Archivio mensile:gennaio 2009

TALBOT: Capitolo zero

Capitolo Zero: Teodor Talbotcopertina.jpg

“Teodor”, chiamò Eleonor.
“Teodor”, rinforzò Geremia.
La cena era quasi pronta e il profumo delle lasagne aveva trovato ormai fissa dimora fra il bianco dei muri.
“Il nostro ragazzo è proprio strano. A volte stento a capirlo”. Elly era nervosa e girava freneticamente la purea di patate.
“Perché dici così?”. Geremia non era affatto ansioso. Leggeva la pagina della cronaca del suo quotidiano preferito, lasciandosi passivamente inondare le narici dal profumo del cibo. Pregustava inconsciamente la sua cena.
“Mi preoccupa, insomma”.
“In che senso?”.
Ellison estrasse il mestolo dalla pentola e lo agitò davanti al naso di Geremia ancora sporco di patate.
“La maestra dice che a scuola si applica, è bravo in tutte le materie, è creativo, però non ha un amico. È sempre isolato e non fa nulla per accaparrarsi qualche simpatia. Mi preoccupa”. Rimise il mestolo dentro il pentolone e ricominciò a mescolare le patate.
“Che vuoi che ti dica, è un po’ chiuso. Alla sua età anche io non ero molto loquace. Ero molto timido e stentavo a parlare con gli altri perché avevo paura di non essere accettato, che la mia compagnia non fosse di loro gradimento. È anche un’età difficile la sua”.
“Tutte le età sono difficili per un motivo o per l’altro”. Eleonor aveva la fronte corrucciata.
“Poi sta sempre in camera sua e quando non studia si attacca a quella maledetta consolle di videogiochi. Gli piace quella roba…lo sparatutto. Non penso che sia istruttivo, anzi. Sarebbe quasi da toglierglielo”.
“Ringrazia il caro zio Luca se quella roba è entrata in casa nostra. Ormai guai a toccarlo”.
Teodor in effetti era in camera sua e stava sterminando una nuova falange di nemici, pronto al massacro più massacro che ci fosse.
Si aprì la porta della stanza dalla quale spuntò timido il viso di Eleonor che, con tono dolce ed affettuoso quasi per non disturbare, cercò l’attenzione del piccolo.
“Teodor, è pronta la cena. Dai, metti in pausa che continui dopo. Prima di andare a dormire ci giocherai ancora un po’”. Fece una pausa anche lei. “Stai bene pettinato così. Il barbiere è stato bravo oggi”.
“Penso di si, Arrivo subito”. Poche parole. La voce di Teodor era fredda e distaccata, come se alzarsi e andare a tavola fosse un piacere da fare a sua madre. Il suo unico interesse era lì davanti a lui. Il suo soldato contro un esercito di zombie sanguinari, tutti da trucidare.
Doveva fare fuori ancora un mostro per finire il livello.
Il barbiere era stato bravo.
Le mani si agitavano forte sui tasti del joypad, battendo record su record in fatto di velocità d’esecuzione.
L’ennesimo “Teodor” proveniente dalla cucina, indusse il ragazzino a schiacciare il tasto “pause”. Teodor sbuffò e si alzò in piedi, abbandonando la posizione a gambe incrociate.
“Arrivo”. Sbuffò e parlò sottovoce. “Quanto vorrei stare da solo e fare tutto ciò che voglio”.
Uscì dalla dimensione di bambino per proiettarsi verso quella statica e noiosa degli adulti, con le loro paranoie e il vittimismo di chi pensa che la vita sia ingrata.
“Eccoti finalmente”. Eleonor stava servendo porzioni di lasagne talmente grandi da sfamare una nazione intera.
“Bhe, perché mi guardi così?”, lo riprese la mamma. “Non è forse il tuo piatto preferito?”.
Teodor era assente, a tratti interrogativo.
“Fai come vuoi. Se le vuoi mangiare accomodati, altrimenti guarderai tuo padre divorare anche la tua parte”.
Geremia posò il giornale e afferrò la forchetta con la mano sinistra e il coltello con la destra, poi si tuffò sulle lasagne fumanti tagliandone bocconi filanti di formaggio.
“Mangia altrimenti non cresci”. Geremia strizzò l’occhio a Teodor, facendogli di seguito cenno di approfittare del piatto che aveva davanti.
Il bambino fece cenno di assenso muovendo lievemente la testa prima in su e poi verso il basso.
“Senti Teodor”, accennò Eleonor. “Come si chiama quella tua compagna di classe? Quella carina con i capelli biondi e gli occhi azzurri”. Alla domanda seguì un cenno a Geremia, intimato di stare attento alla risposta se mai ce ne fosse stata una.
“Monica”.
“Monica e poi?”. Elly era curiosa di confermare le perplessità della maestra.
“Non mi ricordo. In classe la chiamano solo Monica”. Il tono di voce di Teodor era quasi triste, malinconico.
“Ed è tua amica?”, propose di nuovo la madre con un sorriso smorfioso.
Geremia la guardò irritato.
“Magari non ha voglia di parlarne”, disse l’uomo.
“La voglia se la può fare anche venire. Non parliamo mai. Anzi non parla mai. Mi vuoi spiegare che cos’hai? Non stai bene? C’è qualcosa che non va?”. Elly era esigente in quelle domande.
Il padre posò la forchetta al lato del piatto e dopo aver masticato e ingerito l’ultimo boccone, si allacciò ai discorsi di sua moglie.
“Ci sono dei problemi Teodor? Qualcosa che non ci puoi dire?”.
Teodor aveva gli occhi fissi sul piatto, sezionando l’avanzo delle lasagne con sguardo spento.
“Teodor”. La voce di Geremia si fece severa.
“Non dovete preoccuparvi ”, disse il bambino senza far trasparire emozioni. “A scuola sono bravo, non è vero?”.
“Ma certo caro. Non erano in discussione i tuoi studi. La mamma vuole solo essere sicura che stai bene”. Geremia tornò sereno e comprensivo.
“Sicuro”, evidenziò Eleonor. “Voglio solo che stai bene”. Poi sorrise.
Teodor in quel momento si sentì umiliato. Il ghigno compassionevole della madre era quanto di più offensivo nei suoi confronti.
Ripresero a mangiare.
“Domani è il tuo compleanno. Ben otto anni. Cominciamo a essere vecchietti eh?”. Geremia provò a distendere l’ambiente.
L’unica reazione fu quella di innervosire per l’ennesima volta Eleonor, incattivita dai silenzi del figlio.
“Otto anni. Domani”, disse Teodor. Il tempo era fermo fra i suoi sguardi distanti.
“Che regalo vuoi?”. Geremia era convinto di poter ammorbidire il ragazzino corrompendolo con un nuovo giocattolo.
L’unica scintilla si accese sul desiderio del piccolo.
“Mega Warrior 3”. Si rispense.
“Vedremo di accontentare il nostro piccolo genio”.
Mentre Geremia rivestiva l’abito del padre, Eleonor ritirò i piatti dal tavolo e li posò quasi gettandoli fra i denti d’acciaio dello schiumoso lavabo. Era infastidita e il fastidio la rendeva muta, alterata.
”Posso tornare in camera mia?”. Teodor usci dalle tenebre giusto il tempo di una domanda.
“Ecco. L’unica cosa che ottieni è questa”. Elly gettò stizzita un bicchiere per terra, spargendo scintille di vetro sul pavimento. Geremia rimase a bocca aperta, sconcertato dal gesto impulsivo della moglie. Tirò indietro la seggiola e cominciò a raccogliere qualche frammento scuotendo la testa in segno di dissenso.
“Ci mancava questo”. Si formò un mare di lacrime fra gli occhi affranti di Elly, appoggiata al lavabo con le mani e le spalle tirate all’indietro. Il volto affondava nel petto. Il naso tirava su i fili del pianto.
“Scusate. Scusate tutti e due”. La donna si tolse i guanti di gomma e andò a chiudersi nel bagno, per strizzare le ultime lacrime e costringerle ad andarsene.
“Che figuraccia” si sentì da lontano.
Teodor rimase al suo posto, con gli occhi fissi sui ricami plastificati della tovaglia.
“Posso andare in camera adesso?”. Nulla lo aveva scalfito. Si sentiva un’ombra senza sole.
“Si, vai pure”. Geremia era intento a radunare i cocci più grossi.
Teodor si alzò dalla sedia mentre il padre cominciava a spazzare il pavimento con la scopa, raccogliendo miscugli di vetri e polvere nella paletta.
“Buon compleanno Teodor”, disse alle briciole.
Il silenzio si impossessò della casa, concedendo ogni tanto qualche spazio ai risucchi di Eleonor e ai sospiri scoraggiati di Geremia.
Mancava poco al turno di notte.
L’uomo accese la televisione e si sintonizzò sul gioco a premi del momento. Doveva passare il tempo prima di prendere servizio in fabbrica.
Dopo un ‘ora Geremia uscì, lasciandosi dietro qualche rimpianto di troppo.

