Archivio mensile:agosto 2012

È solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 2)

leggi il 1° Capitolo.

 

E’ solo sesso – Capitolo 2

 

Rimasta sola, in quello sgabuzzino buio, svestita e senza più nemmeno il tanga da mettermi, cominciai a  fare i conti col senso di colpa. Lo stesso stramaledetto senso di colpa che ti assale quando assecondi l’istinto, quando egoisticamente ti lasci andare alle tue pulsioni fregandotene di tutto il resto.

Prima di uscire, però, non riuscii a fare a meno di scivolare là sotto, indugiando dove prima c’era stato Patrick. Raccolsi i miei umori mischiati a ciò che restava della sua esplosione di piacere e me li portai alla bocca succhiando tutto.

Scivolai mestamente fuori dallo sgabuzzino pregando che nessuno si fosse accorto di nulla.

Se durante quell’incontenibile orgasmo volevo che ogni essere vivente assistesse a quell’apoteosi di piacere, ora speravo di risvegliarmi rendendomi conto che non era stato alto che un sogno.

Raggiunsi la mia scrivania cercando di essere il più normale possibile, ma ciò che accadeva fra le mie gambe me lo rendeva decisamente difficile. L’aria accarezzava il mio sesso umido e camminare senza slip era terribilmente piacevole. Era come se senza quel piccolo pezzo di stoffa la mia parte più porca fosse libera di spadroneggiare a suo piacimento.

Percorsi il corridoio sentendomi addosso gli occhi penetranti di Patrick. Il suo ufficio dominava su tutto. Avrei voluto essere infuriata con lui per quello che mi aveva fatto, ma non ci riuscii. Come potevo infuriarmi con chi mi aveva fatto godere così? Me la presi invece con me stessa e con la mia assoluta mancanza di controllo. Dov’erano finiti i miei freni inibitori? Patrick li aveva decisamente manomessi.

Mi sedetti alla mia postazione sapendo di essere in un ritardo pazzesco per terminare la relazione per la riunione delle 10. Certo il mio capo non ne avrebbe fatto un dramma, visto che la causa della mia negligenza era lui, ma come mi sarei giustificata agli occhi dei miei colleghi? Oltretutto non ero certo nello spirito adatto per concentrarmi su quel noioso stuolo di numeri.

Quando aprii il cassetto, però, notai una cartellina in cartone verde intitolata “Relazione”.

L’afferrai e l’aprii. Era esattamente ciò che avrei dovuto presentare alla riunione. Qualcuno aveva fatto il lavoro per me.

Sollevai lo sguardo frugando fra le persiane semi aperte che nascondevano l’ufficio di Patrick. Feci appena in tempo a vedere la sua sagoma scura, poi si trincerò dietro quelle asticelle d’alluminio. Era stato lui. Aveva calcolato tutto. Mi aveva assegnato quell’incarico all’ultimo secondo sapendo che poi, per ultimarlo, avrei dovuto recarmi prima in ufficio avendomi così tutta per sé, e io c’ero cascata come una pera cotta.

Figlio di puttana. Pensai sorridendo. 

Avrei voluto licenziarmi da quel posto. Sarei voluta fuggire e scappare il più lontano possibile da quell’uomo perché sapevo di non essere abbastanza forte da respingerlo, soprattutto ora che avevo assaggiato il piacere che era in grado di darmi, ma come avrei giustificato quella decisione? E trovare un altro lavoro in breve tempo sarebbe stato impossibile.

No, avrei dovuto troncare tutto, potevo farcela. Cercai di convincermi che sarei stata in grado di farlo. Ma quando ripesavo a quegli orgasmi mi rendevo conto che non avrei più potuto fare a meno di lui.

Lui era così diverso. Io stessa ero diversa con lui.

«Denise è tutto ok?» I miei disordini mentali non erano passati inosservati alla mia dirimpettaia di scrivania. Ero talmente presa dalle mie elucubrazioni che non mi ero nemmeno accorta del suo arrivo.

«Oh, ciao Susan, sì, sì, va tutto bene – Mentii sfoderando il mio sorriso migliore – E’ solo che questa relazione mi manda in tilt, ma ormai l’ho conclusa» Sollevai vittoriosa la cartellina verde.

«Giusto in tempo! – Rispose lei, sollevata per me – Perché la riunione sta giusto per iniziare. È meglio se ti sbrighi»

Era giunto il momento. Dovevo presentarmi ad una stramaledetta riunione di cui non me ne importava un accidente, fingendo che quella mattina non fosse accaduto proprio nulla. Non ce l’avrei mai fatta.

«Salve Signora Gray – Esordì Patrick, quando mi presentai alla riunione, affogando il mio cuore con quel suo sguardo spavaldo – Vedo che è riuscita a completare la relazione. Brava, sapevo di poter contare su di lei» Concluse distogliendo freddamente lo sguardo.

Mi dava del “Lei” come se niente fosse. Mi venne la nausea.

Io mi sentivo morire per l’imbarazzo e lui, invece, si comportava come se davvero non fosse accaduto nulla.

Non udii una parola di quella riunione. Ero troppo impegnata ad ascoltare le mie paranoie. Avrei voluto che la sua indifferenza mi facesse sentire sollevata, in fondo era quello che volevo: che tutto tornasse come prima, che quella faccenda non fosse stata altro che un singolo errore presto dimenticato. Che non mi cercasse più, che non mi desiderasse più, che mi lasciasse in pace. Era questo che volevo, no? Invece la sua indifferenza mi mandava in bestia. Come poteva far finta di nulla dopo la scopata apocalittica di appena due ore prima? C’era solo una spiegazione: mi aveva usata per i suoi porci comodi per poi scaricarmi come il seme che ancora mi colava fra le cosce. Mi sentii umiliata, schifata di me stessa per essermi piegata come una stupida alle mie voglie. Ero solo un altro oggetto della sua collezione, un’altra avventura da raccontare agli amici. Null’altro che questo. Una stupida puttana.

Poi notai qualcosa sbucare dal suo taschino. Un piccolo lembo di pizzo blu: era il mio tanga.

 

 


Anticipazione del capitolo 3:

 

Per tutto il resto del giorno lottai con e contro me stessa. Una guerra persa in partenza.

Ero combattuta fra la mia parte razionale, che mi imponeva di troncare tutto, e la parte che invece a questo si opponeva con tutte le forze, perché non voleva rinunciare a quel piacere così sublime provato quella mattina. 

Quando il telefono squillò ebbi un sussulto. Con la mano tremante sollevai la cornetta.

«Vieni» Disse la voce all’altro capo del filo e riattaccò senza aggiungere altro.

Era Patrick. …”


 

 

Leggi gli altri Capitoli già pubblicati


 

 

 

E’ solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 1)


Salii le scale nel silenzio di una mattina qualunque. L’ufficio era deserto, si sentiva solo il suono dei miei tacchi riecheggiare lungo i corridoi. Ero sola, gli altri non sarebbero arrivati prima di un’ora, ma avevo del lavoro da terminare prima della riunione delle 10. Di nuovo. Da qualche tempo, infatti, pareva che il nuovo capo si divertisse, con sadica insistenza, a sobbarcarmi di lavoro. Usava la scusa delle mie fantomatiche competenze e capacità, ma secondo me era solo una ripicca perché con masochistica ostinazione continuavo a respingere le sue avances, cosa alla quale non era per niente abituato, e cosa per niente semplice, da parte mia, visto il suo carisma, il suo destabilizzante fare autoritario e adulatorio al tempo stesso, e il suo corpo sexy da paura. Paura di non essere abbastanza forte per resistergli. Paura di rimanere intrappolata nella sua orbita di promesse di incontenibile piacere che mi attraeva come una mosca col miele.

Mi affacciai sul pianerottolo. Il suo ufficio era vuoto, la luce era spenta. Lui non c’era. Probabilmente se la starà spassando con la biondina di turno. Pensai.

Attraversai il corridoio sollevata di non dover fuggire da quello sguardo ardente che pareva risucchiarti l’anima, e proseguii verso la mia scrivania, ma non appena superai lo sgabuzzino della cancelleria, una ferrea stretta mi afferrò per la vita e mi trascinò all’interno di quel camerino buio.

Non ebbi il tempo di gridare, di oppormi e nemmeno di respirare che la porta si chiuse e due labbra calde, morbide, ansiose, si scagliarono sulla mia bocca, zittendomi definitivamente.

Patrick mi aveva teso un agguato. Stufo della mia indecisione e delle mie resistenze aveva giocato la carta della sorpresa, della forza e della prepotenza. Con prepotenza quella lingua si intrufolava nella mia bocca, con prepotenza le sue mani entravano nella mia carne, mi sbottonarono la camicetta, mi palpavano i seni e violarono le mie mutandine.

Stretta in quell’angolo buio cercai di oppormi a quella furia animalesca, cercai di resistere a quell’incontenibile passione che mi stava travolgendo. Cercai di essere più forte delle mie voglie. Io ci provai, lo giuro! Ma come si fa a resistere a qualcosa di così piacevole che ti esplode nelle viscere? Qualcosa di così maledettamente eccitante da annullare tutto il resto? Non si può. La verità, però, è che non mi opposi a quel bacio. Non cercai minimamente di oppormi a quelle labbra e a quella lingua che violavano la mia bocca, e non mi opposi a quelle mani che affondavano nella mia carne. Io volevo quel bacio, lo volevo con tutta me stessa insieme a tutto quello che venne dopo.

Mi fiondai io stessa su quelle labbra che per tanto tempo avevo finto di non volere, le divorai, le succhiai sfogando tutta l’eccitazione repressa, fregandomene di tutto quello che c’era fuori da quella porta.

Il suo profumo mi riempiva le narici, il suo sapore mi riempiva la bocca, ma io ne volevo di più. Io volevo tutto.

Litigai coi bottoni della sua camicia e vittoriosa gliela scagliai a terra. Nel buio di quello sgabuzzino non riuscii a vedere chiaramente il suo petto nudo, ma avevo talmente fantasticato su quei muscoli che non fece alcuna differenza. Le mie mani sondarono quel torso tonico, gli addominali scolpiti, le braccia tornite e la schiena possente che prometteva di reggere ad ore di sesso sfrenato.

Forse era proprio quel buio che aveva permesso alla me più porca di schizzare fuori. La luce, forse, avrebbe inibito le mie pulsioni, forse. O forse no, non sarebbe cambiato nulla.

Patrick si allontanò dalla mia bocca per scorrere con le labbra tutto il mio corpo. Scivolò dietro il mio orecchio e lungo il mio collo. Il ventre mi si contorse per l’eccitazione. Lui arrivò ai miei seni, succhiò i capezzoli portando via dal mio corpo il veleno di ogni remora, li mordicchiò incendiando le mie voglie e li titillò con la sua lingua esperta. Gemetti sopraffatta mentre le sue dita scorsero sul mio ventre, intrufolandosi nel tanga e immergendosi negli umori che stavano annegando il mio sesso.

L’eccitazione si nutre di eccitazione.

Sentivo la sua voglia di me gonfiarsi fra le sue gambe e ingigantire la mia, già straripante, voglia di lui. Liberai il suo sesso dai jeans e lo afferrai. Era così fiero e vigoroso che desiderai di averlo dentro di me subito, in quello stesso istante. Ma Patrick aveva altri piani.

Mi fece salire sul tavolino dietro di me, mi sfilò definitivamente la gonna e il tanga, e si chinò fra le mie gambe. Non riuscii più a contenermi. I miei gemiti sommessi divennero sempre più forti e selvaggi esattamente come il piacere che, come una scarica elettrica, percorreva tutto il mio corpo. Godevo per quella lingua, la sua lingua, che sapientemente si muoveva fra le mie cosce sapendo esattamente dove andar giù deciso e dove invece essere più delicato. Allargai di più le gambe per offrirgli il mio frutto prelibato in tutto il suo splendore. Volevo che lo assaporasse tutto, che lo divorasse per l’eternità, mai sazio di me.

Mi penetrò con la sua lingua, succhiò le mie labbra, stuzzicò il perineo, coccolò il clitoride fin quando il mio piacere esplose nella sua bocca.

Il cuore mi batteva all’impazzata, avevo il fiato corto come dopo una folle corsa, ma la mia voglia di lui non era passata, e lui lo sapeva. Continuò a baciarmi delicatamente preparandomi per il piatto forte.

La sua bocca risalì il mio corpo, indugiò sui miei seni e approdò sulla mia bocca. Afferrai la sua testa trattenendolo a me, perdendomi nelle sue labbra e succhiando quella lingua, che ancora sapeva di me e che mi aveva fatto godere poco prima.

Sentivo i suoi rantoli infoiati, le sue braccia forti strette al mio corpo, le sue mani avide sulla mia schiena e sul mio seno.

Ero pronta per accoglierlo, affamata di lui, del suo corpo, del suo sesso. Volevo che mi esplodesse dentro, che godesse di me e con me. Volevo diventare per lui insostituibile e irrinunciabile.

Sentivo il suo vigore premere fra le mie gambe ancora intorbidite dall’orgasmo, la sua pelle contro la mia pelle, finché mi scivolò dentro per non uscirne più.

