam è una canzone incredibilmente orecchiabile e secondo " geekstyle" nel Guinness Book of World Records fa il numero uno preferito tra tutti i K-Pop hit. Gangnam di PSY (Park Jai-sang) è il video più amato nella storia di YouTube. E' stato caricato il 15 luglio e sorpassa quelli più visti in precedenza di LMFAO Party Rock Anthem, di Bieber Justin Baby e di Adele Rolling. "Geekstyle" sta ipotizzando non senza preoccupazione che non passerà molto tempo prima che a studenti sia propinato un corso di analisi sui clip più visti al mondo.
Specialmente questo GANGNAM STYLE.
UPDATE: ieri alla stessa ora ho scritto il post caricando il video che era stato visto 249 milioni di volte, oggi il numero è 262 milioni - non bado alle cifre finali che sono insignificanti...
Presto fatto, in 24 ore è stato visto circa 13 milioni di volte !!!!è corretto? qualcuno c'ha messo virus che aumenta i click?

È solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 10)

Leggi i capitoli precedenti di “È solo sesso”

 

 

Nonostante Eric mi avesse concesso un giorno di vacanza, decisi lo stesso di andare al lavoro. Lì almeno avrei avuto la mente occupata. Oltretutto Patrick era in viaggio per affari, quindi non avrei nemmeno dovuto fingere che fra noi non ci fosse nulla.

Neanche il lavoro, però, frenò i miei impertinenti pensieri.

Avevo smesso di amare mio marito? No, lo amavo come sempre, ma mi mancava il brivido del proibito, mi mancava la prepotente passionalità di Patrick, la sua capacità di travolgermi e stravolgermi. Mi mancavano le sue mani avide sulla mia pelle, il suo sguardo infuocato, il suo sfrontato membro a riempirmi di piacere e soprattutto mi mancava ciò che ero con lui. Avevo bisogno di Patrick per liberarmi di me stessa.

Eric e Patrick, Patrick ed Eric, fisicamente così simili eppure così dannatamente diversi.

Eric era la dolcezza e la normalità, Patrick la strafottenza e la trasgressione. Forse inconsciamente avevo completato il cerchio trovando in Patrick ciò che mancava ad Eric. Questo almeno era ciò che credevo.

Possibile, però, che Eric non avesse mai ceduto alle lusinghe delle altre donne? Non ci avevo mai pensato prima, ma ora che era capitato a me, non mi pareva possibile che lui non mi avesse mai tradita.

La sua avvenenza non lo faceva di certo passare inosservato. E non gli mancavano nemmeno le occasioni, a partire proprio dalla sua assistente: la bionda tutto pepe che lo seguiva ovunque come un’ombra.

Sentii salirmi un’inquietudine. Sesto senso, istinto femminile, perspicacia o semplice intuizione, qualunque cosa fosse non riuscii ad ignorarla.

Mi alzai dalla mia postazione e mi precipitai agli ascensori. Freneticamente pigiai tutti i bottoni. Come al solito quando si ha fretta, erano tutti quanti impegnati.

Non c’era tempo da perdere. Sentivo che qualcosa stava accadendo proprio in quegli istanti, ed io ero lì bloccata in un ascensore che se ne strafregava della mia fretta.

Quando finalmente la porta si aprì, schizzai fuori e percorsi tutto il corridoio in preda all’ansia di non sapere cosa avrei trovato oltre quelle pareti.

Quando raggiunsi l’anticamera dell’ufficio di Eric, vidi che la scrivania della biondina era vuota. Lei era con lui.

Con il cuore in gola mi avvicinai lentamente alla porta socchiusa, e mi mancò il respiro.

 

«Sì, sì, proprio lì … no, aspetti, un po’ più a destra, … ecco sì, sì, così …» Era la voce della biondina.

 

Oddio … Pensai, in preda al panico. Che le sta facendo?

 

«Va bene così?»

 

Mi andò il sangue alla testa, già vedevo mio marito con la testa fra le gambe della biondina e le domandava pure se le andava bene. Non ci vedevo più dalla rabbia. Che fare? Entrare e coglierli in flagrante o andarmene e fare finta di nulla? In fondo non potevo certo fargli una scenata, visto che anch’io me l’ero spassata senza di lui.

 

«Sì, sì … lì è proprio perfetto»

 

Avevo sentito abbastanza. Non mi trattenni più ed entrai. Ma quando spalancai la porta, ciò che vidi mi spiazzò.

 

«Denise, Tesoro, non dovresti essere a casa?»

 

Mio marito se ne stava in piedi su una sedia, appiccicato al muro, intento ad appendere un quadro, mentre la sua diligente assistente lo aiutava nell’impresa.

Il mio sesto senso aveva decisamente sbagliato tutto.

 

«Infatti – Mi affrettai a rispondere – Sono venuta qui proprio a dirti che ho cambiato idea, quindi, se hai bisogno di me, sai dove trovarmi»

 

Uscii subito da lì, ignorando Eric che continuava a chiamarmi, ma avevo bisogno d’aria e di calmarmi.

Non sapevo se essere più sollevata o dispiaciuta per non averlo trovato fra le gambe della biondina.

Sollevata lo ero di certo, ma ero anche mortificata per aver dubitato di lui e per aver quasi sperato che mi tradisse per sentirmi meno in colpa.

 

Quella notte non riuscii a prendere sonno. Eric dormiva come un ghiro accanto a me, mentre io non riuscivo a chiudere occhio.

Il cellulare vibrò sul comodino per l’arrivo di un sms. M’illuminai.

Per quanto ne sapevo poteva essere anche l’avviso del credito in esaurimento, ma io ero certa che fosse Patrick.