22.00: il sonno coprì di veli suadenti gli occhi stanchi.

Teodor fissava il soffitto giocando a dare forme all’astrattezza delle ombre. Non aveva molto sonno ma la sua età gli imponeva di essere già sotto le coperte e dall’altra sponda della veglia. Le palpebre si abbassarono allacciando le ciglia le une alle altre.
Eleonor aveva appena spento la televisione, sbadigliando per mangiare i primi sogni. Desiderava un sonno tranquillo e profondo, ma doveva stare sempre con un orecchio teso alla camera del figlio.
Prima di abbandonarsi nel proprio letto passò davanti alla stanza di Teodor per l’ultima buona notte. Si fermò per un istante sotto lo stipite della porta, cercando di capire se il piccolo stesse già dormendo.
Le coperte erano immobili e il petto del bambino si rialzava leggero come una torta in lievitazione.
“Buona notte”, sussurrò. Poi socchiuse la porta lasciando che uno spiraglio di luce entrasse nella stanza per tagliare il buio. Non voleva che Teodor cominciasse ad averne paura.
Teodor non aveva paura delle ombre.
Poco dopo il sonno chiuse la porta e si impossessò della madre e del suo bambino.
Il nero divenne nero e restò nero…per sempre!

8.00: sveglia.

Eleonor sentì il trillo della radiosveglia ma non la trovò. Sul comodino dove avrebbe dovuto incontrarla con la mano non c’era. I polpastrelli cercavano frenetici il tasto della pausa ma la ricerca risultò presto vana.
Il trillo era insistente e snervante.
Elly aprì a fatica gli occhi ma la situazione non cambiò da quando li aveva chiusi. Si ritrovava immersa in un buio innaturale. Erano le otto del mattino e qualche piccola infiltrazione di luce doveva pur esserci.
Cercò di sgranare l’oscurità aprendo le palpebre a dismisura, ma il buio prevaleva sopra ogni tentativo.
Il trillo finì.
“Ma che diamine”, si suggerì indispettita.
Cercò l’interruttore della abat-jour ma non c’era. Sembrava che la stanza fosse stata mescolata per confondere i sensi.
Il torpore del sonno aveva lasciato in fretta i sensi di Eleonor, trascinandola in pochi minuti verso un brusco risveglio.
La donna precipitò in una sorta di agitazione non comprendendone il motivo. Sentiva freddo.
Esaminò il letto con la mano sinistra, quella più vicina al bordo e si accorse che mancava la coperta. Il primo pensiero fu di averla cacciata durante il sonno e che si trovasse da qualche parte per terra, ma non poteva vedere, sapere.
Cercò anche con l’aiuto delle gambe ma nulla. Né coperta, né lenzuolo, né cuscino. Tutto sparito, ingoiato dalle fauci scure delle tenebre. Non capiva.
Provò a scendere dal letto mettendo prima giù il piede destro. Un dolore lancinante si trasferì fino all’apice del cervello. Si era tagliata o, per lo meno, la sensazione sembrava quella.
“Ahi! Cristo santo”. Invocò il dolore di Jesù.
Le pantofole erano state fagocitate anch’esse dagli spettri dispettosi dell’oscurità, un’oscurità palpabile da quanto era intensa.
“Ora so cosa si prova ad esser ciechi”, realizzò la donna.
Provò a scendere dal letto, ma anche il secondo tentativo provocò la stessa reazione. Un taglio…netto.
Sentiva il piede cosparso di liquido caldo.
Si toccò con l’indice e dopo aver raccolto la strana sostanza che le avvolgeva le dita, si portò il polpastrello alla bocca e lo leccò.
Sangue.
Sentiva il suo gusto ferroso, la dolcezza acida del suo calore.
“Ma cosa sta succedendo?”. Elly era sbalordita. Il respiro si fece affannoso. Cominciava ad innervosirsi.
Accennò un terzo tentativo, questa volta con la mano destra, attenta, cauta.
Swissssssc!
Si tagliò la punta del medio.
“Non capisco”, fu il suo primo pensiero.
“Teodooooor”, fu il secondo.
Sperava non fosse successo nulla al bambino. Era il suo compleanno e magari si aspettava una buona colazione per iniziare la giornata con serenità, una giornata speciale.
“Teodoooooooooooor!”, uscì tremolante dalla gola.

Come fare, cosa fare, cosa sta succedendo? Il male soffia e il vento trasporta le sue parole fredde come lame. La sua voce sibila fra i capelli, gela dietro al collo e si annida nei pensieri. Il dolore ha un nuovo nido.