Reclinai la testa, inarcai la schiena in preda a spasmi di piacere che mi arricciavano le dita dei piedi. Le sue mani aggrappate alle mie cosce, il suo bacino contro il mio. Ogni colpo secco e deciso era un passo verso il paradiso.

I miei gemiti divennero veri e propri urli che Patrick tentò di attutire mettendomi una mano davanti alla bocca, ma in quel momento non m’importava che le mie grida di piacere si sentissero oltre quella soglia, dove la luce del sole batteva sul mondo. Anzi, che sentissero pure e che assistessero a quella scopata da Oscar.

Osannai Dio e soprattutto pregai lui di non fermarsi e di scoparmi sempre più forte fin quando il secondo orgasmo arrivò con ancor più violenza del primo.

Ero esausta, ma tremendamente felice e appagata.

«Sei un porco» Sussurrai maliziosa vedendo la sua sagoma muoversi nell’ombra.

«E tu sei una gran troia – Rispose avventandosi ancora sulle mie labbra – E questo lo tengo io»

Aveva raccolto il mio tanga e se l’era infilato nel taschino della giacca.

«Ma non posso restare tutto il giorno in ufficio senza niente sotto» Protestai.

«Oh, sì che puoi – Replicò – Ed è proprio ciò che farai»

Furono le ultime parole che mi disse prima di uscire da quell’alcova improvvisata ed immergersi nella routine di un’altra giornata di lavoro.

Fu così che tutto ebbe inizio.

 

 

Leggi gli altri capitoli di ”È solo sesso”

È solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 13)

Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"


«Dillo» Intimò Patrick, mentre l'auto ci riportava in albergo.

«Cosa?» Domandai, appoggiando il capo sulla sua spalla.

«Che mi ami»

Sollevai la testa stupita per quell'affermazione. Pensai che la sua strafottenza non avesse limiti, ma stavolta si sbagliava.

«Che c'entra l'amore?» Esclamai sorridendo. Di sicuro stava scherzando.

«C'entra eccome! - Rispose - Se non mi amassi non saresti qui con me. Voi donne non sapete scindere il sesso dall'amore» Mi provocò.

«Ma che ne sai tu delle donne?» Domandai, ridendo.

«Ne so abbastanza, molto più di quanto credi»

Il suo piglio presuntuoso non voleva arrendersi.

«Secondo me tu sai solo un sacco di luoghi comuni esattamente come tutti gli uomini, ma di una cosa sono certa: fra di noi ... E' solo sesso»

Ero sicura di quanto stavo affermavo. Non avevo il minimo dubbio e volevo che ciò fosse chiaro anche a lui.

«No - Insistette - tu mi ami»

E si stravaccò più comodamente sul sedile. La mia ostentata sicurezza non aveva minimamente incrinato la sua. Sembrava una lotta ad armi pari.
Quell'argomento, però, mi stava infastidendo. La nostra relazione si teneva in piedi proprio perché non era vincolata ai sentimenti, c'era solo carne fra di noi, passione, sfrenata lussuria e libertà totale. L'amore sarebbe stata solo una complicazione e io volevo che tutto restasse così com'era.
Avevo trovato una sorta di equilibrio in quella doppia vita. Avevo tutto e io ero tutto: ero la moglie premurosa di Eric che non si lamentava dei suoi continui viaggi di lavoro, ma che, anzi, lo attendeva sempre desiderosa di fare l'amore; e per Patrick ero l'amante insaziabile, la compagna di giochi proibiti, ero sfrenata passione e incontenibile lussuria. Mi sentivo forte, sicura di me stessa, mi sentivo realizzata, in poche parole mi sentivo felice e non avevo nessuna intenzione d'incrinare quella fragile felicità.
Volevo concludere quell'assurda conversazione, tornare in albergo e dormire. Era quasi l'alba ed ero troppo stanca per ribattere alle sue assurde teorie sulle donne e sull'amore.
Cambiai strategia.

«Patrick non complichiamo le cose. Tu hai la tua vita, io ho la mia e ...»

M'interruppe stizzito:

«Certo, con tuo marito» Sentenziò sarcastico.

Mi sentii punta sul vivo. Il sonno si volatilizzò e mi sentii in dovere di difendere l'altra metà della mia vita, quella concreta, reale, fatta di quotidianità e di sicurezza.

«Lascia stare mio marito!» Lo fulminai con lo sguardo, anche se il buio mascherò il mio furore. Eric non si meritava le sue prese in giro.

«Sei convinta di essere sposata con l'uomo perfetto: bello, ricco, dolce, bravo, be' forse non bravo a letto, visto che ti sei fatta l'amante, - Si trastullò nel suo narcisismo - ma tu non hai idea di quello che fa quando tu non ci sei. La verità è che tu di lui non sai proprio niente, e sai perché? Perché tu non VUOI sapere niente!» Ringhiò, sputando tutto l'astio che provava per Eric, condito dall'alcool che si era bevuto.

«Sei ubriaco!» Lo spinsi via, cercando di ignorare le sue insensate parole, ma la sua forza lo tenne lì, appiccicato al mio viso.

«Può darsi, ma gli ubriachi dicono sempre la verità» Rincarò.

«Ti credi migliore di lui? Ma che faccia tosta!»

«Di sicuro non peggiore. Io so cos'è il rispetto e so quando fermarmi»

«Tu osi parlare di rispetto? - Mi incendiai di rabbia - Tu che non fai che usare le donne a tuo piacimento, senza amarne neanche una? Ma che ne sai tu del rispetto? Dimmi ... Hai mai amato in vita tua? Non credo proprio! Tu non hai idea di cosa sia l'amore»

«Oh, tu sì invece? - Rise di me - Dici di amare tuo marito, ma sei solo una ipocrita bugiarda! Una mediocre impiegatucola repressa che anziché troncare un matrimonio in agonia si è fatta l'amante! Tu te ne freghi degli altri e anche di te stessa!»

Sentii la furia scoppiarmi nel cuore, sfondarmi il cervello ed esplodermi nelle mani. Gli mollai un ceffone con tutta la forza che avevo, col risultato di far più male a me che a lui. La mano mi friggeva come se miliardi di spilli la punzecchiassero e le lacrime mi foravano gli occhi. Mi sentii morire.
Patrick mi aveva spiattellato davanti la verità che avevo sempre voluto negare. Credevo di essermi ritrovata, e invece mi ero persa ancora di più.
Avevo alzato le mani su qualcuno per la prima volta in vita mia, perché non avevo più parole per difendermi. Mi sentii ancora più colpevole.
Lui non disse nulla, non aveva nemmeno cercato di fermare la mia mano nonostante si fosse accorto dello schiaffo in arrivo. Semplicemente incassò il colpo come se lo avesse previsto.
Poi, fece qualcosa che mi sorprese: prese la mano con cui lo avevo schiaffeggiato e cominciò a baciarmi il palmo con una delicatezza che non pensavo nemmeno avesse.
Ero talmente sconcertata che non riuscii a parlare.
In quell'istante mi resi conto che non sapevo nulla di lui. Lui mi conosceva come nessun altro al mondo, mentre io mi ero sempre rifiutata di sapere chi fosse veramente quell'uomo di cui conoscevo a memoria ogni aspetto del suo corpo, ma nulla della sua mente, di ciò che pensava, del suo passato o semplicemente di ciò che sentiva.
Ciò che conoscevo di lui erano solo le voci che lo riguardavano, ma non mi ero nemmeno mai preoccupata di sapere se fossero vere o false. Semplicemente me le ero fatte bastare perché mi andava bene così. Non volevo essere coinvolta nella sua vita. Volevo solo entrare nel suo letto, annullarmi fra le sue lenzuola, scappare dalla mia vita attraverso il piacere che mi regalava il suo membro. Lo avevo usato e basta.
Patrick aveva ragione: non sapevo, perché non volevo sapere. E se quelle parole erano vere, forse lo erano anche tutte le altre.
Mi sentii persa, mi scoppiava la testa. Che c'era di Eric che non sapevo?
Se Patrick si riferiva al fatto che avesse altre donne, in fondo lo avevo sempre sospettato, però mi ero ben guardata dal cercare le reali motivazioni delle sue sempre lunghe assenze, proprio per evitare di scoprire cose che poi mi avrebbero costretta a sconvolgere la mia vita.
Ma anche in quel momento in cui avrei potuto chiedere a Patrick di confermare i miei sospetti, non lo feci. Come avevo sempre fatto, preferii voltarmi dall'altra parte.
Non volevo pensare ad Eric, non ne valeva la pena. In fondo, se anche avesse avuto l'amante, che avrei potuto fare? Non potevo certo puntare il dito contro di lui per avermi tradita, visto che lo avevo fatto anch'io. E a pensarci bene, che avesse l'amante o no, non m'importava. Non m'importava che andasse con altre donne, uomini o altro: io avevo Patrick e mi bastava.
Il mio matrimonio era davvero in agonia come aveva detto Patrick? Forse, o forse no. Perché io quel legame con Eric non lo volevo spezzare. Volevo ancora Eric nella mia vita e nel mio letto. Forse questa era la conferma della mia pigrizia emotiva: preferivo dare ossigeno ad un cadavere anziché seppellirlo, o forse, invece, questa era la prova che io di Eric ero ancora innamorata.
Forse le parole che Patrick quella sera mi aveva scagliato contro erano solo il suo tentativo di allontanarmi da Eric, o forse lui aveva ragione in pieno.
Forse, forse, forse. La mia mente era piena di forse e nemmeno una certezza.

Patrick prese il mio viso fra le mani, asciugò le lacrime e mi diede il più tenero dei baci.

«Denise, va tutto bene» Sussurrò, cercando di tranquillizzarmi.