Eric continuava a dormire, presi il telefono e silenziosamente scivolai giù dal letto cercando di non svegliarlo.

Non appena uscii dalla camera, guardai lo schermo. C’era semplicemente scritto:

 

- Apri il pacco -

 

Mi sentii avvampare d’eccitazione. Cosa aveva organizzato stavolta? Quell’uomo intrigante era una fonte inesauribile di fantasia e lussuria. Non esisteva noia con lui. Sapeva sorprendermi, fagocitarmi nelle sue perversioni e manovrarmi a suo piacimento. Era in grado di farmi fare qualunque cosa.

Come una ladra scesi furtivamente le scale e corsi a prendere il pacco che mi aspettava lì, sul tavolo, dove lo avevo lasciato al mattino.

La notte aveva prosciugato ogni rumore. In quel silenzio irreale ogni minimo suono, anche il più flebile, pareva un allarme lanciato dall’universo per svelare il mio misfatto.

Ero un’ombra nell’oscurità. L’unica mia testimone era la luna che sbirciava dalle imposte.

Presi un coltello dalla cucina e lo affondai nel nastro che lo sigillava.

All’interno c’era un cofanetto nero, chiuso da un fiocco rosso dal quale sbucava una busta dello stesso colore.

Sfilai la busta ed estrassi il biglietto che custodito al suo interno.

C’era scritto:

 

- Mettiti comoda davanti ad uno specchio e apri il cofanetto -

 

Non c’erano nomi e nessun altro dettaglio, ma sapevo che era tutta opera di Patrick. Ubbidii.

Col cuore che galoppava verso il piacere e il mio fiore intriso di voglia, raccolsi tutto e mi chiusi in bagno. Lì uno specchio arrivava fino al pavimento.

Mi sedetti sulla pedana e, con le mani tremanti per la frenesia, sciolsi il nastro. La confezione si aprì svelando un biglietto e un trionfo di velluto rosso.

 

- Mettilo e guarda quanto sei bella -

 

Quell’attesa, quella specie di caccia al tesoro mandò la mia eccitazione alle stelle. Mi stuzzicava e mi lusingava che Patrick pensasse al mio piacere ovunque lui fosse. Un gioco erotico senza fine.

Scostai il velluto e vidi che celava un aggeggio che aveva tutta l’aria di essere un vibratore. Era uno scrigno di giocattoli erotici.

Patrick voleva che mi toccassi davanti allo specchio, che vedessi il mio fiore sbocciare fra le mie gambe e che mi eccitassi guardandomi godere. Voleva che mi vedessi come mi vedeva lui.

Accesi tutte le candele che trovai. La penombra lattiginosa si colorò con la loro calda luce. Mi sedetti davanti allo specchio e allargai timidamente le gambe. Le fiammelle ballonzolavano sul pavimento e si allungavano sulla mia pelle nuda fino a far scintillare il mio peccaminoso frutto intriso di nettare. Tutto il resto spariva nell’oscurità. Anche il mio viso.

Era così sensuale guardare quel corpo nudo e anonimo riflesso nello specchio. Era come avere un’altra donna di fronte a me, una donna che si contorceva dal piacere. Era la mia parte istintiva ed erotica che si liberava, la mia me più sensuale e lussuriosa che faceva l’amore con l’universo.

M’immersi fra i miei umori e mi abbandonai alle mie peccaminose voglie.

Le dita scorrevano sulla mia pelle e le mie labbra parevano danzare fra di esse invogliandomi a carezzarle sempre di più.

Il piacere saliva e il mio peccaminoso frutto pulsava d’eccitazione. Voleva provare il nuovo giocattolo. L’accontentai.

Lo presi fra le mani scaldando la sua superficie liscia e cromata, poi lo portai fra le mie gambe, lo feci scivolare fra quei meandri affamati e intrisi di prelibato unguento, stuzzicai il clitoride e infine varcai la soglia del piacere. Un gemito mi nacque in gola.

Chiusi gli occhi e immaginai che fosse il membro di Patrick a penetrarmi. Con una mano spingevo e ritraevo quell’argenteo dardo dentro e fuori di me, mentre con l’altra mi dedicai al turgido promontorio gonfio d’eccitazione.

Poi a malapena riuscii a contenere un urlo per la sorpresa, quando improvvisamente l’aggeggio dentro di me cominciò a vibrare insieme a ciò che il cofanetto ancora custodiva. Il piacere si fece più intenso, espandendosi dentro di me. Ogni vibrazione raggiungeva nuove parti del mio corpo fino a conquistarlo interamente.

Allungai alla cieca una mano nel cofanetto e ne estrassi un telefono.

Capii che era un Boditalk, in pratica un vibratore comandato a distanza attraverso quel cellulare. Patrick mi stava scopando da centinaia di chilometri di distanza.

Sentii l’eccitazione avvamparmi fin nelle viscere. Era come averlo lì, in casa mio e con mio marito nell’altra stanza. Era come se fossero state le sue mani a infilare quel dardo nella mia carne, come se quello fosse stato il suo membro.

Era tutto così sbagliato, peccaminoso e così dannatamente eccitante.

Ero posseduta dal desiderio. Di nuovo la sensazione di essere nelle sue mani, di nuovo quell’incertezza, di nuovo in bilico fra paura ed eccitazione. Stavolta la paura non era però rivolta a Patrick e alle sue fantasie, ma a mio marito che dormiva a pochi passi da me e che avrebbe potuto scoprirmi in qualsiasi momento.

Accettai la chiamata, ma senza dire nulla. Ero sopraffatta dall’estasi.

La voce calda di Patrick mi attraversò il corpo fino a mordermi il ventre, amplificando il mio piacere:

 

«Ti piace il mio regalo?»