Il bambino non rispondeva e il buio spingeva più insistente. Bisognava meditare una soluzione, capire per quanto possibile che razza di situazione si era creata. I battiti del cuore bussavano contro le porte del petto.
La camicia da notte era madida di sudore e appiccicosa come carta moschicida. La schiena si era sciolta in fiumi salati. La finestra era chiusa e l’odore della stanza era sempre più saturo, soffocante.
Eleonor si tolse la camicia e la gettò per terra, stando attenta a non perderla trattenendola con la mano. Sempre con la massima prudenza abbassò nuovamente il piede per poggiarlo sul pavimento. Il dolore fu attutito, poteva funzionare.
Abbassò anche il sinistro e si mise seduta sul bordo, aspettando che il coraggio le desse il via per alzarsi. Aveva paura. Sentiva che la superficie sotto le piante dei piedi era diversa da come la ricordava. Il legno del parquet si era spaccato e diviso in scaglie.
Contò fino al tre per darsi forza e con un balzo rapido si alzò dal letto. I piedi sprofondarono su di un tappeto di lame. L’urlo che scaturì dalla bocca di Eleonor fu inumano.
“Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa”.
Si rigettò sul letto nuda. I piedi erano piagati e liquidi.
La donna cercò di riprendersi dal forte dolore massaggiandosi le piante e ogni singolo dito. Sentiva sempre il sangue uscire copioso. La situazione era surreale, ma in qualche modo bisognava uscire da quell’incubo.
Il terrore che fosse successo qualcosa a suo figlio le bruciò gli occhi e le seccò l’ultima goccia di saliva sotto la lingua.
Cercò per l’ennesima volta la camicia da notte ancora stesa per terra e, una volta percepita la presenza, tentò di piegarla in due per ispessirla.
I piedi ricominciarono la discesa verso la sofferenza.
Questa volta la superficie risultò più soffice, anche se il male delle ferite era pressante. Secondo qualche calcolo la cinghia della tapparella doveva essere a pochi passi di distanza.
Eleonor fece un respiro profondo e poi si gettò in avanti fino a toccare il muro con entrambe le mani. Le piante dei piedi pigiarono forte sulla camicia di cotone e il dolore si riacutizzò per un attimo. Poi subentrò l’abitudine, la sopportazione. Elly strinse i denti e costrinse il viso a smorfie innaturali.
Reggendosi sulla mano destra, ispezionò la parete con la sinistra fino a toccare la corda della cinghia. La impugnò nel punto più alto possibile e tirò con forza. Il piede destro scappò dalla sua base e la sensazione della carne che si apriva fu una delle più spiacevoli provate in vita. Sentì la sua linfa sgorgare copiosa e schizzare sulla camicia da notte.
Eleonor fu aggredita da conati talmente forti da non poter resistere al vomito. Chinò il volto e sputò fuori gli avanzi della cena fino all’ultimo boccone. Le gambe si misero a tremare, ma cedere avrebbe significato svenire e probabilmente morire dissanguata.
Non poteva. Suo figlio era in pericolo…lo sentiva.
“Mamma…aiuto”. La flebile voce di Teodor proveniva fuori della sua stanza.
“Mi sono fatto male”, si rifletteva piagnucolante alle sue orecchie.
Aveva ragione. Il piccolo era in pericolo.
“Arrivo amore…stai tranquillo”.
Elly riprese in mano la cinghia e tirò con forza vincendo il male, stringendo mandibola e mascella fino quasi a spaccarsi i denti.
La luce fece il suo ingresso nella stanza prima timidamente, poi inondando l’iride della donna con getti di gialli decisi. Eleonor chiuse gli occhi ricacciandosi per un attimo nel buio, poi alzò lo sguardo al sole e lo ringraziò di essere lì.
Riacquistò il senso degli spazi.
Girò gli occhi verso la stanza e si accorse del maleficio che la circondava. Non sarebbe stato facile uscire da quelle mura.
Ingoiò l’aridità dell’aria.
Il pavimento era completamente cosparso di lamette da barba, conficcate per un quarto nel legno e sull’attenti come un esercito di samurai dagli elmi scintillanti. Gli spazi liberi erano pochi e soprattutto stretti. Probabilmente un piede piccolo avrebbe potuto calcarli ma quello di Eleonor non era un piede piccolo…combinazione!
Lo sconforto fu totale.
Bisognava riconquistare la posizione eretta.
Residui di vomito erano rimasti sul seno nudo della donna e la saliva ne incrostava i contorni.
“Cazzo”, fu l’unica espressione.
Fece leva sulle mani e spinse forte verso il muro per catapultarsi all’indietro.
Dalla pianta passò al tallone e un altro taglio si aprì fra la pelle leggermente callosa.
Sangue. Dolore.
Riecco il letto. Il punto di partenza.
“Aiuto”. Si rialzò il richiamo dal corridoio.
“Teodor, stai calmo. La mamma arriva subito”.
La sofferenza causata dalle lame era infinita.
Il piccolo era da qualche parte nella casa e forse un male intenzionato stava studiando sevizie da collezionare. In un secondo momento avrebbe finito con lei…forse.
La realtà si impastò con la fantasia su una tavolozza di angosce.
La camicia da notte era quasi interamente tagliuzzata e sarebbe stata utilizzabile ancora per pochi passi. Il respiro era frenetico e l’alito appesantito dall’ansia.
Un respiro, due respiri, tre respiri.
Più forte. Più piano.
Doveva cercare di calmarsi e pensare, essere razionale. Il tempo stringeva.
La voce del bambino si era completamente spenta. Brutto segno.
Eleonor prese il coraggio per il collo e si alzò per un ultimo, disperato tentativo. Posò delicatamente i piedi sanguinanti sui resti smembrati della camicia. I tagli erano profondi e facevano un male cane.
“Teodor”. Chiamò con un filo di voce.
Teodor non rispondeva.
Le forze stavano scendendo sui livelli di guardia, stroncate dall’enorme fuoriuscita di sangue. Piastrine e globuli rossi erano liberi di girovagare per la stanza in un macabro viaggio verso territori finora inesplorati.
Lo sguardo della donna era frenetico e vorace dei 360°. Cercava qualche altro oggetto da poter utilizzare come appoggio. La camera era stata spogliata di qualunque cosa. L’armadio si mostrava indifferente così come i restanti mobili che sicuramente non potevano essere utilizzati. Non era possibile spostarli e anche salendoci sopra, il tratto percorso sarebbe stato breve.
C’era il materasso però. Quello non era stato tolto per ovvie ragioni.
Elly cercò di trovare un modo per rovesciarlo sul legno tagliente del pavimento. Ma come?
Il materasso era troppo pesante e qualsiasi sforzo per spostarlo sortiva l’unico effetto di far penetrare le lamette ancora più in profondità nella carne dei piedi.
Le lacrime sgorgavano a flussi costanti, amare e acide.
Ormai il dolore aveva superato la soglia della normale sopportazione e stava trasportando Eleonor verso il lidi dell’inferno. Mugolii si intervallavano a grida animalesche di rabbia e tormento. Il materasso non si mosse di un centimetro.
Gli occhi si orientarono verso la porta per scivolare sul pavimento e cercare di capire se quegli spazi sporadici di legno nudo potessero essere raggiunti con passi lunghi…un solo passo lunghissimo.
Caricò le gambe d’adrenalina, spargendo zuccheri in modo omogeneo fra i quadricipiti e i polpacci. Sentiva l’energia arrivare giusta, la corrente percorrerla con il corretto voltaggio.
Lo sguardo si orientò sull’unico punto raggiungibile con un balzo, lì in mezzo alla stanza. Lo poteva raggiungere, ne era certa.
Sbuffo, aria, sbuffo, aria, sbuffo….salto.
La traiettoria era perfetta, il punto d’arrivo vicino…piccolo.
La punta del piede destro planò fra le lame, nell’unico spazio possibile per non essere affettato. Vittoria.
Cercò di mantenere l’equilibrio su un piede solo mentre gli occhi viaggiavano già per cercare l’altro punto vuoto. Eccolo a un metro e mezzo circa.
L’equilibrio era precario ma nonostante il sangue che poteva rendere l’atterraggio scivoloso Eleonor riusciva a tenersi dritta appoggiando solo su quella fantastica punta. Dopo pochi secondi però l’alluce e il medio cominciarono a sentire la pressione delle lamette, così come la pianta.
Senza pensarci troppo Elly spiccò il secondo salto…corto.
Il piede sinistro affondò direttamente fra le lame, tagliando in due la stabilità della donna. Un urlo simile all’ululato di un licantropo scoppiò assordante fra le pareti della camera da letto.
Eleonor cadde come un palazzo a cui sono state fatte esplodere le fondamenta. Il suo intero corpo fu sezionato da un chirurgo invisibile.
Nell’urto venne letteralmente devastata e i tagli delle lamette provocarono schizzi di sangue talmente violenti da ridipingere le pareti di un rosso pantone.
Il seno rimbalzò sul pavimento di rasoi, concedendo i capezzoli ad una rapida vivisezione. I polsi si schiusero in mille fioriture dove la pelle divenne germoglio e il sangue nettare per api d’acciaio. Il corpo nudo di Elly si ricoprì di un abito rosso per un ultimo ballo sulla vita.
Ma Teodor rimase l’unico pensiero.
Anche se priva ormai di forze, vedeva la porta della camera da letto a pochi centimetri. Il dolore era sparito per lasciarsi dietro l’insensibilità della morte.
La donna si mise a strisciare sul tappeto di lamette, non curante della sofferenza e del sangue che ormai l’aveva abbandonata. Si arrampicò su quella parete tagliente grattando ancora i pochi punti di pelle che non erano stati martoriati dalla caduta.
Le gambe si piegarono mostrando i tendini alle lame, che approfittarono subito per reciderne alcune parti. I movimenti divennero lenti, stanchi, infiniti.
La porta sembrava indietreggiare. Non arrivava mai.
Dopo uno sforzo che di umano aveva perso ogni sembianza, Elly arrivò all’uscita.
“Teodor”, biascicò. “Dove sei bam…bino m…io?”.
Teodor era fuori dalla porta, in piedi, in attesa.
Nessuno lo stava aggredendo. Nessuno lo aveva seviziato o picchiato. Non c’era nessuno.
Gli occhi penetranti del bambino incrociarono lo sguardo denso della madre, protesa nell’ultimo immane sforzo di raggiungere con il braccio alzato il viso inespressivo di suo figlio.
“Teo…d…or. Ti vo…glio…ben”. Morì abbandonandosi definitivamente.
Il bambino rimase immobile ad osservare le scie di liquido rosso che contornavano il corpo senz’anima della madre, disegnando le forme che aveva visto la sera prima fra le ombre del soffitto.
“Anche io ti voglio bene, mamma. Oggi è il mio compleanno”.
Nel momento esatto in cui Eleonor esalò l’ultimo respiro, la maniglia della porta d’ingresso si abbassò, dopo il consuetudinario giro di chiave. Fece la sua comparso Geremia, bagnato come un pulcino. Fuori pioveva e il temporale aveva annunciato le sue danze con luci all’orizzonte.
L’uomo non fece tempo a mettere entrambi i piedi in casa che vide riflessa l’immagine di Teodor nello specchio del corridoio.
“Ciao figliolo”, lo salutò. Lo sguardo del figlio era fisso verso il basso e nemmeno la voce del padre lo distolse da quello che stava osservando.
“Teodor, tutto bene?”. Si tolse velocemente il soprabito grigio e lo posò sulla sedia di cucina. Geremia cominciava a sentire uno strano odore e fu avvolto da brutte sensazioni.
“Teodor”, rinforzò il richiamo. Nulla.
I passi dell’uomo erano lenti e meditati, come se avesse paura di avvicinarsi troppo per scoprire una verità che non voleva conoscere. Troppo tardi.
Un passo in più e si trovò di fronte all’orrendo scenario che gli occhi incollati di Teodor stavano già fissando da qualche minuto.
Eleonor era immersa in una pozza di sangue che ne mascherava le fattezze per trasformarla in un ammasso di carne da macello.
Il corpo era completamente ricoperto di tagli molto profondi dai quali fluiva ancora qualche sporadico fiotto.
“Dio mio, ma che cosa…?”, il resto della domanda gli morì in fondo alle corde vocali.
Si avvicinò incredulo alla moglie che giaceva sul pavimento e per la prima volta realizzò la presenza delle lame conficcate nel parquet della camera.
Lo sconcerto vinse sulla ragione.
Il cervello di Geremia rifiutava quella realtà. L’uomo si portò le mani alle tempie, inanellando i capelli con le dita. Si pressò la fronte spremendo gli occhi fuori dalle orbite.
“Il Diavolo è stato qui”, sfuggì dalle sue labbra socchiuse.
Non curante del sangue si avvicinò ad Eleonor. Le scostò i capelli dal volto tumefatto. Non la riconobbe neppure.
Le lacrime cominciarono a sgorgare dagli occhi senza che lui se ne accorgesse. Nella frazione di un secondo il viso di Geremia fu invaso da fiumi in piena, corrosivi come la lava di un vulcano.
Non capiva. Era in tilt.
“La mamma è scivolata” disse Teodor, freddo come le lame sul pavimento.
Geremia si accorse di avere le scarpe inzuppate nel sangue della donna e balzò all’indietro, percorso da una scossa di terrore.
Nell’unico attimo di lucidità prese fra le braccia Teodor e si mise a correre verso il salotto.
“Mi fai male”, si lamentò il bambino.
Geremia non percepì nemmeno una sillaba e continuò a stringere Teodor contro il suo petto.
Il cuore pompava a mille e i battiti del padre interferirono con quelli del figlio.
L’uomo compose il 118 per l’intervento dell’ambulanza, preoccupandosi ogni tanto di asciugarsi le lacrime che gli annebbiavano la vista. La faccia era accartocciata dal piagnucolio.
“Fate presto, prestissimo”. Con queste parole si chiuse la telefonata.
Non era facile mantenere la lucidità. Geremia pensava di impazzire e vedere da un momento all’altro la testa scoppiare.
L’uomo posò Teodor sul tappeto caldo del salotto e si inginocchiò di fronte a lui.
“Teodor, che cosa è successo alla mamma?”. Il silenzio del ragazzino lo spingeva verso una nevrosi incontenibile. Le mani gli tremavano e stringevano forte i muscoli appena accennati delle esili braccia del figlio.
“Teodor, che cosa è successo alla mamma. Rispondi?”. Un eco immenso percosse i muri della casa. Geremia stava perdendo il controllo, assalito dalla disperazione.
Lo sguardo del bambino era basso e impassibile.
“Niente”, gridò all’improvviso il bambino. “Non è successo niente. Oggi è il mio compleanno e la mamma era arrabbiata”. Quella frase urlata era colma di odio. Geremia si spaventò e cercò conforto nello stupore.
“Ma che cosa stai dicendo? Questo cosa c’entra?”. Lacrime, lacrime, lacrime.
“Mi avete lasciato solo”. Il vuoto si impossessò degli spazi e il silenzio mangiò tutto.
“Ma, T…”.