Tutta la rabbia, l'astio, la strafottenza, la prepotenza sembrava si fossero dissolti nel vento insieme alle sue parole. Lui si era liberato di un peso, si era strappato la maschera, forse, mentre io, io ancora una volta annaspavo dispersa e disorientata nel buio pesto della mia anima, e mi aggrappai all'unico appiglio che mi parve in grado di strapparmi ai miei demoni: Patrick.
Lui sapeva tutto di me e nonostante tutto era lì pronto a confortarmi.
Appoggiai le mani alle sue, carezzandole, e mi rifugiai nel suo bacio. In quel momento l'auto si fermò davanti all'Hotel.
Mestamente scesi dalla vettura e mi rinchiusi nel suo abbraccio. Nessuno, vedendomi passare stretta a Patrick, col viso incollato al mento per nascondere la vergogna e le lacrime, avrebbe pensato che fossi la stessa persona, tutta seduzione ed erotismo, che appena poche ore prima aveva illuminato la hall dell'albergo. Dov'era finita la donna che aveva volato su quei tappeti sulle ali del desiderio? Ero stordita, confusa, disorientata.
Entrammo in camera e, senza dire una parola, Patrick andò in bagno e riempì la vasca, poi tornò da me, mi spogliò e mi accompagnò dentro l'acqua. I suoi gesti erano dolci, premurosi e mi immersero in un tepore che nemmeno l'acqua calda poté rimpiazzare. Quando poi scivolò dentro la vasca con di me, avvolgendomi col suo corpo, mi lasciai andare contro il suo petto. 
Non ero più tanto certa di non amarlo.
Patrick mi stava dando la dolcezza e la comprensione di cui avevo bisogno per restare a galla. Mi stava dimostrando che lui non era solo l'uomo narcisista, egocentrico e strafottente che avevo conosciuto e che avevo voluto vedere in lui, ma era molto di più.
Lasciai che le braccia di Patrick mi tenessero stretta a sé, che le sue labbra carezzassero le mie, che le sue mani sfiorassero la mia pelle.
Tremavo sotto le sue dita, fremevo per il desiderio che sentivo crescermi nelle viscere ed offuscare il mio tormento. Se la mia mente era allo sbando, il mio corpo sapeva benissimo ciò che voleva.
E, come un ubriacone che cerca di affogare nell'alcool il suo male di vivere, io cercai il mio stordimento attraverso Patrick.
Mi girai su me stessa fino a trovarmi di fronte a lui, mi accucciai sulle sue gambe e lo strinsi a me, appoggiando il capo sulla sua spalla.
Respirai a fondo mentre le sue carezze percorrevano tutta la mia schiena, dalle spalle alle natiche.
Sollevai la testa e guardai in fondo a quei pozzi bruni alla ricerca della sua anima. Era come se vedessi i suoi occhi per la prima volta. Erano così diversi, limpidi, sinceri.
Erano gli occhi di un altro uomo. Un uomo perso quanto me.
Non era più un gioco, anzi, non lo era mai stato anche se mi ostinavo a pensare che lo fosse, ma ora non potevo più fingere di crederlo.
Patrick mi amava? Forse. Ecco un altro forse a cui non volevo dare una risposta, almeno non in quel momento.
Avrei dovuto andarmene da lì e schiarirmi le idee prima che fosse troppo tardi, ma non ci riuscii.
Non riuscii a staccarmi da quegli occhi, da quelle braccia, da quelle mani e da quel membro che ammaliavano il mio corpo e irretivano i miei sensi.
Carezzai il suo viso, le sue guance, gli zigomi e le sue labbra, poi affondai le mani nei suoi capelli e lo baciai.
Succhiai le sue labbra, fra il ruvido della barba volutamente incolta e la calda morbidezza del loro interno, e cercai la sua lingua. Patrick succhiò la mia, afferrò le mie natiche e mi strinse a sé. Sentii la sua eccitazione crescere fra le mie gambe e schiudere il mio fiore. I miei petali abbracciarono il suo dardo, massaggiandolo, mentre danzavo sopra di lui.
L'acqua sciabordava fra i nostri corpi, insinuandosi fra di noi quasi a voler partecipare al nostro piacere, ma Patrick, quella notte, non voleva nessuno fra di noi, nemmeno l'acqua. Così si alzò, mi prese fra le braccia e, ancora gocciolante, mi adagiò sul letto.
La sua bocca esplorò scrupolosamente ogni centimetro del mio corpo raccogliendo ogni goccia che lo imperlava.
Dai palmi delle mie mani risalì lungo le braccia fino a raggiungere il collo, da lì proseguì il suo cammino risalendo i miei seni. Più le sue labbra vi si avvicinavano e più i miei capezzoli s'inturgidivano per reclamare la loro dose di baci. Gemetti quando li succhiò e quando la sua lingua giocò con loro, poi proseguì il suo viaggio attraversando il mio ventre lambendo il pube per scivolare sulle mie gambe. Il mio fiore lo stava chiamando a gran voce, ma lui attraversò le cosce, le ginocchia e i polpacci fino ai piedi.
Voleva saggiare interamente il mio corpo e sentire il sapore della mia pelle sulla sua lingua, quasi a farne scorta per non scordarlo più.
Ogni suo bacio amplificava il desiderio. Lentamente risalì le mie gambe e quando si avvicinò all'interno coscia trattenni il respiro e strinsi le lenzuola fra le mani, pronta per farmi investire dall'onda del piacere.
I miei gemiti riecheggiavano nel silenzio e la sua lingua e le sue labbra mi portarono ad un passo dall'estasi, ma volevo godere insieme a lui.
Afferrai la sua testa e cercai la sua bocca. Il suo petto sopra il mio, le nostre gambe intrecciate in un inscindibile groviglio, le nostre mani impegnate in infinite carezze e il suo sesso vigoroso premuto contro il mio. Aveva voglia di me esattamente come io ne avevo di lui. Volevo il suo corpo, la sua anima, il suo amore. Volevo tutto e volevo dargli tutto.
Mi sentivo intrisa di paure e speranze, di eccitazione e timori, di estasi e di panico come se in quel letto i nostri corpi si unissero per la prima volta. E in fondo fu così.
A muoverci non era solo il bisogno fisico, il desiderio materiale di esplodere nell'orgasmo, ma era la voglia di stare insieme, di amarci e di coccolarci all'infinito. Io ero lì per lui e lui era lì per me.
La voglia di lui mi divorava e combatteva contro la ragione che cercava di avvertirmi delle inevitabili conseguenze.
Ma quando Patrick scivolò dentro di me, ogni remora venne meno, definitivamente annientata da quel vigoroso membro che mi faceva gridare di piacere.
Avrei sopportato qualsiasi conseguenza, qualsiasi distruzione emotiva e morale, qualsiasi sofferenza, sarei anche salita sulla gogna per quel membro, ma non avrei mai rinunciato a quell'infinito piacere.
Il corpo non mente mai. Ecco la certezza che stavo cercando.
Patrick era lì, dentro di me, e mi riempiva e mi svuotava per poi riempirmi nuovamente ed inesorabilmente come il mare che s'infrange sulla costa, sempre di più, sempre più a fondo come la marea che sale per conquistare la spiaggia e farla sua, anche se solo per pochi istanti. Ogni colpo che affondava nella mia carne s'impadroniva di un pezzetto di me per riempirmi di lui. Un'osmosi dei sensi.
Spingeva il bacino strofinandosi contro il mio clitoride, aumentando e diminuendo il ritmo per raggiungere insieme l'oblio dei sensi, e schizzare, uniti, oltre la vetta dell'estremo piacere.
Non era solo la brama di avermi ad animarlo, ma anche la voglia di rendersi indimenticabile, il desiderio di dimostrarmi che quello che mi aveva dato fino ad allora non era nulla rispetto a quello che avrebbe potuto darmi in futuro. Voleva che quei momenti restassero incisi nella mia mente, nel mio cuore e nel mio sesso in eterno. Voleva che il ricordo di quella notte mi bagnasse d'eccitazione. E ci riuscì.
Quella notte facemmo l'amore per la prima volta. E ci amammo come se quella fosse anche l'ultima.

È solo sesso (Romanzo erotico – Capitolo 13)

Leggi i capitoli precedenti di "È solo sesso"


«Dillo!» Intimò Patrick, mentre l'auto ci riportava in albergo.
«Cosa?» Domandai, appoggiando il capo sulla sua spalla.
«Che mi ami.»
Sollevai la testa stupita per quell'affermazione. Pensai che la sua strafottenza non avesse limiti, ma stavolta si sbagliava.
«Che c'entra l'amore?» Esclamai sorridendo. Di sicuro stava scherzando.
«C'entra eccome! - Rispose - Se non mi amassi non saresti qui con me. Voi donne non sapete scindere il sesso dall'amore» Mi provocò.
«Ma che ne sai tu delle donne?» Domandai, ridendo.
«Ne so abbastanza, molto più di quanto credi.»
Il suo piglio presuntuoso non voleva arrendersi.
«Secondo me tu sai solo un sacco di luoghi comuni esattamente come tutti gli uomini, ma di una cosa sono certa: fra di noi... È solo sesso.»
Ero sicura di quanto stavo affermavo. Non avevo il minimo dubbio e volevo che ciò fosse chiaro anche a lui.
«No, - Insistette - tu mi ami!»
E si stravaccò più comodamente sul sedile. La mia ostentata sicurezza non aveva minimamente incrinato la sua. Sembrava una lotta ad armi pari.
Quell'argomento, però, mi stava infastidendo. La nostra relazione si teneva in piedi proprio perché non era vincolata ai sentimenti, c'era solo carne fra di noi, passione, sfrenata lussuria e libertà totale. L'amore sarebbe stata solo una complicazione e io volevo che tutto restasse così com'era.
Avevo trovato una sorta di equilibrio in quella doppia vita. Avevo tutto e io ero tutto: ero la moglie premurosa di Eric che non si lamentava dei suoi continui viaggi di lavoro, ma che, anzi, lo attendeva sempre desiderosa di fare l'amore; e per Patrick ero l'amante insaziabile, la compagna di giochi proibiti, ero sfrenata passione e incontenibile lussuria. Mi sentivo forte, sicura di me stessa, mi sentivo realizzata, in poche parole mi sentivo felice e non avevo nessuna intenzione d'incrinare quella fragile felicità.
Volevo concludere quell'assurda conversazione, tornare in albergo e dormire. Era quasi l'alba ed ero troppo stanca per ribattere alle sue insensate teorie sulle donne e sull'amore.
Cambiai strategia.
«Patrick non complichiamo le cose. Tu hai la tua vita, io ho la mia e…»
M'interruppe stizzito:
«Certo, con tuo marito!» Sentenziò sarcastico.
Mi sentii punta sul vivo. Il sonno si volatilizzò e mi sentii in dovere di difendere l'altra metà della mia vita, quella concreta, reale, fatta di quotidianità e di sicurezza.
«Lascia stare mio marito!» Lo fulminai con lo sguardo, anche se il buio mascherò il mio furore. Eric non si meritava le sue prese in giro.
«Sei convinta di essere sposata con l'uomo perfetto: bello, ricco, dolce, bravo, be', forse non bravo a letto, visto che ti sei fatta l'amante, - Si trastullò nel suo narcisismo - ma tu non hai idea di quello che fa quando tu non ci sei. La verità è che tu di lui non sai proprio niente, e sai perché? Perché tu non VUOI sapere niente!» Ringhiò, sputando tutto l'astio che provava per Eric, condito dall'alcool che si era bevuto.
«Sei ubriaco!» Lo spinsi via, cercando di ignorare le sue dissennate parole, ma la sua forza lo tenne lì, appiccicato al mio viso.
«Può darsi, ma gli ubriachi dicono sempre la verità» Rincarò.
«Ti credi migliore di lui? Ma che faccia tosta!»
«Di sicuro non peggiore. Io so cos'è il rispetto e so quando fermarmi!»
«Tu osi parlare di rispetto? - Mi incendiai di rabbia - Tu che non fai che usare le donne a tuo piacimento, senza amarne neanche una? Ma che ne sai tu del rispetto? Dimmi... Hai mai amato in vita tua? Non credo proprio! Tu non hai idea di cosa sia l'amore!»
«Oh, tu sì invece? - Rise di me - Dici di amare tuo marito, ma sei solo una ipocrita bugiarda! Una mediocre impiegatucola repressa che anziché troncare un matrimonio in agonia si è fatta l'amante! Tu te ne freghi degli altri e anche di te stessa!»
Sentii la furia scoppiarmi nel cuore, sfondarmi il cervello ed esplodermi nelle mani. Gli mollai un ceffone con tutta la forza che avevo, col risultato di far più male a me che a lui. La mano mi friggeva come se miliardi di spilli la punzecchiassero e le lacrime mi foravano gli occhi. Mi sentii morire.
Patrick mi aveva spiattellato davanti la verità che avevo sempre voluto negare. Credevo di essermi ritrovata, e invece mi ero persa ancora di più.
Avevo alzato le mani su qualcuno per la prima volta in vita mia, perché non avevo più parole per difendermi. Mi sentii ancora più colpevole.
Lui non disse nulla, non aveva nemmeno cercato di fermare la mia mano nonostante si fosse accorto dello schiaffo in arrivo. Semplicemente incassò il colpo come se lo avesse previsto.
Poi, fece qualcosa che mi sorprese: prese la mano con cui lo avevo schiaffeggiato e cominciò a baciarmi il palmo con una delicatezza che non pensavo nemmeno avesse.
Ero talmente sconcertata che non riuscii a parlare.
In quell'istante mi resi conto che non sapevo nulla di lui. Lui mi conosceva come nessun altro al mondo, mentre io mi ero sempre rifiutata di sapere chi fosse veramente quell'uomo di cui conoscevo a memoria ogni aspetto del suo corpo, ma nulla della sua mente, di ciò che pensava, del suo passato o semplicemente di ciò che sentiva.
Ciò che conoscevo di lui erano solo le voci che lo riguardavano, ma non mi ero nemmeno mai preoccupata di sapere se fossero vere o false. Semplicemente me le ero fatte bastare perché mi andava bene così. Non volevo essere coinvolta nella sua vita. Volevo solo entrare nel suo letto, annullarmi fra le sue lenzuola, scappare dalla mia vita attraverso il piacere che mi regalava il suo membro. Lo avevo usato e basta.
Patrick aveva ragione: non sapevo, perché non volevo sapere. E se quelle parole erano vere, forse lo erano anche tutte le altre.
Mi sentii persa, mi scoppiava la testa. Che c'era di Eric che non sapevo?
Se Patrick si riferiva al fatto che avesse altre donne, in fondo lo avevo sempre sospettato, però mi ero ben guardata dal cercare le reali motivazioni delle sue sempre lunghe assenze, proprio per evitare di scoprire cose che poi mi avrebbero costretta a sconvolgere la mia vita.
Ma anche in quel momento in cui avrei potuto chiedere a Patrick di confermare i miei sospetti, non lo feci. Come avevo sempre fatto, preferii voltarmi dall'altra parte.
Non volevo pensare ad Eric, non ne valeva la pena. In fondo, se anche avesse avuto l'amante, che avrei potuto fare? Non potevo certo puntare il dito contro di lui per avermi tradita, visto che lo avevo fatto anch'io. E a pensarci bene, che avesse l'amante o no, non m'importava. Non m'importava che andasse con altre donne, uomini o altro: io avevo Patrick e mi bastava.
Il mio matrimonio era davvero in agonia come aveva detto Patrick? Forse, o forse no. Perché io quel legame con Eric non lo volevo spezzare. Volevo ancora Eric nella mia vita e nel mio letto. Forse questa era la conferma della mia pigrizia emotiva: preferivo dare ossigeno ad un cadavere anziché seppellirlo, o forse, invece, questa era la prova che io di Eric ero ancora innamorata.
Forse le parole che Patrick quella sera mi aveva scagliato contro erano solo il suo tentativo di allontanarmi da Eric, o forse lui aveva ragione in pieno.
Forse, forse, forse. La mia mente era piena di forse e nemmeno una certezza.
Patrick prese il mio viso fra le mani, asciugò le lacrime e mi diede il più tenero dei baci.
«Denise, va tutto bene» Sussurrò, cercando di tranquillizzarmi.
Tutta la rabbia, l'astio, la strafottenza, la prepotenza sembrava si fossero dissolti nel vento insieme alle sue parole. Lui si era liberato di un peso, si era strappato la maschera, forse, mentre io, io ancora una volta annaspavo dispersa e disorientata nel buio pesto della mia anima, e mi aggrappai all'unico appiglio che mi parve in grado di strapparmi ai miei demoni: Patrick.
Lui sapeva tutto di me e nonostante tutto era lì, pronto a confortarmi.
Appoggiai le mani alle sue, carezzandole, e mi rifugiai nel suo bacio. In quel momento l'auto si fermò davanti all'Hotel.
Mestamente scesi dalla vettura e mi rinchiusi nel suo abbraccio. Nessuno, vedendomi passare stretta a Patrick, col viso incollato al mento per nascondere la vergogna e le lacrime, avrebbe pensato che fossi la stessa persona, tutta seduzione ed erotismo, che appena poche ore prima aveva illuminato la hall dell'albergo. Dov'era finita la donna che aveva volato su quei tappeti sulle ali del desiderio? Ero stordita, confusa, disorientata.
Entrammo in camera e, senza dire una parola, Patrick andò in bagno e riempì la vasca, poi tornò da me, mi spogliò e mi accompagnò dentro l'acqua. I suoi gesti erano dolci, premurosi e mi immersero in un tepore che nemmeno l'acqua calda poté rimpiazzare. Quando poi scivolò dentro la vasca con di me, avvolgendomi col suo corpo, mi lasciai andare contro il suo petto. 
Non ero più tanto certa di non amarlo.
Patrick mi stava dando la dolcezza e la comprensione di cui avevo bisogno per restare a galla. Mi stava dimostrando che lui non era solo l'uomo narcisista, egocentrico e strafottente che avevo conosciuto e che avevo voluto vedere in lui, ma era molto di più.
Lasciai che le braccia di Patrick mi tenessero stretta a sé, che le sue labbra carezzassero le mie, che le sue mani sfiorassero la mia pelle.
Tremavo sotto le sue dita, fremevo per il desiderio che sentivo crescermi nelle viscere ed offuscare il mio tormento. Se la mia mente era allo sbando, il mio corpo sapeva benissimo ciò che voleva.
E, come un ubriacone che cerca di affogare nell'alcool il suo male di vivere, io cercai il mio stordimento attraverso Patrick.
Mi girai su me stessa fino a trovarmi di fronte a lui, mi accucciai sulle sue gambe e lo strinsi a me, appoggiando il capo sulla sua spalla.
Respirai a fondo mentre le sue carezze percorrevano tutta la mia schiena, dalle spalle alle natiche.
Sollevai la testa e guardai in fondo a quei pozzi bruni alla ricerca della sua anima. Era come se vedessi i suoi occhi per la prima volta. Erano così diversi, limpidi, sinceri.
Erano gli occhi di un altro uomo. Un uomo perso quanto me.
Non era più un gioco, anzi, non lo era mai stato anche se mi ostinavo a pensare che lo fosse, ma ora non potevo più fingere di crederlo.
Patrick mi amava? Forse. Ecco un altro forse a cui non volevo dare una risposta, almeno non in quel momento.
Avrei dovuto andarmene da lì e schiarirmi le idee prima che fosse troppo tardi, ma non ci riuscii.
Non riuscii a staccarmi da quegli occhi, da quelle braccia, da quelle mani e da quel membro che ammaliavano il mio corpo e irretivano i miei sensi.
Carezzai il suo viso, le sue guance, gli zigomi e le sue labbra, poi affondai le mani nei suoi capelli e lo baciai.
Succhiai le sue labbra, fra il ruvido della barba volutamente incolta e la calda morbidezza del loro interno, e cercai la sua lingua. Patrick succhiò la mia, afferrò le mie natiche e mi strinse a sé. Sentii la sua eccitazione crescere fra le mie gambe e schiudere il mio fiore. I miei petali abbracciarono il suo dardo, massaggiandolo, mentre danzavo sopra di lui.
L'acqua sciabordava fra i nostri corpi, insinuandosi fra di noi quasi a voler partecipare al nostro piacere, ma Patrick, quella notte, non voleva nessuno fra di noi, nemmeno l'acqua. Così si alzò, mi prese fra le braccia e, ancora gocciolante, mi adagiò sul letto.
La sua bocca esplorò scrupolosamente ogni centimetro del mio corpo raccogliendo ogni goccia che lo imperlava.
Dai palmi delle mie mani risalì lungo le braccia fino a raggiungere il collo, da lì proseguì il suo cammino risalendo i miei seni. Più le sue labbra vi si avvicinavano e più i miei capezzoli s'inturgidivano per reclamare la loro dose di baci. Gemetti quando li succhiò e quando la sua lingua giocò con loro, poi proseguì il suo viaggio attraversando il mio ventre, lambendo il pube, per scivolare sulle mie gambe. Il mio fiore lo stava chiamando a gran voce, ma lui attraversò le cosce, le ginocchia e i polpacci fino ai piedi.
Voleva saggiare interamente il mio corpo e sentire il sapore della mia pelle sulla sua lingua, quasi a farne scorta per non scordarlo più.
Ogni suo bacio amplificava il desiderio. Lentamente risalì le mie gambe e quando si avvicinò all'interno coscia trattenni il respiro e strinsi le lenzuola fra le mani, pronta per farmi investire dall'onda del piacere.
I miei gemiti riecheggiavano nel silenzio e la sua lingua e le sue labbra mi portarono ad un passo dall'estasi, ma volevo godere insieme a lui.
Afferrai la sua testa e cercai la sua bocca. Il suo petto sopra il mio, le nostre gambe intrecciate in un inscindibile groviglio, le nostre mani impegnate in infinite carezze e il suo sesso vigoroso premuto contro il mio. Aveva voglia di me esattamente come io ne avevo di lui. Volevo il suo corpo, la sua anima, il suo amore. Volevo tutto e volevo dargli tutto.
Mi sentivo intrisa di paure e speranze, di eccitazione e timori, di estasi e di panico come se in quel letto i nostri corpi si unissero per la prima volta. E in fondo fu così.
A muoverci non era solo il bisogno fisico, il desiderio materiale di esplodere nell'orgasmo, ma era la voglia di stare insieme, di amarci e di coccolarci all'infinito. Io ero lì per lui e lui era lì per me.
La voglia di lui mi divorava e combatteva contro la ragione che cercava di avvertirmi delle inevitabili conseguenze.
Ma quando Patrick scivolò dentro di me, ogni remora venne meno, definitivamente annientata da quel vigoroso membro che mi faceva gridare di piacere.
Avrei sopportato qualsiasi conseguenza, qualsiasi distruzione emotiva e morale, qualsiasi sofferenza, sarei anche salita sulla gogna per quel membro, ma non avrei mai rinunciato a quell'infinito piacere.
Il corpo non mente mai. Ecco la certezza che stavo cercando.
Patrick era lì, dentro di me, e mi riempiva e mi svuotava per poi riempirmi nuovamente ed inesorabilmente come il mare che s'infrange sulla costa, sempre di più, sempre più a fondo come la marea che sale per conquistare la spiaggia e farla sua, anche se solo per pochi istanti. Ogni colpo che affondava nella mia carne s'impadroniva di un pezzetto di me per riempirmi di lui. Un'osmosi dei sensi.
Spingeva il bacino strofinandosi contro il mio clitoride, aumentando e diminuendo il ritmo per raggiungere insieme l'oblio dei sensi, e schizzare, uniti, oltre la vetta dell'estremo piacere.
Non era solo la brama di avermi ad animarlo, ma anche la voglia di rendersi indimenticabile, il desiderio di dimostrarmi che quello che mi aveva dato fino ad allora non era nulla rispetto a quello che avrebbe potuto darmi in futuro. Voleva che quei momenti restassero incisi nella mia mente, nel mio cuore e nel mio sesso in eterno. Voleva che il ricordo di quella notte mi bagnasse d'eccitazione. E ci riuscì.
Quella notte facemmo l'amore per la prima volta. E ci amammo come se quella fosse anche l'ultima.