 

«Oh, sì» Ansimai in preda alle scariche vibranti che mi assalivano, e soggiogata dalla sua erotica voce che mi penetrava l’anima.

 

«Allora fammi sentire quanto ti piace. Voglio sentirti godere»

 

Liberai la voce, lasciai che udisse tutto il mio piacere e quello della donna allo specchio, che si eccitasse sentendo i miei gemiti e sapendo che era lui, ovunque fosse, a farmi godere così.

Non esisteva nient’altro all’infuori di noi due. Quell’orgasmo mi proiettò altrove insieme a lui, nell’universo parallelo dove s’incontrano le anime travolte dall’estasi del piacere più sublime.

 

Quando tornai in camera, sconvolta e stravolta, raggelai. Il letto era vuoto, Eric non c’era.

Mi mancò il respiro, il panico mi stava strozzando. Mi sentii perduta immaginando quello che mio marito avesse visto o sentito. La vergogna mi stritolò lo stomaco e giurai a me stessa che se l’avessi passata liscia non ci sarei più ricascata. Avrei troncato definitivamente con Patrick. Avevo deciso.

Poi vidi Eric arrivare con in mano un bicchiere d’acqua. Non si accorse nemmeno che ero lì impalata davanti alla porta del bagno. Mi passò davanti e tornò a letto, bevve un generoso sorso d’acqua e si accucciò beato fra le coperte. Non si era accorto di nulla.

Sollevata, ricominciai a respirare e lo raggiunsi.

Sì, avrei chiuso con Patrick … Un giorno o l’altro … Forse.

 

 

 

 

 

 

 

Leggi i capitoli precedenti di “È solo sesso”


 

 

È solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 10)

Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"

 

 

Nonostante Eric mi avesse concesso un giorno di vacanza, decisi lo stesso di andare al lavoro. Lì almeno avrei avuto la mente occupata. Oltretutto Patrick era in viaggio per affari, quindi non avrei nemmeno dovuto fingere che fra noi non ci fosse nulla.

Neanche il lavoro, però, frenò i miei impertinenti pensieri.

Avevo smesso di amare mio marito? No, lo amavo come sempre, ma mi mancava il brivido del proibito, mi mancava la prepotente passionalità di Patrick, la sua capacità di travolgermi e stravolgermi. Mi mancavano le sue mani avide sulla mia pelle, il suo sguardo infuocato, il suo sfrontato membro a riempirmi di piacere e soprattutto mi mancava ciò che ero con lui. Avevo bisogno di Patrick per liberarmi di me stessa.

Eric e Patrick, Patrick ed Eric, fisicamente così simili eppure così dannatamente diversi.

Eric era la dolcezza e la normalità, Patrick la strafottenza e la trasgressione. Forse inconsciamente avevo completato il cerchio trovando in Patrick ciò che mancava ad Eric. Questo almeno era ciò che credevo.

Possibile, però, che Eric non avesse mai ceduto alle lusinghe delle altre donne? Non ci avevo mai pensato prima, ma ora che era capitato a me, non mi pareva possibile che lui non mi avesse mai tradita.

La sua avvenenza non lo faceva di certo passare inosservato. E non gli mancavano nemmeno le occasioni, a partire proprio dalla sua assistente: la bionda tutto pepe che lo seguiva ovunque come un'ombra.

Sentii salirmi un'inquietudine. Sesto senso, istinto femminile, perspicacia o semplice intuizione, qualunque cosa fosse non riuscii ad ignorarla.

Mi alzai dalla mia postazione e mi precipitai agli ascensori. Freneticamente pigiai tutti i bottoni. Come al solito quando si ha fretta, erano tutti quanti impegnati.

Non c'era tempo da perdere. Sentivo che qualcosa stava accadendo proprio in quegli istanti, ed io ero lì bloccata in un ascensore che se ne strafregava della mia fretta.

Quando finalmente la porta si aprì, schizzai fuori e percorsi tutto il corridoio in preda all'ansia di non sapere cosa avrei trovato oltre quelle pareti.

Quando raggiunsi l'anticamera dell'ufficio di Eric, vidi che la scrivania della biondina era vuota. Lei era con lui.

Con il cuore in gola mi avvicinai lentamente alla porta socchiusa, e mi mancò il respiro.

 

«Sì, sì, proprio lì ... no, aspetti, un po' più a destra, ... ecco sì, sì, così ...» Era la voce della biondina.

 

Oddio ... Pensai, in preda al panico. Che le sta facendo?

 

«Va bene così?»

 

Mi andò il sangue alla testa, già vedevo mio marito con la testa fra le gambe della biondina e le domandava pure se le andava bene. Non ci vedevo più dalla rabbia. Che fare? Entrare e coglierli in flagrante o andarmene e fare finta di nulla? In fondo non potevo certo fargli una scenata, visto che anch'io me l'ero spassata senza di lui.

 

«Sì, sì ... lì è proprio perfetto»

 

Avevo sentito abbastanza. Non mi trattenni più ed entrai. Ma quando spalancai la porta, ciò che vidi mi spiazzò.

 

«Denise, Tesoro, non dovresti essere a casa?»

 

Mio marito se ne stava in piedi su una sedia, appiccicato al muro, intento ad appendere un quadro, mentre la sua diligente assistente lo aiutava nell'impresa.

Il mio sesto senso aveva decisamente sbagliato tutto.

 

«Infatti - Mi affrettai a rispondere - Sono venuta qui proprio a dirti che ho cambiato idea, quindi, se hai bisogno di me, sai dove trovarmi»

 

Uscii subito da lì, ignorando Eric che continuava a chiamarmi, ma avevo bisogno d'aria e di calmarmi.

Non sapevo se essere più sollevata o dispiaciuta per non averlo trovato fra le gambe della biondina.