Dopo tutto, la follia è un lampo. Non si può prevedere, non si può curare. Il mondo si distorce come uno specchio deformante. Le cose assumono significati diversi. Pazzo è chi non ci crede.

Il collo di Geremia cominciò a sanguinare proprio sotto il pomo d’Adamo. Si aprì un taglio che somigliava molto ad un sorriso d’acqua rossa. Piccole bolle d’aria si formarono sulla superficie della ferita al tentativo dell’uomo di aggiungere parole a quelle lasciate in sospeso.
“Chhhhhhhhhh”. Il sangue zampillò libero sfiorando il viso del bambino.
Le mani di Geremia provarono a trattenere lo scorrere del liquido ma non bastarono per arginarne la fuoriuscita.
Le pupille si iniettarono di rosso e si dispersero nel nero degli occhi indemoniati di Teodor.
Il bambino stava stringendo nella mano destra un rasoio da barbiere, zeppo di sangue.
Geremia si accasciò sul tappeto, boccheggiando come un pesce fuori dall’acqua.
“Cos’hai fatto?” fu la frase che Teodor intuì in mezzo ai rantoli di morte del padre.
Il barbiere era stato bravo.
Il ragazzino diede un piccolo calcio alla spalla dell’uomo per assicurarsi che fosse morto, poi andò in cucina e vide che dal soprabito usciva un pacchettino colorato.
Lo estrasse e lo scartò. Era Mega Warrior 3.
Dopo pochi minuti si udì il suono della sirena della croce rossa invadere l’aria rarefatta del mattino. Il medico era accompagnato dai volontari del servizio civile, pronti come sempre a prestare il loro aiuto.
Un istante dopo arrivò sul posto anche una pattuglia dei carabinieri.
“Cos’è successo?”, l’appuntato Bavieri si rivolse a uno dei volontari, spuntando da mezzo finestrino.
“Abbiamo ricevuto una telefonata di soccorso immediato da parte di un certo Geremia Talbot”.
“Siamo stati allertati anche noi subito dopo”. La frase monotonale del carabiniere si aggiunse alla titubanza generale dei presenti.
“Qualcuno di voi è già entrato?”, si affacciò anche l’altro carabiniere.
“Non ancora. Siamo arrivati un secondo prima di voi”. Il medico aveva in mano la sua valigetta ed era pronto all’azione.
Scesero dalle rispettive auto e si recarono all’unisono verso la porta d’ingresso.
Il suono del campanello riproduceva il classico dlin dlon.
Nessuno venne ad aprire.
Un altro scampanellio.
Ancora nessuno.
“Cosa facciamo?”. I volontari del servizio civile aspettavano impazienti ordini dal medico.
Uno dei due carabinieri di pattuglia provò a spingere piano la porta che magicamente si aprì.
“Entriamo”, suggerì con superiorità.
Il carabiniere entrò per primo allargando l’uscio per il suo seguito. Il collega lo raggiunse dopo aver lasciato spazio al medico. Forse era più urgente la sua presenza.
La prima scena fu rappresentata dalla sagoma di Geremia disteso a faccia in giù sul tappeto del salotto, avvolto da una sciarpa di sangue.
“Qui è stato commesso un omicidio”. Il primo carabiniere, Giovanni Gardoni si impegnò subito per far rispettare a tutti i presenti le procedure per non inquinare eventuali prove.
“Dottore, cerchi di capire se quest’uomo è ancora vivo”.
Il medico della croce rossa si piegò sull’uomo steso a terra e gli tastò il polso.
“Morto”. Un imperativo secco.
“Bavieri presto, chiama la centrale. Io faccio un giro di perlustrazione. Siete tutti pregati di non toccare niente, anzi uscite da questa casa e aspettate fuori”. Gardoni sapeva il fatto suo e lo comunicò agli altri presenti.
“D’accordo”, lo assecondò il dottore. “Tutti fuori, avanti”.
Nella casa rimasero solamente i due carabinieri. Gardoni si occupò delle altre stanze mentre Bavieri rimase in sala per altri controlli.
Un grido gli ordinò presto di raggiungere il collega lungo il corridoio.
“Ne abbiamo un altro”.
“Un altro cosa”.
“Cadavere”.
“Ma che diavolo è successo qui dentro”.
“Non lo so ma qui c’è stata una carneficina. Guarda un po’ il pavimento della camera da letto”.
Bavieri posò lo sguardo sul legno innaturale del parquet. Rimase a bocca aperta con brividi freddi lungo la schiena.
“O porca puttana”. Non riuscì a trattenere la brutta espressione.
“Ma è un film dell’orrore questo”.
“Purtroppo no”. Gardoni continuava ad osservarsi intorno, scombussolato dagli eventi.
“Ci sarà qualcun altro nella casa?”.
“La centralinista mi ha detto che a chiamare è stato un bambino di otto anni. Forse il figlio”:
“Speriamo bene che non abbia assistito a questo scempio, poveretto”.
“Già, speriamo. Intanto prosegui la perlustrazione che magari è in casa nascosto da qualche parte”.
Bavieri era visibilmente preoccupato e sentiva il fiato farsi corto e denso. Non avrebbe voluto trovarsi davanti alla scena di un ragazzino sgozzato e immerso nel proprio sangue. Ciò che aveva visto era già abbastanza per quel giorno.
“Allora vado”, chiese una timida conferma.
“Certo, non perdere altro tempo”.
Bavieri si appiccicò al muro di fronte alla stanza dalla quale usciva il corpo martoriato della donna e strisciò fino alla camera successiva, evitando il fiume di sangue.
Prima di avvicinarsi alla porta il carabiniere percepì dei suoni elettronici provenire da dentro la camera. Poteva essere una sveglia oppure un orologio, ma la musichetta era accompagnata da altri rumori. Piccole grida di guerriero.
Bavieri avanzò preceduto dalla mano destra che si occupò di far girare la maniglia tondeggiante della porta. Il carabiniere infilò la testa dentro la stanza e osservò la penombra tinta da riflessi azzurrognoli provenire da un televisore. La camera cambiava colore in stroboscopici passaggi di luminosità differenti.
Un bambino stava seduto davanti allo schermo, smanettando freneticamente sul joypad per vincere un improbabile incontro di lotta con un mostro sanguinario.
“Aaah, yoooo, grrrrr, wotaaaa”, erano le uniche parole che il videogioco emetteva.
Il bambino aveva gli occhi rapiti dalle immagini tridimensionali dei guerrieri che si affrontavano impavidi in un’arena virtuale. Sembrava quasi inebetito.
“Ciao ragazzo”, disse Bavieri.
“Ciao”, rispose per inerzia il bambino.
“Tutto bene?”. Il carabiniere era a disagio.
“Mh, mh”. Teodor fu il più sintetico possibile.
Bavieri socchiuse la porta e tornò verso il collega.
“Senti, tu non ci crederai mai, ma di là c’è un ragazzino che in tutto questo casino sta giocando ai video games”.
“Sarà per reazione”. Gardoni osservava Bavieri con aria di normalità.
“Se fossi stato io al posto di quel bambino, starei sotto un letto in stato di schok con i pantaloni pieni di merda. Il ragazzino non è normale”.
“Magari non ha ancora visto niente e chi ha compiuto questo abominio lo ha lasciato chiuso nella sua stanza a giocare. Pensa quando verrà a saperlo”. Gardoni non era stupito più di tanto ma Bavieri aveva sentito sulla pelle dei brividi strani.
“Sarà come hai detto tu. Però…” e lasciò la frase in sospensione.
“Ci penseranno i servizi sociali comunque. Adesso cerca di trattenerlo nella sua stanza per un po’. Lo faremo uscire quando sarà tutto smantellato”.
“Ok. Se arrivano i Nostri dammi un chiamo”. Bavieri tornò a far visita al bambino. I brividi gli si aggrapparono sotto il collo, formiche nere di un nero solletico.
In due ore furono fatti tutti gli accertamenti del caso e il bambino venne portato alla centrale, dopo che i cadaveri dei genitori lasciarono la casa.
L’abitazione fu rivoltata dalla squadra dei RIS in cerca di una pur minima traccia da seguire ma gli indizi sembravano portare verso un vicolo cieco.
Teodor si ritrovò dietro un tavolo con sopra una bottiglietta di succo di frutta e una merendina. Alla sua sinistra era presente un’altra sedia di legno con la seduta in paglia mentre, dall’altro lato della scrivania il maresciallo, Ivano Greco, lo fissava con le mani giunte. Il bambino ebbe un sussulto. Un vento caldo gli riportò in mente una scena che non aveva vissuto, ma la ricordava come reale.
“Allora Teodor. Parliamo un po’ di te. Tanto per cominciare dimmi…quanti anni hai?”.
Teodor continuava a fissare le ombre sui muri intuendo che da un momento all’altro prendessero forma e cominciassero a danzare per l’ufficio.