Il maestro di equitazione (la figlia che non ti aspettavi).



Negli anni settanta facevo parte della scuderia di equitazione della nazionale.

Ero tra i giovani talenti dell'equitazione italiana, che si distingueva sul prato, gareggiando contro le blasonate scuole equestri tedesche e inglesi, le migliori. La mia specialità era il trotto con percorso e salto ad ostacoli.

Nella mia lunga carriera sportiva ho vinto tantissimi gran premi.
Dopo essermi ritirato dall’attività agonistica, sono riuscito a crearmi una scuola ippica tutta mia, di notevole pregio, molto apprezzata dagli allievi che l’hanno frequentata.
Tra questi ci sono stati anche dei grandi campioni e altri che promettano di diventarlo.

Negli anni dei successi mi son preso molte soddisfazioni.
La notorietà e l’aspetto fisico mi hanno aiutato a sedurre le più belle donne della borghesia romana ed europea.

Oggi, a distanza di trenta anni, sono un vecchio singolo e le soddisfazioni me le prendo con le allieve, le più troie.
Faccio sesso con diverse ragazze che frequentano la mia scuola equestre.
Tra queste la preferita è Margherita. Una splendida ragazza di diciannove anni, figlia di un direttore bancario.

La cosa curiosa è che venti anni prima mi ero scopato la madre; era stata una delle prime allieve della mia scuola.
All’epoca avevo terminato da poco la carriera equestre e alle soglie dei quaranta anni stavo iniziando i primi passi nell’attività d’istruttore.
La madre di Margherita era una ragazza libertina e molto ossessionata dal sesso. Le piaceva scopare nei modi più strani.
Aveva visto un film francese in cui la protagonista seduta sul cazzo del fantino, si faceva scopare mentre il cavallo era lanciato al galoppo,  godendosi gli affondi indotti dal movimento del destriero.
Volle fare la stessa esperienza con me. Debbo ammettere che le sue fantasie anche se erano folli mi eccitavano, così accettavo di metterle in pratica con grande partecipazione emotiva.

Quando si sposò, lasciò l’Italia seguendo il marito negli Stati Uniti. Ho saputo che alcuni anni dopo si era separata da lui ed era andata a vivere in un Ranch Texano.
Margherita all’età di quindici anni rientrò in Italia scegliendo di vivere con il padre.
La prima cosa che chiese fu di iscriversi alla mia scuola di equitazione.

Margherita dimostrò subito di avere talento come amazzone, ma anche come estimatrice del cazzo.

Quando iniziò a frequentare la scuola, non credevo che potesse avere inclinazioni per il sesso estremo. Era una ragazza a modo, delicata, con un’educazione apparentemente pudica.

Generalmente le più puttane tra le allieve le individuo subito. E quando ci provavo, andavo sempre in meta.
Con Margherita all’inizio non fu così, anzi fui sorpreso nel scoprire che aveva una natura libertina e degna di essere messa alla pari con quella zoccola di sua madre, molto simile all’imperatrice Messalina .
La famosa sovrana Romana, moglie dell’imperatore Claudio, che uscendo da un lupanare (il bordello dell’antica Roma), in cui si era introdotta camuffata da matrona per soddisfare la fame di cazzo, confidò alla sua ancella di essere stanca ma non sazia.

Margherita la sera in cui manifestò la sua attitudine ai piaceri del cazzo si era trattenuta intenzionalmente nella scuola, raggiungendomi nelle scuderie.
Quel giorno ero intento a strigliare “morello”, uno stupendo esemplare di cavallo andaluso scuro come la pece, quando una voce proveniente dalle mie spalle mi destò da quel momento magico.
Il tempo che passavo a governare il mio morello lo consideravo sacro perché si conciliava perfettamente con la contemplazione. Non essendo sposato ho sempre trattato i miei cavalli come membri della mia famiglia.
Morello è una creatura mansueta e intelligente. Quando lo accarezzo, mi trasmette l’essenza della sua anima. C’è un rapporto empatico tre noi.

“Il suo cavallo è bellissimo!

Mi girai e trovai Margherita. Il suo viso angelico era incorniciato in lunghi capelli biondi. I suoi occhi azzurri fissavano quelli scuri di Morello. Il contrasto cromatico risaltava subito. Sembrava che fosse in estasi.

Margherita, sebbene avesse diciannove anni, sembrava ancora un’adolescente. Il suo viso era bello come quello di un angelo dipinto da Botticelli.
Il corpo era esile ma resistente agli sforzi che il cavallo le imponeva nelle dure esercitazioni.

Aveva molto talento, che ha curato quando era bambina nel ranch di sua madre. Forte di questa esperienza ha appreso subito le basi del dressage, sapendo interpretare le intenzioni dei movimenti del suo cavallo, e guidarlo quindi nelle combinazioni e nel trotto, con una eleganza raffinata.

Era l’allieva preferita e contavo di farla diventare una vera campionessa.
La rispettavo molto come atleta, per questo non mi sarei mai permesso di insidiare la sua virtù, che ritenevo una cosa sacra.

Le allieve che mi scopo sono ragazze lascive, di facili costumi, poco inclini all’equitazione, quindi non sono interessate a diventare delle atlete ma discrete cavallerizze.
Frequentano la scuola solo per uno status simbolo, piuttosto che per passione, scelta connessa all'agiatezza economica. Sono figlie di ricchi annoiati, ciniche e disposte a tutto pur di avere vantaggi personali.  
Alcune sono delle belle fighe, le più snob le prendo subito nel mio gruppo, poi con la scusa di impartire lezioni private, la sera nelle scuderie mi diverto a sollazzare il cazzo con le loro giovani fiche vogliose.