Sollevata lo ero di certo, ma ero anche mortificata per aver dubitato di lui e per aver quasi sperato che mi tradisse per sentirmi meno in colpa.

 

Quella notte non riuscii a prendere sonno. Eric dormiva come un ghiro accanto a me, mentre io non riuscivo a chiudere occhio.

Il cellulare vibrò sul comodino per l'arrivo di un sms. M'illuminai.

Per quanto ne sapevo poteva essere anche l'avviso del credito in esaurimento, ma io ero certa che fosse Patrick.

Eric continuava a dormire, presi il telefono e silenziosamente scivolai giù dal letto cercando di non svegliarlo.

Non appena uscii dalla camera, guardai lo schermo. C'era semplicemente scritto:

 

- Apri il pacco -

 

Mi sentii avvampare d'eccitazione. Cosa aveva organizzato stavolta? Quell'uomo intrigante era una fonte inesauribile di fantasia e lussuria. Non esisteva noia con lui. Sapeva sorprendermi, fagocitarmi nelle sue perversioni e manovrarmi a suo piacimento. Era in grado di farmi fare qualunque cosa.

Come una ladra scesi furtivamente le scale e corsi a prendere il pacco che mi aspettava lì, sul tavolo, dove lo avevo lasciato al mattino.

La notte aveva prosciugato ogni rumore. In quel silenzio irreale ogni minimo suono, anche il più flebile, pareva un allarme lanciato dall'universo per svelare il mio misfatto.

Ero un'ombra nell'oscurità. L'unica mia testimone era la luna che sbirciava dalle imposte.

Presi un coltello dalla cucina e lo affondai nel nastro che lo sigillava.

All'interno c'era un cofanetto nero, chiuso da un fiocco rosso dal quale sbucava una busta dello stesso colore.

Sfilai la busta ed estrassi il biglietto che custodito al suo interno.

C'era scritto:

 

- Mettiti comoda davanti ad uno specchio e apri il cofanetto -

 

Non c'erano nomi e nessun altro dettaglio, ma sapevo che era tutta opera di Patrick. Ubbidii.

Col cuore che galoppava verso il piacere e il mio fiore intriso di voglia, raccolsi tutto e mi chiusi in bagno. Lì uno specchio arrivava fino al pavimento.

Mi sedetti sulla pedana e, con le mani tremanti per la frenesia, sciolsi il nastro. La confezione si aprì svelando un biglietto e un trionfo di velluto rosso.

 

- Mettilo e guarda quanto sei bella -

 

Quell'attesa, quella specie di caccia al tesoro mandò la mia eccitazione alle stelle. Mi stuzzicava e mi lusingava che Patrick pensasse al mio piacere ovunque lui fosse. Un gioco erotico senza fine.

Scostai il velluto e vidi che celava un aggeggio che aveva tutta l'aria di essere un vibratore. Era uno scrigno di giocattoli erotici.

Patrick voleva che mi toccassi davanti allo specchio, che vedessi il mio fiore sbocciare fra le mie gambe e che mi eccitassi guardandomi godere. Voleva che mi vedessi come mi vedeva lui.

Accesi tutte le candele che trovai. La penombra lattiginosa si colorò con la loro calda luce. Mi sedetti davanti allo specchio e allargai timidamente le gambe. Le fiammelle ballonzolavano sul pavimento e si allungavano sulla mia pelle nuda fino a far scintillare il mio peccaminoso frutto intriso di nettare. Tutto il resto spariva nell'oscurità. Anche il mio viso.

Era così sensuale guardare quel corpo nudo e anonimo riflesso nello specchio. Era come avere un'altra donna di fronte a me, una donna che si contorceva dal piacere. Era la mia parte istintiva ed erotica che si liberava, la mia me più sensuale e lussuriosa che faceva l'amore con l'universo.

M'immersi fra i miei umori e mi abbandonai alle mie peccaminose voglie.

Le dita scorrevano sulla mia pelle e le mie labbra parevano danzare fra di esse invogliandomi a carezzarle sempre di più.

Il piacere saliva e il mio peccaminoso frutto pulsava d'eccitazione. Voleva provare il nuovo giocattolo. L'accontentai.

Lo presi fra le mani scaldando la sua superficie liscia e cromata, poi lo portai fra le mie gambe, lo feci scivolare fra quei meandri affamati e intrisi di prelibato unguento, stuzzicai il clitoride e infine varcai la soglia del piacere. Un gemito mi nacque in gola.

Chiusi gli occhi e immaginai che fosse il membro di Patrick a penetrarmi. Con una mano spingevo e ritraevo quell'argenteo dardo dentro e fuori di me, mentre con l'altra mi dedicai al turgido promontorio gonfio d'eccitazione.

Poi a malapena riuscii a contenere un urlo per la sorpresa, quando improvvisamente l'aggeggio dentro di me cominciò a vibrare insieme a ciò che il cofanetto ancora custodiva. Il piacere si fece più intenso, espandendosi dentro di me. Ogni vibrazione raggiungeva nuove parti del mio corpo fino a conquistarlo interamente.

Allungai alla cieca una mano nel cofanetto e ne estrassi un telefono.

Capii che era un Boditalk, in pratica un vibratore comandato a distanza attraverso quel cellulare. Patrick mi stava scopando da centinaia di chilometri di distanza.

Sentii l'eccitazione avvamparmi fin nelle viscere. Era come averlo lì, in casa mio e con mio marito nell'altra stanza. Era come se fossero state le sue mani a infilare quel dardo nella mia carne, come se quello fosse stato il suo membro.

Era tutto così sbagliato, peccaminoso e così dannatamente eccitante.