“Oggi è il mio compleanno”. La voce del ragazzino spiccò un salto.
“Bene, e quanti ne fai?”.
“Otto”. Sguardo attento sugli angoli scuri.
“Caspita sei un uomo di poche parole, non è vero?”.
Difatti il bambino non rispose.
“Senti, per qualche giorno dovrai stare a casa di altre persone”. Il maresciallo non voleva dire al bambino della fine orrenda toccata ai suoi genitori.
“Vedrai che ti troverai bene”.
In quel momento entrò l’assistente sociale, una donna di circa trentacinque anni, castana , occhi scuri. Molto carina.
Si accomodò sulla sedia a fianco a Teodor e lo guardò per cercare un primo contatto.
“Ciao. Tu devi essere Teodor. Mi hanno raccontato già un po’ di cose su di te, ma che ne pensi di dirmi qualcosa tu?”.
“Oggi è il mio compleanno”.
L’assistente sociale, Debora De Stefani, si girò verso il maresciallo Greco cercando spiegazioni.
“E’ da quando lo abbiamo trovato che continua a ripeterlo. In effetti è il suo compleanno”.
Debora tornò su Teodor.
“Tanti auguri”. Nessuna reazione.
Il maresciallo inarcò le sopracciglia in segno di resa.
“Ok”. L’assistente sociale si era accorta delle prime difficoltà di relazione.
“Bene, possiamo andare”. Fece una carezza al piccolo.
“Ti porto a casa di nuovi amici dove passerai un po’ di tempo”.
Riportò l’attenzione su Greco per domandare, senza destare sospetti, dei genitori.
“Lo sa? Intendo…dei genitori”. La De Stefani non sapeva come impostare la domanda.
“Non ancora”. Il maresciallo cacciò dal naso la sua preoccupazione.
“Ascolta Teodor”, riprese Debora. “I tuoi genitori non stanno molto bene e per qualche settimana dovrai stare lontano. Mi dispiace ma è meglio per te”. Non era facile per niente.
Teodor prese la bottiglietta di succo e la portò alla bocca. Lo finì con una sola golata. La merendina rimase sul tavolo mangiata per metà.
“Andiamo?”, il bambino uscì per un attimo dal buio.
“Andiamo”, rispose Debora.
Salutarono il maresciallo Greco che regalò al bambino un succulento lecca lecca, poi uscirono dalla caserma per recarsi vero la nuova dimora di Teodor.
La casa era una villetta indipendente proiettata su due piani più la mansarda. La sera colorava i muri rosa come il tramonto. L’ultimo pallido sole si appoggiava stanco sui balconi del secondo piano, sfiorando i grappoli di gerani rossi affacciati in romantiche pose. Un vialetto d’edera delimitava il viottolo che portava al portico davanti all’uscio.
Sul campanello c’era scritto “Orlando”.
La signorina De Stefani e Teodor si posizionarono davanti alla porta di casa come due soldatini sull’attenti.
L’antro si aprì e sbuco fuori timida la faccia arrossata di un bambino.
“Ciao”, disse.
“Ciao”, rimbalzò Debora. “Tu chi sei?”
“Io mi chiamo…”. Il ragazzino non fece in tempo a nominare il proprio nome che la madre lo precedette chiamandolo dalle scale.
“Marcuuuus”.
Il bimbo fece una smorfia di delusione. Gli avevano rovinato la presentazione.
“Mi chiamo Marcus, Marcus Orlando e quella che mi ha appena chiamato è la mia mamma, Sofia Orlando”.
“Ciao Marcus, questo è un tuo nuovo amico. Si chiama Teodor Talbot”.
“Ciao Teodor Talbot. Saremo sicuramente buoni amici”.
Sofia scese le scale e si unì alla compagnia radunata sotto il portichetto.
“Ma cosa fate ancora lì fuori. Prego, entrate”, poi guardò Marcus.
“Non hai fatto mica tanto bene gli onori di casa.
“Ma mamma”. Dopo tutto erano appena arrivati.
“Va bene ne riparleremo. Almeno presentami i nostri ospiti”.
“Lui è Teodor Talbot ed è il mio nuovo amico. Lei è…”.
“Debora De Stefani”, interruppe lei. “Sono l’assistente sociale che si occupa di Teodor”.
Si accomodarono sul divano dove venne servito un ottimo tè con dei biscotti appena sfornati.
Teodor rimase sempre immerso nel suo silenzio, ma i pochi sguardi li rivolgeva al suo nuovo compagno di giochi. L’unico che avesse mai avuto e che dimostrasse interesse nei suoi confronti.
“Andiamo a giocare in camera mia”. Marcus era euforico di poter far conoscere il suo mondo ad un altro bambino.
I due si alzarono e scapparono nella stanza al piano superiore, correndo uno dietro all’altro. Sarebbe stato il loro destino.
Le due donne scambiarono ancora qualche parola su come fosse meglio gestire quella situazione così delicata, poi si salutarono e Debora fu accompagnata alla porta.
“Non si preoccupi, è in buone mani”. Sofia era una donna straordinaria.
“Domani conoscerà mio marito. È’ un poliziotto e i ragazzi vanno pazzi per i poliziotti. Vedrà che Teodor starà bene”.
“Non ho alcun dubbio a riguardo. Arrivederci signora Orlando”.
“Sofia. Mi chiami Sofia”.
Debora accennò un sorriso.
“Arrivederci Sofia”. Fece una pausa per succhiare ancora un sorso dell’aria pura di quella casa.
“Ciao Teodor”. Salutò per un ultima volta il bambino che però non rispose, assorto nei giochi nuovi del suo unico amico.
“Lo saluterò io per lei, stia tranquilla”.
Si strinsero la mano e la porta si chiuse alle spalle della De Stefani.
“Alle otto giù che si mangia, capito?”. Fu il monito di Sofia ai ragazzini.
Teodor e Marcus rimasero rintanati nella cameretta fino all’ora esatta appena imposta per la cena.
Per la prima volta Teodor si mostrò attivo e provava una certa sensazione di benessere nel giocare con un altro come lui. Eppure erano agli estremi. Marcus era solare, vivace e reattivo mentre Teodor era un bambino molto chiuso e apparentemente apatico.
“Teodor, giochiamo con i robot? Io prendo Grand Boomer e tu combatterai con Big Tiger, ok?”.
“Ok”. Teodor pareva assecondare le decisioni del suo temporaneo fratellino.
L’ora di gioco scappò via veloce e il divertimento aveva raggiunto il suo picco massimo. Andavano d’accordo.
“Tu che cosa vuoi fare da grande Teddy?”. Marcus aveva lo stesso istinto del padre. Faceva un sacco di domande.
“Mi chiamo Teodor”.
“Scusa…Teodor”. Marcus alzò le spalle e prese nel cesto dei giochi un rinoceronte di plastica.
“Non lo so, forse il pittore”. Teodor mostrava una inusuale loquacità.
“Il pittore? Allora sei bravo a disegnare!”. Marcus rovistò di nuovo nella cesta e si girò di scatto verso il suo compagno di giochi impugnando una pistola.
“Io, invece, farò il poliziotto. Come papà”. Fece una pausa puntando la pistola verso Teodor, poi sparò imitando con la bocca il verso delle pallottole.
“Tu sei il ladro. Adesso ti inseguo e ti arresto”.
Presero a rincorrersi per la stanza fino a cadere esausti per la mancanza di energie. Risero insieme.
“Io quando guardo il soffitto immagino che sia un cielo di stelle, di tutti i colori”.
Marcus si divertiva a sognare ad occhi aperti.
“Io vedo le ombre…sempre”. Il volto di Teodor tornò buio e assente.
“Vedo il nero che si trasforma e mi mangia”.
Marcus si spaventò.
“Cavoli”, esclamò.
Dal fondo delle scale giunse il rintocco della voce di Sofia che intimava ai due scatenati di scendere.
“Arriviamo subito”, gridò Marcus.
“Dobbiamo andare. Domani conoscerai mio padre, il grande capitano Giorgio Orlando”.
Da quelle parole si deduceva che Marcus nutrisse una stima infinita per il papà.
“Signorsissignore”. Teodor sorrise.
Cenarono tutti e tre davanti alla televisione, nel silenzio religioso di un buon pasto.
Ascoltarono le notizie del telegiornale seguito da una corposa dose di cartoni animati.
Il giorno dopo venne arrestato il vicino di casa dei Talbot, Albert Colianov, un signore sulla quarantina con un marcato accento russo. Trovarono un rasoio da barbiere sporco di sangue fra i resti della sua spazzatura.
Fu accusato di omicidio di primo grado e condannato all’ergastolo. Uscì dal carcere dopo venticinque anni, anziano e amareggiato per lo scherzo beffardo che gli aveva riservato la vita. Ormai era morto dentro.
Marcus divenne detective e passò l’esistenza dando la caccia agli assassini e agli spacciatori. Credeva fermamente che il mondo potesse essere migliore.
Teodor divenne contabile presso uno studio piuttosto prestigioso. Nel tempo libero dipingeva, ascoltava Mozart e…uccideva!
Le ombre, a volte, ritornano.