Con Margherita, invece, nonostante fosse una bella ragazza, giocavo pulito, perché dimostrava molto attaccamento e passione per la disciplina equestre.
“Come mai sei ancora qui?
“Papà ha avuto un imprevisto! Mi ha detto che avrebbe fatto tardi!
“Ma sono già le sei passate! Ti accompagno io? Se vuoi?
“Grazie! Adesso chiamo papà e gli chiedo il permesso!

Tirò fuori il cellulare dallo zaino. Dopo aver discusso per alcuni minuti.

“Papà si scusa! E’ rammaricato per il disturbo che le sto creando ed acconsente perché, purtroppo, non essendoci soluzioni ha bisogno del favore!
“Per me non è un disturbo? Vieni ti accompagno!
“Maestro? Prima di andare via vorrei che lei finisse di governare il suo cavallo! Mi dispiacerebbe che per colpa mia lo privasse delle carezze e delle attenzioni con cui lo sta strigliando!
“Tranquilla Margherita! Continuo dopo!
“Ma ci vuole almeno un ora per arrivare a casa mia, e sono due se considera il tragitto di ritorno! La prego finisca il lavoro?
“D’accordo, però dovresti informare tuo padre! Si preoccuperebbe se tu arrivassi in ritardo!

Prese il cellulare.
“Papà! Volevo informarti che il maestro dovrà finire un lavoro! Si! Ne ha per almeno un ora! Come? Per mangiare! Si! Ci fermiamo al Mac donalds?  Si!  Si! Glielo dico! Va bene papà glielo dico!”

Dopo aver posato il cellulare nella tasca dei jeans:

“papà mi ha detto di offrirle la cena al Mac Donalds!
“ahahah Stai scherzando? Quella te l’offro io! Mi farebbe molto piacere!

Sorrise: “Adesso occupiamoci di Morello!

Getto lo zaino in un angolo, si tolse il pullover rimanendo in maglietta e jeans. La scuderia era climatizzata, la temperatura non scendeva mai sotto i diciotto gradi.

“Cosa faccio?
“ahahahah ok! To! Prendi questa spazzola e comincia dal collo! Mi raccomando delicatamente!

Era uno spettacolo ammirarla, mentre si curava di Morello. Lo accarezzava con dolcezza, baciandolo delicatamente sulle guance. I suoi lunghi capelli biondi si confondevano con la lunga criniera nera dello stallone.

Tutto stava procedendo bene quando accadde l’episodio che sconvolse i miei sensi.

Ero intento a spazzolare la schiena di Morello e Margherita era dalla parte opposta.
Ad un certo punto non la vedo più e nello stesso istante sento le sue mani che tastano la mia cerniera lampo. Mi blocco e fisso basito il mio grembo.
Scorgo le sue manine delicate che si muovono sullo zip dei pantaloni. Aprono la cerniera e dopo alcuni secondi,i sentono le sue dita che cingono lo spessore del cazzo.
Somatizzo immediatamente quella situazione eccitandomi con una rapida erezione. Il cazzo diventa duro come la roccia, e pulsante come un motore a scoppio.

Margherita, dopo aver macchinato all’interno dei pantaloni, riesce ad estrarre il cazzo facendolo spuntare dal mio grembo, grosso e pulsante, facendo urtare la cappella contro il ventre del cavallo.
Le sue manine bianche si impossessano con forza del palo scuro, maneggiandolo con delicatezza.

La sega fu prima lenta,  poi diventa frenetica.
Margherita per dare più efficacia alla sua azione si era inginocchiata sotto la pancia del cavallo, che in quegli istanti se ne stava calmo e mansueto.

Dopo aver menato il cazzo in tutta la sua lunghezza, vedo avvicinare la sua bocca alla cappella.
Inizia un lavoretto di lingua che spazzola lungo le linee e sul tronco del cazzo. Poi, le sue labbra si avvolgono attorno al nerbo e si spostano verso la base facendomi sentire il tepore delizioso della cavità orale.
Chiudo gli occhi per gustare quel piacevole pompino.

Fu una sorpresa scoprire che quella ragazza, oltre ad avere talento nell’equitazione, aveva anche una buona attitudine al bocchino. Segno che non era così angelica come pensavo.
La mente ritornò al passato, nello stesso luogo, richiamando le sensazioni che provavo dai meravigliosi pompini che mi pratica sua madre.
Dopo essermi ripreso da quel terremoto di adrenalina, cha mi stava sconvolgendo la mente. Gettai la spazzola, afferrai la sua chioma bionda e tenendola ferma iniziai a chiavarla in bocca, facendo oscillare come onde i suoi lunghi capelli.
Dovetti fermarmi più volte per dargli la possibilità di fargli sputare i conati di saliva mischiata al vomito, e quindi farla respirare.

“Vieni! Andiamo laggiù! Saremo più comodi!

In un angolo c’erano alcune balle di fieno. Mi tolsi la giacca e la posai sopra la paglia.
Ero eccitato e la mente era alterata dalla libidine. Mi sedetti e cinsi il corpo giovane di Margherita, tastandolo in ogni dove. Lo trovai sodo e vigoroso. Le tolsi la maglietta e notai che non portava il reggiseno.
Fui sorpreso nello scoprire che era una finta magra. Il suo corpo esile era in realtà sodo e le sue tette erano molto sviluppate.
Ci immersi subito la faccia, baciandole e succhiando i capezzoli induriti dall’eccitazione.

“mmmmmm si mmmm mi piace…

Gli sfilai la cintura dei pantaloni.
Lei mi aiuto nell’azione di svestimento dell’indumento, muovendo le sue anche, fino a far scendere i jeans attillati. Le mutande fecero la stessa fine.
Quando la vidi nuda rimasi senza fiato. Bella e slanciata. I suoi capelli biondi, lunghi, le cadevano sulle spalle e sulla schiena. Sembrava una ninfa. Una giovane dea. La pelle era candida come la neve. Labbra carnose e rosse, occhi azzurri, sembrava una figura fantastica, un immagine erotica disegnata da une mente ispirata dalla bellezza.
In quel contesto, in mezzo alla paglia, appariva come una ragazza di Playboy.  Era un bocconcino prelibato. Giovane e tonica. In passato non mi ero mai soffermato ad osservarla in modo così attento.

Fu una piacevole sorpresa scoprire che aveva un corpo ben sviluppato e proporzionato nel complesso.
Se non si fosse dimostrata così aggressiva non avrei mai avuto la possibilità di scoprire la sua bellezza.
La feci sedere al mio posto. Mi inginocchiai tra le sue gambe spalancate, poi, incuneato tra le sue cosce aperte, come un cane idrofobo, con la bava sulle labbra, immersi la bocca nelle sue parti intime.

“Mmmmmmmmmm si mmmm mi piace mmm
“non pensavo che fossi così troia! Mmm Un diavolo travestita da angelo hahahaha
“ahahah non mi andava che ti scopassi solo le altre! non mi guardavi neanche di striscio! Non sai quanto ho sofferto, aspettando questa occasione mmmmmmm
“Se me lo avessi chiesto! Ti avrei accontentata! A me piacciono le puttane!
“a me piace sorprendere hahaha mmmmm ti ho sorpreso? Hahah mmmmm si leccami! Sei fantastico mmmmmmmm
“tu sei una fantastica troia mmmmmmm
“lo so! Non si direbbe vero ? mmmmm
“l’aspetto inganna sempre! Hahahah adesso ti mangio la fica! Diavoletta! Mm
“Si mmmmm mangiala è tutta tua mmmmm

La figa era coperta da un pelo biondo e riccio. Le labbra erano candide come la neve. La carne viva era rosa e unta di umori. Appena ci ficcai le dita si inumidirono di una sostanza appiccicosa. Era bagnata fradicia.
Le sue mani mi scompigliavano i capelli grigi, e mi tiravano in mezzo alle sue cosce, come se volessero farmi entrare in quella tana infuocata dal desiderio.

Dopo averle lavorato la figa, divorandola in ogni parte:

“Ti prego chiavami! Ora!
“Ti accontento subito! E’ anche il mio desiderio! Ho il cazzo che mi sta esplodendo!
“fallo esplodere dentro di me! mmmm

Mi alzai con il busto, restando inginocchiato tre le sua cosce oscenamente divaricate. Nella tipica posizione della cortigiana.
Brandendo il cazzo come una mazza, schiacciai la cappella tra le fenditure della fica. Diedi una leggera spinta e vidi il resto del cazzo scivolare dentro quella giova passera bionda.

Aaaaaaaaaaaaaaaa si si mmmmmmmmmmmmm chiavami forte mmmmmmm son la tua puttana e voglio essere la migliore mmmmmmm
“sei sulla strada giusta! To to to to mmmm
“si si mmmmm fottimi forte mmmma cavalcami come il tuo morello! Mmmm sono la tua cavalla mmmm

Dopo alcuni colpi penetranti, lei si allungò con la schiena sopra la balla di paglia,  io la seguo distendendomi sopra di lei, con le sue gambe appoggiate alle spalle, ficcando il cazzo profondamente, con maggiore impeto, fino a schiacciare con forza i coglioni tra i suoi glutei.

“Si si godo mmmm si godo mmmmmmmmmm
“si si mmmm sei una piccola troia mmmmmm mi piacciono le puttane mmmm
“si si scopami forte mmmmm

Mi faceva impressione scopare una ragazza con il viso da adolescente, mentre il suo corpo era sviluppato e forgiato per il sesso. I suoi occhi azzurri mi fissavano incantati. Adesso che li vedevo da vicino mi resi conto che la tonalità dell’azzurro era molto simile ai miei occhi. Strana coincidenza.
Mentre la ficcavo, la sua bocca si contorceva dal piacere, e le pareti vaginali pulsavano a causa dello stimolo che il mio cazzo le provocava durante la selvaggia penetrazione.

Il pelo grigio del mio ventre urtava contro il suo pelo riccio e biondo. Era un’evidente differenza cromatica che risaltava la differenza di età che mi separava da lei.
Dopo averla chiavata per un quarto d’ora la feci mettere a pecorina, con le ginocchia poggiate sulle balle di paglia.

Vederla in quella posizione era come ammirare una meraviglia del mondo. Margherita era nata negli Stati Uniti, e sembrava una tipica teenager americana.
In passato avevo molto apprezzato le Playmate apparse sul famoso quotidiano e, in quel momento, mi sembrava di averne una davanti al mio cazzo.

I colpi furono devastanti, e tali da suscitare il suo impeto con acuti che riempivano la scuderia, e nello stesso tempo iniziai anche a ficcarle il dito medio nel culo.
Il dito penetrò senza alcuna resistenza. Fu una sorpresa trovare quella tana completamente sfondata. Faceva impressione vedere quel buco così slabbrato tale da poterci vedere dentro.

Quando passai all’ano, il cazzo scivolò dentro ballandoci. Mi sentivo a disagio. Il mio cazzo non era piccolo, anzi, ma trovare un buco così largo mi dava una sensazione strana. Comunque, dopo quel momento di perplessità, mi ripresi e continuai a ficcare dentro il suo culo con lo stesso impeto con cui l’avevo scopata.

“Mmmm si mi piace prenderlo nel culo! È la mia passione!
“vedo che qualcuno te lo ha allargato per bene!
“In America ho avuto dei ragazzi di colore! C’e n’era uno che aveva un cazzo enorme! A lui piaceva scopare nel culo a me pure hahahah
“quando si dice ti spacco il culo! Lui te lo ha rotto a dovere ahahah mi hai fatto venire in mente una cosa!

In ufficio custodivo un grosso vibratore, un regalo di un’allieva che le piaceva scopare e, nello stesso istante, sentirsi il culo riempito da quello oggetto artificiale.

“Aspetta! Vengo subito!

Ritornai subito.

“Questo è quello che ci vuole! Credo che abbia il volume giusto!
“mmmm si iiiiiiiiii dai infilamelo nel culo mmmmmm
“prima lo devi bagnare con la tua saliva! Dai succhialo!

Glielo infialai in bocca spingendolo in fondo alla gola. Lo mossi fino a quando la sua saliva lo rese brillante alla luce delle lampade.

Quindi le andai dietro, puntai la cappella di quel grosso cazzo di plastica contro il buco del culo oscenamente sfondato e iniziai a spingere nello sfintere.Entrò senza problemi.

Mmmm lo sento mmmm si mi piace mmmm
“questo è grosso! Ma vedo che il tuo culo è bello aperto to to
“si si si spingilo dentro lo sento mmmm mi piace mmmm

Era lungo e grosso, ma il suo culo era molto dilatato e lo accoglieva tutto dentro. Una volta all'interno presi a muoverlo velocemente, facendolo entrare fino alla base.

Mmmm si mmmm si mmmm è bellissimo mmmmmmmm
“adesso mi stendo sulla balla e tu vieni sopra di me! Ti lascio il cazzone nel culo!