Ero posseduta dal desiderio. Di nuovo la sensazione di essere nelle sue mani, di nuovo quell'incertezza, di nuovo in bilico fra paura ed eccitazione. Stavolta la paura non era però rivolta a Patrick e alle sue fantasie, ma a mio marito che dormiva a pochi passi da me e che avrebbe potuto scoprirmi in qualsiasi momento.

Accettai la chiamata, ma senza dire nulla. Ero sopraffatta dall'estasi.

La voce calda di Patrick mi attraversò il corpo fino a mordermi il ventre, amplificando il mio piacere:

 

«Ti piace il mio regalo?»

 

«Oh, sì» Ansimai in preda alle scariche vibranti che mi assalivano, e soggiogata dalla sua erotica voce che mi penetrava l'anima.

 

«Allora fammi sentire quanto ti piace. Voglio sentirti godere»

 

Liberai la voce, lasciai che udisse tutto il mio piacere e quello della donna allo specchio, che si eccitasse sentendo i miei gemiti e sapendo che era lui, ovunque fosse, a farmi godere così.

Non esisteva nient'altro all'infuori di noi due. Quell'orgasmo mi proiettò altrove insieme a lui, nell'universo parallelo dove s'incontrano le anime travolte dall'estasi del piacere più sublime.

 

Quando tornai in camera, sconvolta e stravolta, raggelai. Il letto era vuoto, Eric non c'era.

Mi mancò il respiro, il panico mi stava strozzando. Mi sentii perduta immaginando quello che mio marito avesse visto o sentito. La vergogna mi stritolò lo stomaco e giurai a me stessa che se l'avessi passata liscia non ci sarei più ricascata. Avrei troncato definitivamente con Patrick. Avevo deciso.

Poi vidi Eric arrivare con in mano un bicchiere d'acqua. Non si accorse nemmeno che ero lì impalata davanti alla porta del bagno. Mi passò davanti e tornò a letto, bevve un generoso sorso d'acqua e si accucciò beato fra le coperte. Non si era accorto di nulla.

Sollevata, ricominciai a respirare e lo raggiunsi.

Sì, avrei chiuso con Patrick ... Un giorno o l'altro ... Forse.

 

 

 

 

 

 

 

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E’ solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 15)

L'ufficio era buio, Patrick non c'era ancora. Accesi la luce per poggiare sulla sua scrivania i documenti relativi al cliente che avremmo dovuto incontrare quel mattino, ma ciò che vidi mi raggelò.
La scrivania era totalmente sgombra: non una penna, non un pezzo di carta, nemmeno il computer era più al suo posto. Non c'era più nulla, i cassetti erano vuoti e l'aria era impregnata di disinfettante.
Mi girava la testa e non era certo per colpa di quel fetore.
Mi sentii soffocare, mi mancava l'aria, il panico mi aveva rubato l'ossigeno. Patrick se n'era andato.
Barcollando mi accasciai sulla poltrona e mi presi la testa fra le mani.
Non può essere. Pensai. Deve pur esserci una spiegazione logica, magari ha solo cambiato ufficio. Non può essere stato così codardo da lasciarmi senza dirmi una parola dopo tutto quello che c'è stato fra di noi! Cercavo di combattere il panico con la ragione, ma più pensavo, più mi rendevo conto che non poteva esserci altra spiegazione. Patrick mi aveva lasciata.
Mi sentii tradita e sconvolta come una moglie abbandonata dal marito. Una donna investita in pieno dalla crudele verità di non essere riuscita a tenersi stretta il suo uomo. Avevo sbagliato tutto. Accecata dalla fame di lui avevo ignorato i suoi bisogni e i suoi desideri, eppure avrei dovuto capire che il drastico cambiamento del suo comportamento e i suoi discorsi sull'amore erano un palese segnale d'allarme. Io, invece, avevo fatto orecchie da mercante. Lui voleva di più, mentre io non volevo lasciare Eric, e così se n'era andato.
Stupida, stupida stupida! Mi insultai.
Presi il telefono e lo chiamai, ma un'antipatica vocina automatica mi disse che il cliente non era al momento raggiungibile. Patrick aveva staccato il telefono. Non voleva parlarmi.
Dovevo fare qualcosa, non potevo starmene con le mani in mano senza far nulla. Che avrei fatto senza di lui?  Mi salì la nausea al solo pensiero di non averlo più nella mia vita e nel mio letto. Dovevo trovarlo, raggiungerlo ovunque lui fosse e dirgli che lo amavo. Gli avrei detto qualunque cosa purché restasse.
Uscii dall'ufficio e andai da Hanna, ma nemmeno lei sapeva nulla, e non aveva nemmeno visto nessuno svuotare quell'ufficio, tanto meno Patrick.
All'ennesima chiamata a vuoto, telefonai a Eric. Lui doveva sapere.
Respirai profondamente tentando di normalizzare la voce, ma questa non ne volle saperne.

«Dov'è Patrick»

Non lo salutai neanche, andai dritto al sodo.

«Ciao amore, presumo sia in volo verso Tokyo, ma stai bene?»

«Tokyo? - Gracchiai isterica, ignorando le sue premure - Che ci va a fare a Tokyo? E perché io non ne so nulla?»

Io ero la sua assistente, avrei dovuto essere informata su tutti i suoi impegni e spostamenti. E invece ero all'oscuro di tutto.
Eric sospirò, raccogliendo inconsapevolmente le parole che mi avrebbero tranciato il cuore:

«Gli ho offerto un nuovo impiego e lui lo ha accettato»

Mi sentii persa.

«Co... Cosa? - Biascicai con la voce rotta dal pianto. - Com'è possibile?»