TALBOT: Capitolo zero

Capitolo Zero: Teodor Talbotcopertina.jpg

“Teodor”, chiamò Eleonor.
“Teodor”, rinforzò Geremia.
La cena era quasi pronta e il profumo delle lasagne aveva trovato ormai fissa dimora fra il bianco dei muri.
“Il nostro ragazzo è proprio strano. A volte stento a capirlo”. Elly era nervosa e girava freneticamente la purea di patate.
“Perché dici così?”. Geremia non era affatto ansioso. Leggeva la pagina della cronaca del suo quotidiano preferito, lasciandosi passivamente inondare le narici dal profumo del cibo. Pregustava inconsciamente la sua cena.
“Mi preoccupa, insomma”.
“In che senso?”.
Ellison estrasse il mestolo dalla pentola e lo agitò davanti al naso di Geremia ancora sporco di patate.
“La maestra dice che a scuola si applica, è bravo in tutte le materie, è creativo, però non ha un amico. È sempre isolato e non fa nulla per accaparrarsi qualche simpatia. Mi preoccupa”. Rimise il mestolo dentro il pentolone e ricominciò a mescolare le patate.
“Che vuoi che ti dica, è un po’ chiuso. Alla sua età anche io non ero molto loquace. Ero molto timido e stentavo a parlare con gli altri perché avevo paura di non essere accettato, che la mia compagnia non fosse di loro gradimento. È anche un’età difficile la sua”.
“Tutte le età sono difficili per un motivo o per l’altro”. Eleonor aveva la fronte corrucciata.
“Poi sta sempre in camera sua e quando non studia si attacca a quella maledetta consolle di videogiochi. Gli piace quella roba…lo sparatutto. Non penso che sia istruttivo, anzi. Sarebbe quasi da toglierglielo”.
“Ringrazia il caro zio Luca se quella roba è entrata in casa nostra. Ormai guai a toccarlo”.
Teodor in effetti era in camera sua e stava sterminando una nuova falange di nemici, pronto al massacro più massacro che ci fosse.
Si aprì la porta della stanza dalla quale spuntò timido il viso di Eleonor che, con tono dolce ed affettuoso quasi per non disturbare, cercò l’attenzione del piccolo.
“Teodor, è pronta la cena. Dai, metti in pausa che continui dopo. Prima di andare a dormire ci giocherai ancora un po’”. Fece una pausa anche lei. “Stai bene pettinato così. Il barbiere è stato bravo oggi”.
“Penso di si, Arrivo subito”. Poche parole. La voce di Teodor era fredda e distaccata, come se alzarsi e andare a tavola fosse un piacere da fare a sua madre. Il suo unico interesse era lì davanti a lui. Il suo soldato contro un esercito di zombie sanguinari, tutti da trucidare.
Doveva fare fuori ancora un mostro per finire il livello.
Il barbiere era stato bravo.
Le mani si agitavano forte sui tasti del joypad, battendo record su record in fatto di velocità d’esecuzione.
L’ennesimo “Teodor” proveniente dalla cucina, indusse il ragazzino a schiacciare il tasto “pause”. Teodor sbuffò e si alzò in piedi, abbandonando la posizione a gambe incrociate.
“Arrivo”. Sbuffò e parlò sottovoce. “Quanto vorrei stare da solo e fare tutto ciò che voglio”.
Uscì dalla dimensione di bambino per proiettarsi verso quella statica e noiosa degli adulti, con le loro paranoie e il vittimismo di chi pensa che la vita sia ingrata.
“Eccoti finalmente”. Eleonor stava servendo porzioni di lasagne talmente grandi da sfamare una nazione intera.
“Bhe, perché mi guardi così?”, lo riprese la mamma. “Non è forse il tuo piatto preferito?”.
Teodor era assente, a tratti interrogativo.
“Fai come vuoi. Se le vuoi mangiare accomodati, altrimenti guarderai tuo padre divorare anche la tua parte”.
Geremia posò il giornale e afferrò la forchetta con la mano sinistra e il coltello con la destra, poi si tuffò sulle lasagne fumanti tagliandone bocconi filanti di formaggio.
“Mangia altrimenti non cresci”. Geremia strizzò l’occhio a Teodor, facendogli di seguito cenno di approfittare del piatto che aveva davanti.
Il bambino fece cenno di assenso muovendo lievemente la testa prima in su e poi verso il basso.
“Senti Teodor”, accennò Eleonor. “Come si chiama quella tua compagna di classe? Quella carina con i capelli biondi e gli occhi azzurri”. Alla domanda seguì un cenno a Geremia, intimato di stare attento alla risposta se mai ce ne fosse stata una.
“Monica”.
“Monica e poi?”. Elly era curiosa di confermare le perplessità della maestra.
“Non mi ricordo. In classe la chiamano solo Monica”. Il tono di voce di Teodor era quasi triste, malinconico.
“Ed è tua amica?”, propose di nuovo la madre con un sorriso smorfioso.
Geremia la guardò irritato.
“Magari non ha voglia di parlarne”, disse l’uomo.
“La voglia se la può fare anche venire. Non parliamo mai. Anzi non parla mai. Mi vuoi spiegare che cos’hai? Non stai bene? C’è qualcosa che non va?”. Elly era esigente in quelle domande.
Il padre posò la forchetta al lato del piatto e dopo aver masticato e ingerito l’ultimo boccone, si allacciò ai discorsi di sua moglie.
“Ci sono dei problemi Teodor? Qualcosa che non ci puoi dire?”.
Teodor aveva gli occhi fissi sul piatto, sezionando l’avanzo delle lasagne con sguardo spento.
“Teodor”. La voce di Geremia si fece severa.
“Non dovete preoccuparvi ”, disse il bambino senza far trasparire emozioni. “A scuola sono bravo, non è vero?”.
“Ma certo caro. Non erano in discussione i tuoi studi. La mamma vuole solo essere sicura che stai bene”. Geremia tornò sereno e comprensivo.
“Sicuro”, evidenziò Eleonor. “Voglio solo che stai bene”. Poi sorrise.
Teodor in quel momento si sentì umiliato. Il ghigno compassionevole della madre era quanto di più offensivo nei suoi confronti.
Ripresero a mangiare.
“Domani è il tuo compleanno. Ben otto anni. Cominciamo a essere vecchietti eh?”. Geremia provò a distendere l’ambiente.
L’unica reazione fu quella di innervosire per l’ennesima volta Eleonor, incattivita dai silenzi del figlio.
“Otto anni. Domani”, disse Teodor. Il tempo era fermo fra i suoi sguardi distanti.
“Che regalo vuoi?”. Geremia era convinto di poter ammorbidire il ragazzino corrompendolo con un nuovo giocattolo.
L’unica scintilla si accese sul desiderio del piccolo.
“Mega Warrior 3”. Si rispense.
“Vedremo di accontentare il nostro piccolo genio”.
Mentre Geremia rivestiva l’abito del padre, Eleonor ritirò i piatti dal tavolo e li posò quasi gettandoli fra i denti d’acciaio dello schiumoso lavabo. Era infastidita e il fastidio la rendeva muta, alterata.
”Posso tornare in camera mia?”. Teodor usci dalle tenebre giusto il tempo di una domanda.
“Ecco. L’unica cosa che ottieni è questa”. Elly gettò stizzita un bicchiere per terra, spargendo scintille di vetro sul pavimento. Geremia rimase a bocca aperta, sconcertato dal gesto impulsivo della moglie. Tirò indietro la seggiola e cominciò a raccogliere qualche frammento scuotendo la testa in segno di dissenso.
“Ci mancava questo”. Si formò un mare di lacrime fra gli occhi affranti di Elly, appoggiata al lavabo con le mani e le spalle tirate all’indietro. Il volto affondava nel petto. Il naso tirava su i fili del pianto.
“Scusate. Scusate tutti e due”. La donna si tolse i guanti di gomma e andò a chiudersi nel bagno, per strizzare le ultime lacrime e costringerle ad andarsene.
“Che figuraccia” si sentì da lontano.
Teodor rimase al suo posto, con gli occhi fissi sui ricami plastificati della tovaglia.
“Posso andare in camera adesso?”. Nulla lo aveva scalfito. Si sentiva un’ombra senza sole.
“Si, vai pure”. Geremia era intento a radunare i cocci più grossi.
Teodor si alzò dalla sedia mentre il padre cominciava a spazzare il pavimento con la scopa, raccogliendo miscugli di vetri e polvere nella paletta.
“Buon compleanno Teodor”, disse alle briciole.
Il silenzio si impossessò della casa, concedendo ogni tanto qualche spazio ai risucchi di Eleonor e ai sospiri scoraggiati di Geremia.
Mancava poco al turno di notte.
L’uomo accese la televisione e si sintonizzò sul gioco a premi del momento. Doveva passare il tempo prima di prendere servizio in fabbrica.
Dopo un ‘ora Geremia uscì, lasciandosi dietro qualche rimpianto di troppo.