Dopo alcuni minuti la ragazza si fece impalare dal mio cazzo, in un piacevole smorza candela. Il fallo artificiale era profondamente conficcato nel suo culo.

Mmmmm si mmmmm sto impazzendo nmmmmmm

Mentre la scopavo da sotto, con una mano spingevo il grosso fallo nell’ ano, coordinando le spinte con il movimenti del suo scoscio sul mio grembo.

Mmmm mio dio ooo mmm non resisto! È bellissimo! Mmmm

In quel momento sentivo le pareti della sua fica che si contorcevano. Nello stesso istante anche i miei coglioni si erano induriti nello scroto e anelavano a dare al cazzo il suo momento di gloria.

In preda al desiderio di sborrare, da sotto diedi alcune spinte che la sollevarono, poi, dopo una serie di colpi devastanti…

“Mmmm si si si mmmm si sborrami dentro mmmm
“Troia, sei una troia… puttana aaaaaaaa mmmmmm
“Ooooooooo si sono una puttana mmmmmm si i mmmm

Fluidi di sborra uscirono copiosi riempiendole l’utero. Continuai a muovermi fino all’ultima stilla di seme. Me la baciavo, la stringevo e le succhiavo le meravigliose tette. Era un’emozione indescrivibile scoparmi quella ragazza, bella, angelica, ma dannatamente puttana.


In poco tempo divenne la mia ninfetta preferita.
Anche lei volle scopare nuda in groppa a morello, mentre ere lanciato al galoppo.
Le emozioni che provavo con lei, erano diverse. Possedeva un fascino diverso dalle altre, che mi attirava come la calamita. Le avrei dato anche la luna se me lo avesse chiesto.
 
Un pomeriggio, mentre ero appoggiato sulla staccionata del recinto ad ammirare la grazia con cui Margherita eseguiva gli esercizi ippici.

“Ciao Alberto!
“Ciao Giacomo!

Era il papà di Margherita.

“ti devo parlare.
“Dimmi!
“E’ una cosa delicata! Preferirei parlarti in privato!

Pensai – cazzo aveva capito!  Lo guardai, non era incazzato. Quindi mi aspettavo una scenata moderata. Forse mi avrebbe solamente chiesto di smettere di scoparle la figlia. Pensai a venti anni prima. Mi sono sempre chiesto se lui fosse stato a conoscenza della tresca che c'era tra me e la sua ragazza.

“Vieni siediti! Prendi un whisky?
“Si grazie! Forse ci vuole per quello che sto per dirti!

Quella frase mi fece preoccupare. Non sarà successo qualcosa alla madre di Margherita?

“Adesso ti pregherei di ascoltare senza interrompermi. E’ da anni che cerco dirti una cosa che ti riguarda!
“Mi devo preoccupare? Riguarda Margherita?
“Si riguarda lei! No! nulla di preoccupante! Anzi!
“Dimmi hai tutta la mia attenzione!
“Margherita è tua figlia!

Il bicchiere mi cadde dalle mani.

“Cosa? Spiegati?
“Venti anni fa tu avevi una relazione con mia moglie.

Imbarazzato feci cenno solo con la testa.

“Tranquillo, ero consapevole di avere come ragazza una grandissima puttana. Tra me e lei c’era un accordo,  potevamo fare i cazzi nostri salvaguardando il rapporto.
“Lo avevo sospettato, eri troppo sereno per i miei gusti!
“Già, torniamo alla paternità! allora quando lasciammo l’Italia, Sara era incinta di due mesi!
“Coma fai ad essere certo che sono il padre?
“Perché io sono sterile!

Rimasi basito. Fui colto da un senso di angoscia, perché mi resi conti di essermi scopato mia figlia.

“Avrei dovuto venire prima a parlarti! Prima che te la scopassi! Sono arrivato tardi!
“Che cazzo dice? Sei uno stronzo! Per colpa tua ho fatto un’azione deplorevole! È incesto!

Mi appoggiai disperato allo schienale della poltrona. Sapeva tutto. Sapeva anche che stavo scopando con mia figlia naturale.

“Tranquillo non sono qui per giudicarti! Son qui per farti una proposta!
“Una proposta? Che cazzo vuoi? E’ un ricatto?
“ahahah no! Nessun ricatto! Da un anno circa, anch’io ho una relazione con mia figlia! In sostanza viviamo come marito e moglie!
“Dovevo immaginarlo! Cosa ti aspetti da un debosciato come te! Ora cosa vuoi da me?
“ahahah Certo! adesso arriviamo al motivo dell’incontro! Sono sicuro che ti piacerà!

Che faccia di bronzo, rideva delle mie disgrazie.

“Che favore vuoi da me?
“Margherita mi ha raccontato i particolare dei vostri incontri! Sei un mandrillone, non c'è dubbio, e ti piacciono le troie come lei, anche come me! L’altra sera mi ha confessato che gli piacerebbe scopare con tutte e due, contemporaneamente. Ha lasciato intendere che lo prenderebbe volentieri nel culo e nella figa!
“Sei un animale! Perché vuoi coinvolgermi nelle tue turpitudine?
“perché ti conosco bene! del resto siamo le sole persone al mondo che possono dare a Margherita emozioni forti! Mio caro amico l’incesto ha infiammato anche la sua mente! Perché,  lei sapeva benissimi che tu eri suo padre!

Ero sbalordito, non avevo più nulla da dire.

Mi sembrava un incubo, era incredibile: in un solo giorno avevo trovato una figlia che non ti aspettavi, scoprendo che era la più grande troia che abbia mai conosciuto.

Pensai: "questo o lo pesto! oppure......

Comunque: L’idea non mi dispiaceva.

Cosi va la vita

Vicky & Susy (Racconto erotico – Capitolo 1)

Il soffocante caldo pomeridiano costringeva tutti nelle proprie stanze per il meritato riposo. La campagna a quell'ora pareva deserta. Nessuno osava avventurarsi per le strette vie che strisciavano sui colli fra il giallo dei campi di grano e il blu del cielo che cadeva a picco sul mondo. L'ombra là era quasi un miraggio. Il pennacchio verde di qualche quercia era l'unico riparo dal sole cocente.
Anche quell'anno Susy era costretta a trascorrere l'estate in campagna dai nonni. I genitori lavoravano entrambi in città e non volevano lasciarla sola in casa ogni giorno.
Per quanto comunque un po' le dispiacesse lasciare gli amici di sempre, lì avrebbe ritrovato Vicky la coetanea cugina con la quale trascorreva ogni estate da quando era nata. La sua scapestrata vitalità finiva sempre per divertirla, quando non metteva entrambe nei guai, a quel punto si rifugiavano nel fienile a sogghignare in attesa che la nonna si stancasse di cercarle.
Dividevano la stessa camera e lo stesso letto a due piazze fin da piccole, e anche quel pomeriggio erano lì a poltrire in attesa che la sera portasse con sé un po' di refrigerio.
Vicky si alzò e si levò la canotta che le copriva il torace. Il suo acerbo seno guizzò sfrontato nell'aria.

«Ma che fai?» Le domandò Susy sedendosi sul letto.

«Sono stufa di questo caldo -  Borbottò Vicky, e con un calcio scagliò via anche le mutandine, per poi gettarsi sul letto soddisfatta, donando il suo fiore delicato alla flebile brezza che entrava dalla finestra - Ora sto meglio, dovresti farlo anche tu»

«Cosa? No! - Protestò la cugina - E dovresti rivestirti»

Susy imbarazzata si girò su un fianco per non vedere il corpo nudo di Vicky.
Non era abituata a quel genere di libertà. I suoi genitori, al contrario di quelli di Vicky, erano molto pudici. La nudità per loro era quasi un tabù, per lo meno questo era ciò che Susy aveva intuito. Non avevano mai parlato apertamente di sesso con lei. Avevano preferito rimandare l'argomento, ma nel frattempo Susy era cresciuta, e ormai l'epoca delle api e dei cavoli era volata via senza che i suoi le dicessero una parola a riguardo.

«Perché?» Domandò Vicky, allettata, invece, da tutti ciò che suonava come proibito.

«Se ti vede qualcuno?»

«Qui ci siamo solo noi due, tutti gli altri poltriranno nelle loro stanze per almeno due ore! Ti vergogni, forse?»

La stuzzicò, avvicinandosi a lei.

«No» Negò Susy forse con troppa enfasi per sembrare sincera.

«Allora spogliati anche tu» La sfidò.

Faceva veramente un caldo assurdo, e la stoffa del vestito, per quanto leggera e sottile, sembrava uno scafandro, una barriera troppo resistente per il timido vento che spirava, così Susy si arrese e si levò ogni cosa.
Sentì un piacevole zefiro turbinarle fra le cosce, carezzarle la pelle risalendo sul suo ventre piatto fino alle dolci collinette che le stavano crescendo. Era la prima volta che se ne stava nuda in un luogo diverso dalla vasca da bagno.
Vicky, finalmente soddisfatta, portò le mani dietro la testa e chiuse gli occhi rilassandosi. Susy, invece, non riusciva a distogliere gli occhi da quel corpo nudo disteso accanto a lei.
La giovinezza stava trasformando entrambe. L'adolescenza stava fiorendo e con sé portava anche la smania, l'irrequietezza, la curiosità di scoprire senza sapere ancora cosa cercare.
I loro copri si stavano allungando acquistando le forme femminili di giovani donne.
Susy vide sul corpo di Vicky la stessa trasformazione che lei stessa stava subendo, ma con qualche differenza.
I seni si stavano gonfiando e sul pube stavano spuntando morbidi peli.
I suoi erano neri e spiccavano sulla sua pelle bianca come fili di cotone buttati là per caso. Quelli di Vicky, invece, parevano riccioli dorati, esattamente come i suoi folti capelli che in quel momento le ornavano il capo come una corona.
Avrebbe voluto allungare una mano per sentirne la consistenza, per accertarsi che fossero esattamente come i suoi, ma la timidezza la frenò.
Si girò dall'altra parte e si addormentò.

Dal mondo dei sogni la strappò una piacevole carezza.
Vicky era stufa di dormire. Voleva la compagnia della cugina per trascorrere il resto del tempo in cui dovevano restare confinate in quella stanza. Per svegliarla aveva iniziato a carezzare la pelle nuda di Susy con una piuma.
La fece scorrere su un suo braccio fino a raggiungerle il collo, poi scivolò giù lungo la schiena zigzagando qua e là sulla pelle nuda. Proseguì lungo una natica fino a scendere sulla gamba: dapprima sulla coscia, poi dietro il ginocchio e lungo il polpaccio. Susy, ancora sonnacchiosa, quasi s'addormentò per quelle leggere e delicate carezze, quando però Vicky raggiunse la pianta del piede, Susy saltò sul letto scossa dai fremiti del solletico. Entrambe scoppiarono a ridere, salvo poi soffocare le risate per non svegliare il resto degli occupanti della casa.
Susy tornò a sdraiarsi per raccogliere un altro po' di coccole. La cugina proseguì il suo cammino scorrendo con la piuma sull'altra gamba, partendo dalla caviglia. Susy sentì il piacevole solletichino risalire il suo corpo lungo il polpaccio e il ginocchio. Poi però cominciò a sentire un fremito al ventre. Un formicolio che le ruzzolava fra le gambe anche se lì la piuma non era ancora arrivata.
Ora la sentiva nell'interno coscia e più la piuma correva lungo il suo corpo più quella sensazione si faceva più intensa. Strinse il cuscino fra le mani e attese, il cuore accelerò il battito, ma non disse nulla alla cugina, temendo che avrebbe interrotto quella sorprendente scoperta. Allargò di più le gambe per lasciare più spazio a Vicky e alla sua piuma.
Era un battito di farfalla che le carezzava la pelle, possibile che una piuma potesse essere tanto piacevole? Era un piacere così strano, intenso, diverso da qualsiasi altra cosa avesse mai provato prima.
La piuma carezzò la coscia fino a raggiungere la natica, vi piroettò sopra, poi Vicky la fece scorrere fra la fessura che divideva i glutei e Susy non riuscì a trattenere un gemito.

«Che c'è Susy? Non stai bene?» Si preoccupò la cugina.

«No, no - Si affrettò a rispondere Susy - Sto bene ... Credo ... - Deglutì - Continua un altro po', la tua piuma è magica»

Vicky allora continuò il suo viaggio sul corpo della cugina proprio da dove l'aveva interrotta. Scivolò fra le sue colline e Susy inarcò il bacino e incitò la cugina a non fermarsi:

«Vicky è fantastico!»

«Davvero? È solo una piuma» Esclamò incredula la cugina.