Cercai di trattenermi, di sembrare distaccata, professionale, indifferente, ma come si fa a fingersi indifferenti quando un pezzo di te è su un aereo per Tokyo e non sai se farà più ritorno?
Perché Eric mi aveva fatto questo? E perché Patrick aveva reso possibile questa follia?
Forse però non tutto era perduto. Forse si trattava solo di un incarico temporaneo, pochi giorni e l'avrei rivisto. Cercai di convincermene, perché l'idea di averlo perduto per sempre mi stava uccidendo.

«Gli ho proposto l'incarico di Direttore Generale dell'intera Asia, e lui è salito sul primo volo per Tokyo - Le mie più rosee aspettative andarono a farsi friggere. Eric erano mesi che cercava qualcuno disposto a trasferirsi a Tokyo che lo sostituisse in tutto e per tutto, liberandolo così dai continui viaggi in quell'area, ma nessuno aveva mai accettato. Nessuno tranne Patrick. - Ho finalmente mantenuto la mia promessa, sei contenta? - Questo è uno scherzo! Pensai. Lui era elettrizzato, galvanizzato da quel cambiamento, mentre io ero scioccata. Per anni aveva usato il pretesto dell'Asia per stare lontano da me, e per anni lo avevo pregato di trovare un sostituto. Ora che Patrick riempiva tutto il mio tempo, Eric, per un'assurda coincidenza e con un tempismo diabolico, me lo aveva portato via. Le mie preghiere mi si erano ritorte contro - Ero così stanco di stare lontano da te così a lungo»

Ero infuriata con lui, satura di rabbia fino alla nausea per avermi privata dell'altra metà della mia vita, ma la rabbia più cocente era per me, per la mia incapacità di felicitarmi per quell'iniziativa di Eric che solo poche settimane prima mi avrebbe fatto sciogliere dalla gioia.
Tempismo perfetto. Non c'è che dire.
Patrick era tutto quello che mi legava alla nuova Denise, e ora, senza di lui, che ne sarebbe stato di me?
Il mio labile equilibrio si era spezzato di nuovo, mandando a quel paese tutte le mie certezze e tutte le mie sicurezze.

«E io che farò?» Biascicai, in un sussurro più rivolto a me stessa che a Eric, attribuendo a quelle parole un significato ben più ampio di quello interpretato da lui.

«Be', le sorprese non sono finite, perché vorrei che tu prendessi il posto di Patrick. Di gavetta ne hai fatta abbastanza. E' ora di affidarti un incarico in linea con le tue capacità. Allora, che ne dici?»

Ero senza parole. Patrick mi aveva lasciata ed Eric mi chiedeva di occupare la sua scrivania, quella dove avevamo fatto l'amore in tutti i modi, di occupare l'ufficio che era stato teatro delle nostre effusioni, di chiudermi fra quelle pareti che avevano assistito al mio cambiamento e alla liberazione delle mie voglie più recondite.

«Non credo di farcela»

Avevo voglia di piangere. Dov'era tutto l'amore di cui Patrick aveva parlato? Se n'era andato senza dirmi nulla, senza chiedermi nulla! E io che mi sentivo in colpa perché credevo di aver giocato coi suoi sentimenti! Sei tu che hai giocato coi miei! Codardo che non sei altro!
Chissà con quante se la sarebbe spassata in quella terra di ciliegi e Geishe. Quante donne si sarebbero sciolte per i suoi baci, quanti corpi avrebbero vibrato di piacere per le sue carezze. Quante donne avrebbe trafitto col suo membro, col MIO membro!
Forse se n'era andato perché era semplicemente stanco di me e aveva preso al volo la prima occasione che gli era capitata per fuggire via. Forse anche i suoi discorsi sull'amore facevano parte del suo piano: sapeva che non avrei lasciato Eric e magari, parlando d'amore, sperava d'allontanarmi.

«Certo che ce la farai. Tu non hai bisogno di Patrick»

Avrei davvero voluto credergli.
Tornai a casa, Eric mi aveva congedata lasciandomi un po' di tempo per riflettere se accettare o meno il nuovo impiego, ma di quel lavoro non me ne importava nulla. Non me ne fregava nulla di niente, tranne del fatto che non riuscivo a contattare Patrick.
Non poteva certo restare in volo per sempre, prima o poi avrebbe dovuto riaccenderlo quel maledetto telefono.
Attesi, attesi ancora e attesi nuovamente, ma il cellulare restava muto. I minuti si dilatavano e s'ingigantivano sembrando ore, le ore giorni, e più il tempo passava più la paura di averlo perduto per sempre si faceva sempre più concreta.
Mi accasciai sul letto e piansi tutte le lacrime che avevo. Tutta la gioia, la libertà, il piacere che mi aveva fatto provare in quelle poche settimane, ora si erano tramutati nel dolore più spietato e crudele. Dalla felicità più  pura alla sofferenza più atroce.
Forse ero davvero innamorata di Patrick, altrimenti perché tutto quel dolore? Solo l'amore può portarti dal paradiso all'inferno in un battito di ciglia. Non c'era altra spiegazione. E quell'abbandono sicuramente era il suo modo per farmelo capire. Ma certo! Pensai. Perché non ci ho pensato prima?
Infuocata di speranza ricomposi istericamente il suo numero, volevo dirgli che avevo capito la lezione, che lo amavo, che avremmo cercato una soluzione insieme e che non c'era ragione per cui dovesse fuggire a Tokyo, ma l'ennesima bastonata era pronta a tramortirmi: la vocina automatica, quella volta, m'informò che il numero risultava inesistente.