22.00: il sonno coprì di veli suadenti gli occhi stanchi.

Teodor fissava il soffitto giocando a dare forme all’astrattezza delle ombre. Non aveva molto sonno ma la sua età gli imponeva di essere già sotto le coperte e dall’altra sponda della veglia. Le palpebre si abbassarono allacciando le ciglia le une alle altre.
Eleonor aveva appena spento la televisione, sbadigliando per mangiare i primi sogni. Desiderava un sonno tranquillo e profondo, ma doveva stare sempre con un orecchio teso alla camera del figlio.
Prima di abbandonarsi nel proprio letto passò davanti alla stanza di Teodor per l’ultima buona notte. Si fermò per un istante sotto lo stipite della porta, cercando di capire se il piccolo stesse già dormendo.
Le coperte erano immobili e il petto del bambino si rialzava leggero come una torta in lievitazione.
“Buona notte”, sussurrò. Poi socchiuse la porta lasciando che uno spiraglio di luce entrasse nella stanza per tagliare il buio. Non voleva che Teodor cominciasse ad averne paura.
Teodor non aveva paura delle ombre.
Poco dopo il sonno chiuse la porta e si impossessò della madre e del suo bambino.
Il nero divenne nero e restò nero…per sempre!

8.00: sveglia.

Eleonor sentì il trillo della radiosveglia ma non la trovò. Sul comodino dove avrebbe dovuto incontrarla con la mano non c’era. I polpastrelli cercavano frenetici il tasto della pausa ma la ricerca risultò presto vana.
Il trillo era insistente e snervante.
Elly aprì a fatica gli occhi ma la situazione non cambiò da quando li aveva chiusi. Si ritrovava immersa in un buio innaturale. Erano le otto del mattino e qualche piccola infiltrazione di luce doveva pur esserci.
Cercò di sgranare l’oscurità aprendo le palpebre a dismisura, ma il buio prevaleva sopra ogni tentativo.
Il trillo finì.
“Ma che diamine”, si suggerì indispettita.
Cercò l’interruttore della abat-jour ma non c’era. Sembrava che la stanza fosse stata mescolata per confondere i sensi.
Il torpore del sonno aveva lasciato in fretta i sensi di Eleonor, trascinandola in pochi minuti verso un brusco risveglio.
La donna precipitò in una sorta di agitazione non comprendendone il motivo. Sentiva freddo.
Esaminò il letto con la mano sinistra, quella più vicina al bordo e si accorse che mancava la coperta. Il primo pensiero fu di averla cacciata durante il sonno e che si trovasse da qualche parte per terra, ma non poteva vedere, sapere.
Cercò anche con l’aiuto delle gambe ma nulla. Né coperta, né lenzuolo, né cuscino. Tutto sparito, ingoiato dalle fauci scure delle tenebre. Non capiva.
Provò a scendere dal letto mettendo prima giù il piede destro. Un dolore lancinante si trasferì fino all’apice del cervello. Si era tagliata o, per lo meno, la sensazione sembrava quella.
“Ahi! Cristo santo”. Invocò il dolore di Jesù.
Le pantofole erano state fagocitate anch’esse dagli spettri dispettosi dell’oscurità, un’oscurità palpabile da quanto era intensa.
“Ora so cosa si prova ad esser ciechi”, realizzò la donna.
Provò a scendere dal letto, ma anche il secondo tentativo provocò la stessa reazione. Un taglio…netto.
Sentiva il piede cosparso di liquido caldo.
Si toccò con l’indice e dopo aver raccolto la strana sostanza che le avvolgeva le dita, si portò il polpastrello alla bocca e lo leccò.
Sangue.
Sentiva il suo gusto ferroso, la dolcezza acida del suo calore.
“Ma cosa sta succedendo?”. Elly era sbalordita. Il respiro si fece affannoso. Cominciava ad innervosirsi.
Accennò un terzo tentativo, questa volta con la mano destra, attenta, cauta.
Swissssssc!
Si tagliò la punta del medio.
“Non capisco”, fu il suo primo pensiero.
“Teodooooor”, fu il secondo.
Sperava non fosse successo nulla al bambino. Era il suo compleanno e magari si aspettava una buona colazione per iniziare la giornata con serenità, una giornata speciale.
“Teodoooooooooooor!”, uscì tremolante dalla gola.

Come fare, cosa fare, cosa sta succedendo? Il male soffia e il vento trasporta le sue parole fredde come lame. La sua voce sibila fra i capelli, gela dietro al collo e si annida nei pensieri. Il dolore ha un nuovo nido.