«Poi lo faccio a te, ora però continua»

Si sentì piacevolmente intorpidita e calda. Quel formicolio in fondo al ventre era strano, la spingeva a contrarre i muscoli del pube, amplificando quella sensazione e irradiandola ovunque là sotto.
Vicky allora proseguì e approdò fra le gambe di Susy, proprio là dove non batte il sole.
Susy chiuse gli occhi immergendosi completamente in quelle nuove sensazioni. Sentì la piuma accarezzarle l'inguine, giocare fra i morbidi peli e stuzzicarle la pelle delicata ed estremamente sensibile e ricettiva.
Vicky incuriosita dalla reazione della cugina volle provare anche lei. Si sdraiò a pancia in giù e attese che Susy facesse lo stesso con lei.
Quando la piuma capitombolò fra le sue gambe per poco non le sfuggì un grido.
Sollevò il bacino quasi inginocchiandosi sul letto, afferrò le natiche e le allargò tirando la pelle affinché la cugina potesse carezzarla ovunque là sotto, e così fece.
Susy carezzò con la piuma quella valle ora illuminata dal sole, solleticò il pertugio stretto e grinzoso che lo sormontava e scivolò giù seguendo i contorni del bocciolo della cugina ormai pronto per sbocciare.
Quando la voce della nonna le raggiunse interrompendo quell'idillio, le due ragazze si rivestirono in tutta fretta, chiusero la piuma nello scrigno sul comò e attesero impazienti che la notte calasse per poter giocare ancora.
Quello era il loro segreto e lo avrebbero custodito gelosamente per tutta la vita.

Quando la notte divorò il giorno, le due ragazze si chiusero nella loro cameretta, si tolsero i vestiti ed aprirono lo scrigno che custodiva il loro segreto.
Susy, sghignazzando, si tuffò sul letto e si sdraiò a pancia in su. Vicky la raggiunse subito, le si mise con la testa fra le gambe e cominciò ad ammirare il sesso della cugina e a vezzeggiarlo con la piuma.

«I tuoi peli sono nerissimi» Disse.

«Già - Ansimò Susy - I tuoi sono più belli, sembrano fili d'oro»

«Non è vero - Dissentì Vicky, sedendosi sul letto e tirandosi il morbido vello dorato - A me piacciono di più i tuoi»

Susy si sedette di fronte alla cugina e le chiese se poteva toccarglieli. Vicky acconsentì. Susy allora allungò le mani su quei fili d'oro, li tirò delicatamente e se li rigirò fra le dita. Vicky sentì un fremito, spostò il bacino in avanti e si poggiò sui gomiti. Quel contatto le piaceva inaspettatamente.
Susy massaggiò il monte di Venere della cugina sentendo i morbidi ciuffi sotto la sua pelle, poi scese più giù dove timidi velli brillavano sulle ali che si aprivano fra le cosce di Vicky. Cercò quei fili dorati quasi contandoli uno ad uno, mentre la cugina si godeva quelle carezze.

«Credi sia sbagliato quello che stiamo facendo?» Domandò Susy.

Vicky si strinse nelle spalle e rispose:

«Anche ingozzarci di biscotti a notte fonda è sbagliato, ma lo facciamo lo stesso»

Susy si fece bastare la risposta della cugina. Quel nuovo gioco era troppo divertente per abbandonarlo così, senza un motivo valido.
Sembrava veramente che, fra le gambe, Vicky avesse una bocca dalle cui carnose labbra si intravedeva una timida lingua. Susy strinse fra le dita quei due lembi di pelle come se fra le mani avesse avuto un panino, il roseo ripieno fuoriuscì e lo accarezzò leggera. Vicky fu scossa da un fremito ancora più intenso del precedente. Ogni gesto della cugina sulla sua pelle richiamava sensazioni sempre più forti che la invogliavano a cercarne altre e altre ancora.

«Sì, sì - le disse ansimando - Accarezzami lì»

Susy allora sfiorò interamente il taglio che divideva le due ali da cima a fondo, mentre la cugina trattenne il respiro e strinse le lenzuola fra le mani. Poi tornò su e lo attraversò nuovamente, dal pube fino alla base, questa volta però il dito varcò la fessura, e la prima falange sparì al suo interno. Vicky inarcò la schiena e arricciò le dita dei piedi sopraffatta da un piacere che non aveva mai provato prima. Sotto la sua pelle, Susy, sentì quella delicata della cugina innalzarsi in protuberanze e ridiscendere in vallate, mentre Vicky gemette estasiata. Spalancò le gambe e il fiore che aveva fra le cosce sbocciò interamente mostrando a Susy tutta la sua bellezza. Le sembrò di ammirare una delle orchidee della nonna. Possibile che anche lei fosse così bella là sotto?
La cugina raccolse le gambe sotto i gomiti offrendo a Susy il suo sesso pulsante e impaziente di essere accarezzato. Susy lo esplorò curiosa, studiandone ogni anfratto, scivolando fra i lembi delicati prima con un dito, poi con due e infine con entrambe le mani, carezzando quella pelle, scorgendo l'umido miele fuoriuscire dai suoi lombi e ammirando i movimenti e le pulsazioni di quel sesso sfrontatamente spalancato proprio sotto il suo viso.
Insinuò una falange nella piccola fessura carezzandone i contorni. Il secondo pertugio della cugina si contraeva insieme a tutto il resto, così col dito scivolò su di esso sentendo la grinzosa pelle. A Viky le doleva il ventre, ma anziché dire alla cugina di fermarsi la incitò a non smettere di carezzarla, l'istinto le urlava che solo andando oltre avrebbe trovato pace.
Susy tornò con le dita fra gli umidi meandri, risalì le piccole labbra fin quando approdò sul piccolo promontorio che spiccava in cima.

«Oddio, Susy, sì, ti prego lì, lì,lì  ...»

Susy vedeva la cugina contorcersi in preda a convulsioni che non comprendeva fino in fondo, ma sapeva che ciò che Vicky stava provando era qualcosa di estremamente piacevole e non vedeva l'ora di provarlo lei stessa. Ricominciò a sentire il formicolio in fondo al ventre.
Con le dita continuò a carezzare il clitoride della cugina con movimenti lenti e circolari. Vicky iniziò ad ansimare e ad ancheggiare muovendosi sempre più convulsamente contro la mano di Susy. Un piacere folle la stava invadendo, lo sentiva crescere e crescere sempre di più, dominando i suoi sensi, i suoi movimenti e il suo respiro. Le parve impossibile che quel piacere potesse crescere ancora, eppure fu così. L'orgasmo, il primo orgasmo della sua vita la travolse così, grazie alle delicate dita della cugina, e la lasciò sfinita, ansimante e informicolita fra le coperte del letto che divideva con lei.

«Susy devi assolutamente provarlo anche tu»

Ansiosa di dividere quella scoperta con lei, Vicky le si mise fra le cosce e iniziò ad esplorare il sesso della cugina.
Susy sapeva che stavano facendo qualcosa che non avrebbero dovuto, o che per lo meno i suoi genitori non avrebbero di certo approvato. Sapeva di essere davanti ad uno di quei momenti che segnano il resto della vita. Era davanti ad un bivio, se avesse fermato la cugina forse la sua innocenza sarebbe rimasta intatta, se invece si fosse arresa a lei, niente sarebbe stato più come prima. Il guaio è che, come sempre in questi casi, non poteva sapere se ciò che il futuro le avrebbe riservato sarebbe stato meglio o peggio. Non sapeva cosa aspettarsi e non sapeva nemmeno se le sarebbe piaciuto. Ma se da una parte tutto questo era un freno, allo stesso modo era anche la cosa più eccitante che avesse mai fatto. Al desiderio di scoprire, di crescere e di conoscere quello che i grandi le avevano sempre nascosto si aggiunsero le dita di Vicky fra le sue cosce.
I suoi gesti delicati la sciolsero completamente, finché si concesse totalmente a quel piacere così nuovo e sconosciuto che la travolse completamente.
Vicky andava alla scoperta del sesso di Susy come un esploratore in una giungla incontaminata, scrutando il viso della cugina e cercando di capire quali fossero le zone più piacevoli e quali meno.
Esaminò ogni anfratto, immergendo le falangi nel dolce miele che sgorgava da quel frutto così simile al suo ma anche così diverso. Ne contemplò ogni diversità. La sua leggera peluria nera spiccava prepotente sulla sua pelle chiara, avvolgendo la rosata fessura dalla quale sbucavano le piccole labbra. Le afferrò con due dita e le tirò per vederne l'effettiva lunghezza, poi le aprì completamente. Davanti a lei la vergine fessura si spalancò. Non resistette e lentamente la varcò sentendo quel caldo canale avvolgere il suo dito. Susy sentì il piacere penetrarle all'interno ed espandersi ovunque. Viky vide il suo dito sparire dentro la cugina per poi riaffiorare luccicante, inumidito dai suoi umori, e la penetrò nuovamente, delicatamente, per non farle male.
Sentiva i muscoli di Susy contrarsi e lo stesso vide che faceva anche lo stretto e grinzoso pertugio che sostava proprio là sotto. Vicky lo considerò un invito e con un dito ne seguì i contorni sentendo l'increspatura della pelle, poi lo premette ma la resistenza che avvertì la fece desistere dal proseguire e tornò su, impaziente di far scoprire alla cugina le potenzialità di quella piccola, anzi piccolissima, montagnola.
Non appena la sfiorò, Susy si sentì avvampare e uno spasmo la colse. In quel preciso momento capì di aver fatto la cosa giusta seguendo la cugina. Capì che ciò che stava per provare era qualcosa che non aveva nemmeno mai pensato fosse possibile raggiungere. Era qualcosa di completamente diverso da qualsiasi altra cosa le fosse mai capitata. Era qualcosa che per quell'attimo la rapì, catapultandola direttamente in cielo a danzare fra le stelle, e quando tutto scemò si sentì svuotata, disorientata, sfinita, ma assolutamente decisa a rifarlo ancora e ancora e ancora.


Vicky & Susy (Racconto erotico – Capitolo 1)

Il soffocante caldo pomeridiano costringeva tutti nelle proprie stanze per il meritato riposo. La campagna a quell'ora pareva deserta. Nessuno osava avventurarsi per le strette vie che strisciavano sui colli fra il giallo dei campi di grano e il blu del cielo che cadeva a picco sul mondo. L'ombra là era quasi un miraggio. Il pennacchio verde di qualche quercia era l'unico riparo dal sole cocente.
Anche quell'anno Susy era costretta a trascorrere l'estate in campagna dai nonni. I genitori lavoravano entrambi in città e non volevano lasciarla sola in casa ogni giorno.
Per quanto comunque un po' le dispiacesse lasciare gli amici di sempre, lì avrebbe ritrovato Vicky la coetanea cugina con la quale trascorreva ogni estate da quando era nata. La sua scapestrata vitalità finiva sempre per divertirla, quando non metteva entrambe nei guai, a quel punto si rifugiavano nel fienile a sogghignare in attesa che la nonna si stancasse di cercarle.
Dividevano la stessa camera e lo stesso letto a due piazze fin da piccole, e anche quel pomeriggio erano lì a poltrire in attesa che la sera portasse con sé un po' di refrigerio.
Vicky si alzò e si levò la canotta che le copriva il torace. Il suo acerbo seno guizzò sfrontato nell'aria.

«Ma che fai?» Le domandò Susy sedendosi sul letto.

«Sono stufa di questo caldo -  Borbottò Vicky, e con un calcio scagliò via anche le mutandine, per poi gettarsi sul letto soddisfatta, donando il suo fiore delicato alla flebile brezza che entrava dalla finestra - Ora sto meglio, dovresti farlo anche tu»

«Cosa? No! - Protestò la cugina - E dovresti rivestirti»

Susy imbarazzata si girò su un fianco per non vedere il corpo nudo di Vicky.
Non era abituata a quel genere di libertà. I suoi genitori, al contrario di quelli di Vicky, erano molto pudici. La nudità per loro era quasi un tabù, per lo meno questo era ciò che Susy aveva intuito. Non avevano mai parlato apertamente di sesso con lei. Avevano preferito rimandare l'argomento, ma nel frattempo Susy era cresciuta, e ormai l'epoca delle api e dei cavoli era volata via senza che i suoi le dicessero una parola a riguardo.

«Perché?» Domandò Vicky, allettata, invece, da tutti ciò che suonava come proibito.

«Se ti vede qualcuno?»

«Qui ci siamo solo noi due, tutti gli altri poltriranno nelle loro stanze per almeno due ore! Ti vergogni, forse?»

La stuzzicò, avvicinandosi a lei.

«No» Negò Susy forse con troppa enfasi per sembrare sincera.

«Allora spogliati anche tu» La sfidò.

Faceva veramente un caldo assurdo, e la stoffa del vestito, per quanto leggera e sottile, sembrava uno scafandro, una barriera troppo resistente per il timido vento che spirava, così Susy si arrese e si levò ogni cosa.
Sentì un piacevole zefiro turbinarle fra le cosce, carezzarle la pelle risalendo sul suo ventre piatto fino alle dolci collinette che le stavano crescendo. Era la prima volta che se ne stava nuda in un luogo diverso dalla vasca da bagno.
Vicky, finalmente soddisfatta, portò le mani dietro la testa e chiuse gli occhi rilassandosi. Susy, invece, non riusciva a distogliere gli occhi da quel corpo nudo disteso accanto a lei.
La giovinezza stava trasformando entrambe. L'adolescenza stava fiorendo e con sé portava anche la smania, l'irrequietezza, la curiosità di scoprire senza sapere ancora cosa cercare.
I loro copri si stavano allungando acquistando le forme femminili di giovani donne.
Susy vide sul corpo di Vicky la stessa trasformazione che lei stessa stava subendo, ma con qualche differenza.
I seni si stavano gonfiando e sul pube stavano spuntando morbidi peli.
I suoi erano neri e spiccavano sulla sua pelle bianca come fili di cotone buttati là per caso. Quelli di Vicky, invece, parevano riccioli dorati, esattamente come i suoi folti capelli che in quel momento le ornavano il capo come una corona.
Avrebbe voluto allungare una mano per sentirne la consistenza, per accertarsi che fossero esattamente come i suoi, ma la timidezza la frenò.
Si girò dall'altra parte e si addormentò.