"No, no, no!" Gridai fra le lacrime, tentando e ritentando di chiamarlo, ma non cambiò nulla. Quel numero non esisteva più.
Sfinita e disperata, m'addormentai. Quella quiete temporanea, però, permise al mio cervello di trovare una soluzione, e mi svegliai elettrizzata da quell'improvvisa illuminazione, sapendo esattamente cosa fare.
Non guardai nemmeno l'ora, mi alzai dal letto e raggiunsi la cassettiera, aprii l'ultimo cassetto e rovistai fra la biancheria fino a trovare il Racconti Erotici. Lo aprii ed estrassi il cellulare. Una fitta mi trafisse il cuore ed un morso mi attanagliò il ventre ripensando alla notte in cui Patrick, nonostante i chilometri che ci separavano, aveva fatto l'amore con me proprio con quel telefono. Rividi me stessa, eccitata e intrisa di desiderio, giocare davanti allo specchio, scivolare fra i miei meandri lussuriosi e madidi di dolce miele, schiudere la mia fessura con l'argenteo dardo, entrare e uscire da essa in preda all'estasi, finché il trillo di quel cellulare ne aveva attivato la vibrazione inondandomi di piacere.
Accesi il telefono e composi l'unico numero presente in memoria.
Ciò che accadde da quel momento cambiò per sempre la mia vita.








E’ solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 15)

L'ufficio era buio, Patrick non c'era ancora. Accesi la luce per poggiare sulla sua scrivania i documenti relativi al cliente che avremmo dovuto incontrare quel mattino, ma ciò che vidi mi raggelò.
La scrivania era totalmente sgombra: non una penna, non un pezzo di carta, nemmeno il computer era più al suo posto. Non c'era più nulla, i cassetti erano vuoti e l'aria era impregnata di disinfettante.
Mi girava la testa e non era certo per colpa di quel fetore.
Mi sentii soffocare, mi mancava l'aria, il panico mi aveva rubato l'ossigeno. Patrick se n'era andato.
Barcollando mi accasciai sulla poltrona e mi presi la testa fra le mani.
Non può essere. Pensai. Deve pur esserci una spiegazione logica, magari ha solo cambiato ufficio. Non può essere stato così codardo da lasciarmi senza dirmi una parola dopo tutto quello che c'è stato fra di noi! Cercavo di combattere il panico con la ragione, ma più pensavo, più mi rendevo conto che non poteva esserci altra spiegazione. Patrick mi aveva lasciata.
Mi sentii tradita e sconvolta come una moglie abbandonata dal marito. Una donna investita in pieno dalla crudele verità di non essere riuscita a tenersi stretta il suo uomo. Avevo sbagliato tutto. Accecata dalla fame di lui avevo ignorato i suoi bisogni e i suoi desideri, eppure avrei dovuto capire che il drastico cambiamento del suo comportamento e i suoi discorsi sull'amore erano un palese segnale d'allarme. Io, invece, avevo fatto orecchie da mercante. Lui voleva di più, mentre io non volevo lasciare Eric, e così se n'era andato.
Stupida, stupida stupida! Mi insultai.
Presi il telefono e lo chiamai, ma un'antipatica vocina automatica mi disse che il cliente non era al momento raggiungibile. Patrick aveva staccato il telefono. Non voleva parlarmi.
Dovevo fare qualcosa, non potevo starmene con le mani in mano senza far nulla. Che avrei fatto senza di lui?  Mi salì la nausea al solo pensiero di non averlo più nella mia vita e nel mio letto. Dovevo trovarlo, raggiungerlo ovunque lui fosse e dirgli che lo amavo. Gli avrei detto qualunque cosa purché restasse.
Uscii dall'ufficio e andai da Hanna, ma nemmeno lei sapeva nulla, e non aveva nemmeno visto nessuno svuotare quell'ufficio, tanto meno Patrick.
All'ennesima chiamata a vuoto, telefonai a Eric. Lui doveva sapere.
Respirai profondamente tentando di normalizzare la voce, ma questa non ne volle saperne.
«Dov'è Patrick?»
Non lo salutai neanche, andai dritto al sodo.
«Ciao amore, presumo sia su di un volo verso Tokyo, ma stai bene?»
«Tokyo? - Gracchiai isterica, ignorando le sue premure - Che ci va a fare a Tokyo? E perché io non ne so nulla?»
Io ero la sua assistente, avrei dovuto essere informata su tutti i suoi impegni e spostamenti. E invece ero all'oscuro di tutto.
Eric sospirò, raccogliendo inconsapevolmente le parole che mi avrebbero tranciato il cuore:
«Gli ho offerto un nuovo impiego e lui lo ha accettato.»
Mi sentii persa.
«Co... Cosa? - Biascicai con la voce rotta dal pianto. - Com'è possibile?»
Cercai di trattenermi, di sembrare distaccata, professionale, indifferente, ma come si fa a fingersi indifferenti quando un pezzo di te è su un aereo per Tokyo e non sai se farà più ritorno?
Perché Eric mi aveva fatto questo? E perché Patrick aveva reso possibile questa follia?
Forse però non tutto era perduto. Forse si trattava solo di un incarico temporaneo, pochi giorni e l'avrei rivisto. Cercai di convincermene, perché l'idea di averlo perduto per sempre mi stava uccidendo.
«Gli ho proposto l'incarico di Direttore Generale dell'intera Asia, e lui è salito sul primo volo per Tokyo - Le mie più rosee aspettative andarono a farsi friggere. Eric erano mesi che cercava qualcuno, disposto a trasferirsi a Tokyo, che lo sostituisse in tutto e per tutto, liberandolo così dai continui viaggi in quell'area, ma nessuno aveva mai accettato. Nessuno tranne Patrick. - Ho finalmente mantenuto la mia promessa, sei contenta? - Questo è uno scherzo! Pensai. Lui era elettrizzato, galvanizzato da quel cambiamento, mentre io ero scioccata. Per anni aveva usato il pretesto dell'Asia per stare lontano da me, e per anni lo avevo pregato di trovare un sostituto. Ora che Patrick riempiva tutto il mio tempo, Eric, per un'assurda coincidenza e con un tempismo diabolico, me lo aveva portato via. Le mie preghiere mi si erano ritorte contro - Ero così stanco di stare lontano da te così a lungo.»
Ero infuriata con lui, satura di rabbia fino alla nausea per avermi privata dell'altra metà della mia vita, ma la rabbia più cocente era per me, per la mia incapacità di felicitarmi per quell'iniziativa di Eric che solo poche settimane prima mi avrebbe fatto sciogliere dalla gioia.
Tempismo perfetto. Non c'è che dire.
Patrick era tutto quello che mi legava alla nuova Denise, e ora, senza di lui, che ne sarebbe stato di me?
Il mio labile equilibrio si era spezzato di nuovo, mandando a quel paese tutte le mie certezze e tutte le mie sicurezze.
«E io che farò?» Biascicai, in un sussurro più rivolto a me stessa che a Eric, attribuendo a quelle parole un significato ben più ampio di quello interpretato da lui.
«Be', le sorprese non sono finite, perché vorrei che tu prendessi il posto di Patrick. Di gavetta ne hai fatta abbastanza. È ora di affidarti un incarico in linea con le tue capacità. Allora, che ne dici?»
Ero senza parole. Patrick mi aveva lasciata ed Eric mi chiedeva di occupare la sua scrivania, quella dove avevamo fatto l'amore in tutti i modi, di occupare l'ufficio che era stato teatro delle nostre effusioni, di chiudermi fra quelle pareti che avevano assistito al mio cambiamento e alla liberazione delle mie voglie più recondite.
«Non credo di farcela!»
Avevo voglia di piangere. Dov'era tutto l'amore di cui Patrick aveva parlato? Se n'era andato senza dirmi nulla, senza chiedermi nulla! E io che mi sentivo in colpa perché credevo di aver giocato coi suoi sentimenti! Sei tu che hai giocato coi miei! Codardo che non sei altro!
Chissà con quante se la sarebbe spassata in quella terra di ciliegi e Geishe. Quante donne si sarebbero sciolte per i suoi baci, quanti corpi avrebbero vibrato di piacere per le sue carezze. Quante donne avrebbe trafitto col suo membro, col MIO membro!
Forse se n'era andato perché era semplicemente stanco di me e aveva preso al volo la prima occasione che gli era capitata per fuggire via. Forse anche i suoi discorsi sull'amore facevano parte del suo piano: sapeva che non avrei lasciato Eric e magari, parlando d'amore, sperava d'allontanarmi.
«Certo che ce la farai. Tu non hai bisogno di Patrick.»
Avrei davvero voluto credergli.
Tornai a casa, Eric mi aveva congedata lasciandomi un po' di tempo per riflettere se accettare o meno il nuovo impiego, ma di quel lavoro non me ne importava nulla. Non me ne fregava nulla di niente, tranne del fatto che non riuscivo a contattare Patrick.
Non poteva certo restare in volo per sempre, prima o poi avrebbe dovuto riaccenderlo quel maledetto telefono.
Attesi, attesi ancora e attesi nuovamente, ma il cellulare restava muto. I minuti si dilatavano e s'ingigantivano sembrando ore, le ore giorni, e più il tempo passava più la paura di averlo perduto per sempre si faceva sempre più concreta.
Mi accasciai sul letto e piansi tutte le lacrime che avevo. Tutta la gioia, la libertà, il piacere che mi aveva fatto provare in quelle poche settimane, ora si erano tramutati nel dolore più spietato e crudele. Dalla felicità più pura alla sofferenza più atroce.
Forse ero davvero innamorata di Patrick, altrimenti perché tutto quel dolore? Solo l'amore può portarti dal paradiso all'inferno in un battito di ciglia. Non c'era altra spiegazione. E quell'abbandono sicuramente era il suo modo per farmelo capire. Ma certo! Pensai. Perché non ci ho pensato prima?
Infuocata di speranza ricomposi istericamente il suo numero, volevo dirgli che avevo capito la lezione, che lo amavo, che avremmo cercato una soluzione insieme e che non c'era ragione per cui dovesse fuggire a Tokyo, ma l'ennesima bastonata era pronta a tramortirmi: la vocina automatica, quella volta, m'informò che il numero risultava inesistente.
«No, no, no!» Gridai fra le lacrime, tentando e ritentando di chiamarlo, ma non cambiò nulla. Quel numero non esisteva più.
Sfinita e disperata, m'addormentai. Quella quiete temporanea, però, permise al mio cervello di trovare una soluzione, e mi svegliai elettrizzata da quell'improvvisa illuminazione, sapendo esattamente cosa fare.
Non guardai nemmeno l'ora, mi alzai dal letto e raggiunsi la cassettiera, aprii l'ultimo cassetto e rovistai fra la biancheria fino a trovare il cofanetto che mi aveva regalato Patrick. Lo aprii ed estrassi il cellulare. Una fitta mi trafisse il cuore ed un morso mi attanagliò il ventre ripensando alla notte in cui Patrick, nonostante i chilometri che ci separavano, aveva fatto l'amore con me proprio con quel telefono. Rividi me stessa, eccitata e intrisa di desiderio, giocare davanti allo specchio, scivolare fra i miei meandri lussuriosi e madidi di dolce miele, schiudere la mia fessura con l'argenteo dardo, entrare e uscire da essa in preda all'estasi, finché il trillo di quel cellulare ne aveva attivato la vibrazione inondandomi di piacere.
Accesi il telefono e composi l'unico numero presente in memoria.

Ciò che accadde da quel momento cambiò per sempre la mia vita.