Dal mondo dei sogni la strappò una piacevole carezza.
Vicky era stufa di dormire. Voleva la compagnia della cugina per trascorrere il resto del tempo in cui dovevano restare confinate in quella stanza. Per svegliarla aveva iniziato a carezzare la pelle nuda di Susy con una piuma.
La fece scorrere su un suo braccio fino a raggiungerle il collo, poi scivolò giù lungo la schiena zigzagando qua e là sulla pelle nuda. Proseguì lungo una natica fino a scendere sulla gamba: dapprima sulla coscia, poi dietro il ginocchio e lungo il polpaccio. Susy, ancora sonnacchiosa, quasi s'addormentò per quelle leggere e delicate carezze, quando però Vicky raggiunse la pianta del piede, Susy saltò sul letto scossa dai fremiti del solletico. Entrambe scoppiarono a ridere, salvo poi soffocare le risate per non svegliare il resto degli occupanti della casa.
Susy tornò a sdraiarsi per raccogliere un altro po' di coccole. La cugina proseguì il suo cammino scorrendo con la piuma sull'altra gamba, partendo dalla caviglia. Susy sentì il piacevole solletichino risalire il suo corpo lungo il polpaccio e il ginocchio. Poi però cominciò a sentire un fremito al ventre. Un formicolio che le ruzzolava fra le gambe anche se lì la piuma non era ancora arrivata.
Ora la sentiva nell'interno coscia e più la piuma correva lungo il suo corpo più quella sensazione si faceva più intensa. Strinse il cuscino fra le mani e attese, il cuore accelerò il battito, ma non disse nulla alla cugina, temendo che avrebbe interrotto quella sorprendente scoperta. Allargò di più le gambe per lasciare più spazio a Vicky e alla sua piuma.
Era un battito di farfalla che le carezzava la pelle, possibile che una piuma potesse essere tanto piacevole? Era un piacere così strano, intenso, diverso da qualsiasi altra cosa avesse mai provato prima.
La piuma carezzò la coscia fino a raggiungere la natica, vi piroettò sopra, poi Vicky la fece scorrere fra la fessura che divideva i glutei e Susy non riuscì a trattenere un gemito.

«Che c'è Susy? Non stai bene?» Si preoccupò la cugina.

«No, no - Si affrettò a rispondere Susy - Sto bene ... Credo ... - Deglutì - Continua un altro po', la tua piuma è magica»

Vicky allora continuò il suo viaggio sul corpo della cugina proprio da dove l'aveva interrotta. Scivolò fra le sue colline e Susy inarcò il bacino e incitò la cugina a non fermarsi:

«Vicky è fantastico!»

«Davvero? È solo una piuma» Esclamò incredula la cugina.

«Poi lo faccio a te, ora però continua»

Si sentì piacevolmente intorpidita e calda. Quel formicolio in fondo al ventre era strano, la spingeva a contrarre i muscoli del pube, amplificando quella sensazione e irradiandola ovunque là sotto.
Vicky allora proseguì e approdò fra le gambe di Susy, proprio là dove non batte il sole.
Susy chiuse gli occhi immergendosi completamente in quelle nuove sensazioni. Sentì la piuma accarezzarle l'inguine, giocare fra i morbidi peli e stuzzicarle la pelle delicata ed estremamente sensibile e ricettiva.
Vicky incuriosita dalla reazione della cugina volle provare anche lei. Si sdraiò a pancia in giù e attese che Susy facesse lo stesso con lei.
Quando la piuma capitombolò fra le sue gambe per poco non le sfuggì un grido.
Sollevò il bacino quasi inginocchiandosi sul letto, afferrò le natiche e le allargò tirando la pelle affinché la cugina potesse carezzarla ovunque là sotto, e così fece.
Susy carezzò con la piuma quella valle ora illuminata dal sole, solleticò il pertugio stretto e grinzoso che lo sormontava e scivolò giù seguendo i contorni del bocciolo della cugina ormai pronto per sbocciare.
Quando la voce della nonna le raggiunse interrompendo quell'idillio, le due ragazze si rivestirono in tutta fretta, chiusero la piuma nello scrigno sul comò e attesero impazienti che la notte calasse per poter giocare ancora.
Quello era il loro segreto e lo avrebbero custodito gelosamente per tutta la vita.

Quando la notte divorò il giorno, le due ragazze si chiusero nella loro cameretta, si tolsero i vestiti ed aprirono lo scrigno che custodiva il loro segreto.
Susy, sghignazzando, si tuffò sul letto e si sdraiò a pancia in su. Vicky la raggiunse subito, le si mise con la testa fra le gambe e cominciò ad ammirare il sesso della cugina e a vezzeggiarlo con la piuma.

«I tuoi peli sono nerissimi» Disse.

«Già - Ansimò Susy - I tuoi sono più belli, sembrano fili d'oro»

«Non è vero - Dissentì Vicky, sedendosi sul letto e tirandosi il morbido vello dorato - A me piacciono di più i tuoi»

Susy si sedette di fronte alla cugina e le chiese se poteva toccarglieli. Vicky acconsentì. Susy allora allungò le mani su quei fili d'oro, li tirò delicatamente e se li rigirò fra le dita. Vicky sentì un fremito, spostò il bacino in avanti e si poggiò sui gomiti. Quel contatto le piaceva inaspettatamente.
Susy massaggiò il monte di Venere della cugina sentendo i morbidi ciuffi sotto la sua pelle, poi scese più giù dove timidi velli brillavano sulle ali che si aprivano fra le cosce di Vicky. Cercò quei fili dorati quasi contandoli uno ad uno, mentre la cugina si godeva quelle carezze.

«Credi sia sbagliato quello che stiamo facendo?» Domandò Susy.

Vicky si strinse nelle spalle e rispose:

«Anche ingozzarci di biscotti a notte fonda è sbagliato, ma lo facciamo lo stesso»

Susy si fece bastare la risposta della cugina. Quel nuovo gioco era troppo divertente per abbandonarlo così, senza un motivo valido.
Sembrava veramente che, fra le gambe, Vicky avesse una bocca dalle cui carnose labbra si intravedeva una timida lingua. Susy strinse fra le dita quei due lembi di pelle come se fra le mani avesse avuto un panino, il roseo ripieno fuoriuscì e lo accarezzò leggera. Vicky fu scossa da un fremito ancora più intenso del precedente. Ogni gesto della cugina sulla sua pelle richiamava sensazioni sempre più forti che la invogliavano a cercarne altre e altre ancora.

«Sì, sì - le disse ansimando - Accarezzami lì»

Susy allora sfiorò interamente il taglio che divideva le due ali da cima a fondo, mentre la cugina trattenne il respiro e strinse le lenzuola fra le mani. Poi tornò su e lo attraversò nuovamente, dal pube fino alla base, questa volta però il dito varcò la fessura, e la prima falange sparì al suo interno. Vicky inarcò la schiena e arricciò le dita dei piedi sopraffatta da un piacere che non aveva mai provato prima. Sotto la sua pelle, Susy, sentì quella delicata della cugina innalzarsi in protuberanze e ridiscendere in vallate, mentre Vicky gemette estasiata. Spalancò le gambe e il fiore che aveva fra le cosce sbocciò interamente mostrando a Susy tutta la sua bellezza. Le sembrò di ammirare una delle orchidee della nonna. Possibile che anche lei fosse così bella là sotto?
La cugina raccolse le gambe sotto i gomiti offrendo a Susy il suo sesso pulsante e impaziente di essere accarezzato. Susy lo esplorò curiosa, studiandone ogni anfratto, scivolando fra i lembi delicati prima con un dito, poi con due e infine con entrambe le mani, carezzando quella pelle, scorgendo l'umido miele fuoriuscire dai suoi lombi e ammirando i movimenti e le pulsazioni di quel sesso sfrontatamente spalancato proprio sotto il suo viso.
Insinuò una falange nella piccola fessura carezzandone i contorni. Il secondo pertugio della cugina si contraeva insieme a tutto il resto, così col dito scivolò su di esso sentendo la grinzosa pelle. A Viky le doleva il ventre, ma anziché dire alla cugina di fermarsi la incitò a non smettere di carezzarla, l'istinto le urlava che solo andando oltre avrebbe trovato pace.
Susy tornò con le dita fra gli umidi meandri, risalì le piccole labbra fin quando approdò sul piccolo promontorio che spiccava in cima.

«Oddio, Susy, sì, ti prego lì, lì,lì  ...»

Susy vedeva la cugina contorcersi in preda a convulsioni che non comprendeva fino in fondo, ma sapeva che ciò che Vicky stava provando era qualcosa di estremamente piacevole e non vedeva l'ora di provarlo lei stessa. Ricominciò a sentire il formicolio in fondo al ventre.
Con le dita continuò a carezzare il clitoride della cugina con movimenti lenti e circolari. Vicky iniziò ad ansimare e ad ancheggiare muovendosi sempre più convulsamente contro la mano di Susy. Un piacere folle la stava invadendo, lo sentiva crescere e crescere sempre di più, dominando i suoi sensi, i suoi movimenti e il suo respiro. Le parve impossibile che quel piacere potesse crescere ancora, eppure fu così. L'orgasmo, il primo orgasmo della sua vita la travolse così, grazie alle delicate dita della cugina, e la lasciò sfinita, ansimante e informicolita fra le coperte del letto che divideva con lei.

«Susy devi assolutamente provarlo anche tu»

Ansiosa di dividere quella scoperta con lei, Vicky le si mise fra le cosce e iniziò ad esplorare il sesso della cugina.
Susy sapeva che stavano facendo qualcosa che non avrebbero dovuto, o che per lo meno i suoi genitori non avrebbero di certo approvato. Sapeva di essere davanti ad uno di quei momenti che segnano il resto della vita. Era davanti ad un bivio, se avesse fermato la cugina forse la sua innocenza sarebbe rimasta intatta, se invece si fosse arresa a lei, niente sarebbe stato più come prima. Il guaio è che, come sempre in questi casi, non poteva sapere se ciò che il futuro le avrebbe riservato sarebbe stato meglio o peggio. Non sapeva cosa aspettarsi e non sapeva nemmeno se le sarebbe piaciuto. Ma se da una parte tutto questo era un freno, allo stesso modo era anche la cosa più eccitante che avesse mai fatto. Al desiderio di scoprire, di crescere e di conoscere quello che i grandi le avevano sempre nascosto si aggiunsero le dita di Vicky fra le sue cosce.
I suoi gesti delicati la sciolsero completamente, finché si concesse totalmente a quel piacere così nuovo e sconosciuto che la travolse completamente.
Vicky andava alla scoperta del sesso di Susy come un esploratore in una giungla incontaminata, scrutando il viso della cugina e cercando di capire quali fossero le zone più piacevoli e quali meno.
Esaminò ogni anfratto, immergendo le falangi nel dolce miele che sgorgava da quel frutto così simile al suo ma anche così diverso. Ne contemplò ogni diversità. La sua leggera peluria nera spiccava prepotente sulla sua pelle chiara, avvolgendo la rosata fessura dalla quale sbucavano le piccole labbra. Le afferrò con due dita e le tirò per vederne l'effettiva lunghezza, poi le aprì completamente. Davanti a lei la vergine fessura si spalancò. Non resistette e lentamente la varcò sentendo quel caldo canale avvolgere il suo dito. Susy sentì il piacere penetrarle all'interno ed espandersi ovunque. Viky vide il suo dito sparire dentro la cugina per poi riaffiorare luccicante, inumidito dai suoi umori, e la penetrò nuovamente, delicatamente, per non farle male.
Sentiva i muscoli di Susy contrarsi e lo stesso vide che faceva anche lo stretto e grinzoso pertugio che sostava proprio là sotto. Vicky lo considerò un invito e con un dito ne seguì i contorni sentendo l'increspatura della pelle, poi lo premette ma la resistenza che avvertì la fece desistere dal proseguire e tornò su, impaziente di far scoprire alla cugina le potenzialità di quella piccola, anzi piccolissima, montagnola.
Non appena la sfiorò, Susy si sentì avvampare e uno spasmo la colse. In quel preciso momento capì di aver fatto la cosa giusta seguendo la cugina. Capì che ciò che stava per provare era qualcosa che non aveva nemmeno mai pensato fosse possibile raggiungere. Era qualcosa di completamente diverso da qualsiasi altra cosa le fosse mai capitata. Era qualcosa che per quell'attimo la rapì, catapultandola direttamente in cielo a danzare fra le stelle, e quando tutto scemò si sentì svuotata, disorientata, sfinita, ma assolutamente decisa a rifarlo ancora e ancora e ancora.