Il bambino non rispondeva e il buio spingeva più insistente. Bisognava meditare una soluzione, capire per quanto possibile che razza di situazione si era creata. I battiti del cuore bussavano contro le porte del petto.
La camicia da notte era madida di sudore e appiccicosa come carta moschicida. La schiena si era sciolta in fiumi salati. La finestra era chiusa e l’odore della stanza era sempre più saturo, soffocante.
Eleonor si tolse la camicia e la gettò per terra, stando attenta a non perderla trattenendola con la mano. Sempre con la massima prudenza abbassò nuovamente il piede per poggiarlo sul pavimento. Il dolore fu attutito, poteva funzionare.
Abbassò anche il sinistro e si mise seduta sul bordo, aspettando che il coraggio le desse il via per alzarsi. Aveva paura. Sentiva che la superficie sotto le piante dei piedi era diversa da come la ricordava. Il legno del parquet si era spaccato e diviso in scaglie.
Contò fino al tre per darsi forza e con un balzo rapido si alzò dal letto. I piedi sprofondarono su di un tappeto di lame. L’urlo che scaturì dalla bocca di Eleonor fu inumano.
“Aaaaaaaaaaaaaaaaaaaaaa”.
Si rigettò sul letto nuda. I piedi erano piagati e liquidi.
La donna cercò di riprendersi dal forte dolore massaggiandosi le piante e ogni singolo dito. Sentiva sempre il sangue uscire copioso. La situazione era surreale, ma in qualche modo bisognava uscire da quell’incubo.
Il terrore che fosse successo qualcosa a suo figlio le bruciò gli occhi e le seccò l’ultima goccia di saliva sotto la lingua.
Cercò per l’ennesima volta la camicia da notte ancora stesa per terra e, una volta percepita la presenza, tentò di piegarla in due per ispessirla.
I piedi ricominciarono la discesa verso la sofferenza.
Questa volta la superficie risultò più soffice, anche se il male delle ferite era pressante. Secondo qualche calcolo la cinghia della tapparella doveva essere a pochi passi di distanza.
Eleonor fece un respiro profondo e poi si gettò in avanti fino a toccare il muro con entrambe le mani. Le piante dei piedi pigiarono forte sulla camicia di cotone e il dolore si riacutizzò per un attimo. Poi subentrò l’abitudine, la sopportazione. Elly strinse i denti e costrinse il viso a smorfie innaturali.
Reggendosi sulla mano destra, ispezionò la parete con la sinistra fino a toccare la corda della cinghia. La impugnò nel punto più alto possibile e tirò con forza. Il piede destro scappò dalla sua base e la sensazione della carne che si apriva fu una delle più spiacevoli provate in vita. Sentì la sua linfa sgorgare copiosa e schizzare sulla camicia da notte.
Eleonor fu aggredita da conati talmente forti da non poter resistere al vomito. Chinò il volto e sputò fuori gli avanzi della cena fino all’ultimo boccone. Le gambe si misero a tremare, ma cedere avrebbe significato svenire e probabilmente morire dissanguata.
Non poteva. Suo figlio era in pericolo…lo sentiva.
“Mamma…aiuto”. La flebile voce di Teodor proveniva fuori della sua stanza.
“Mi sono fatto male”, si rifletteva piagnucolante alle sue orecchie.
Aveva ragione. Il piccolo era in pericolo.
“Arrivo amore…stai tranquillo”.
Elly riprese in mano la cinghia e tirò con forza vincendo il male, stringendo mandibola e mascella fino quasi a spaccarsi i denti.
La luce fece il suo ingresso nella stanza prima timidamente, poi inondando l’iride della donna con getti di gialli decisi. Eleonor chiuse gli occhi ricacciandosi per un attimo nel buio, poi alzò lo sguardo al sole e lo ringraziò di essere lì.
Riacquistò il senso degli spazi.
Girò gli occhi verso la stanza e si accorse del maleficio che la circondava. Non sarebbe stato facile uscire da quelle mura.
Ingoiò l’aridità dell’aria.
Il pavimento era completamente cosparso di lamette da barba, conficcate per un quarto nel legno e sull’attenti come un esercito di samurai dagli elmi scintillanti. Gli spazi liberi erano pochi e soprattutto stretti. Probabilmente un piede piccolo avrebbe potuto calcarli ma quello di Eleonor non era un piede piccolo…combinazione!
Lo sconforto fu totale.
Bisognava riconquistare la posizione eretta.
Residui di vomito erano rimasti sul seno nudo della donna e la saliva ne incrostava i contorni.
“Cazzo”, fu l’unica espressione.
Fece leva sulle mani e spinse forte verso il muro per catapultarsi all’indietro.
Dalla pianta passò al tallone e un altro taglio si aprì fra la pelle leggermente callosa.
Sangue. Dolore.
Riecco il letto. Il punto di partenza.
“Aiuto”. Si rialzò il richiamo dal corridoio.
“Teodor, stai calmo. La mamma arriva subito”.
La sofferenza causata dalle lame era infinita.
Il piccolo era da qualche parte nella casa e forse un male intenzionato stava studiando sevizie da collezionare. In un secondo momento avrebbe finito con lei…forse.
La realtà si impastò con la fantasia su una tavolozza di angosce.
La camicia da notte era quasi interamente tagliuzzata e sarebbe stata utilizzabile ancora per pochi passi. Il respiro era frenetico e l’alito appesantito dall’ansia.
Un respiro, due respiri, tre respiri.
Più forte. Più piano.
Doveva cercare di calmarsi e pensare, essere razionale. Il tempo stringeva.
La voce del bambino si era completamente spenta. Brutto segno.
Eleonor prese il coraggio per il collo e si alzò per un ultimo, disperato tentativo. Posò delicatamente i piedi sanguinanti sui resti smembrati della camicia. I tagli erano profondi e facevano un male cane.
“Teodor”. Chiamò con un filo di voce.
Teodor non rispondeva.
Le forze stavano scendendo sui livelli di guardia, stroncate dall’enorme fuoriuscita di sangue. Piastrine e globuli rossi erano liberi di girovagare per la stanza in un macabro viaggio verso territori finora inesplorati.
Lo sguardo della donna era frenetico e vorace dei 360°. Cercava qualche altro oggetto da poter utilizzare come appoggio. La camera era stata spogliata di qualunque cosa. L’armadio si mostrava indifferente così come i restanti mobili che sicuramente non potevano essere utilizzati. Non era possibile spostarli e anche salendoci sopra, il tratto percorso sarebbe stato breve.
C’era il materasso però. Quello non era stato tolto per ovvie ragioni.
Elly cercò di trovare un modo per rovesciarlo sul legno tagliente del pavimento. Ma come?
Il materasso era troppo pesante e qualsiasi sforzo per spostarlo sortiva l’unico effetto di far penetrare le lamette ancora più in profondità nella carne dei piedi.
Le lacrime sgorgavano a flussi costanti, amare e acide.
Ormai il dolore aveva superato la soglia della normale sopportazione e stava trasportando Eleonor verso il lidi dell’inferno. Mugolii si intervallavano a grida animalesche di rabbia e tormento. Il materasso non si mosse di un centimetro.
Gli occhi si orientarono verso la porta per scivolare sul pavimento e cercare di capire se quegli spazi sporadici di legno nudo potessero essere raggiunti con passi lunghi…un solo passo lunghissimo.
Caricò le gambe d’adrenalina, spargendo zuccheri in modo omogeneo fra i quadricipiti e i polpacci. Sentiva l’energia arrivare giusta, la corrente percorrerla con il corretto voltaggio.
Lo sguardo si orientò sull’unico punto raggiungibile con un balzo, lì in mezzo alla stanza. Lo poteva raggiungere, ne era certa.
Sbuffo, aria, sbuffo, aria, sbuffo….salto.
La traiettoria era perfetta, il punto d’arrivo vicino…piccolo.
La punta del piede destro planò fra le lame, nell’unico spazio possibile per non essere affettato. Vittoria.
Cercò di mantenere l’equilibrio su un piede solo mentre gli occhi viaggiavano già per cercare l’altro punto vuoto. Eccolo a un metro e mezzo circa.
L’equilibrio era precario ma nonostante il sangue che poteva rendere l’atterraggio scivoloso Eleonor riusciva a tenersi dritta appoggiando solo su quella fantastica punta. Dopo pochi secondi però l’alluce e il medio cominciarono a sentire la pressione delle lamette, così come la pianta.
Senza pensarci troppo Elly spiccò il secondo salto…corto.
Il piede sinistro affondò direttamente fra le lame, tagliando in due la stabilità della donna. Un urlo simile all’ululato di un licantropo scoppiò assordante fra le pareti della camera da letto.
Eleonor cadde come un palazzo a cui sono state fatte esplodere le fondamenta. Il suo intero corpo fu sezionato da un chirurgo invisibile.
Nell’urto venne letteralmente devastata e i tagli delle lamette provocarono schizzi di sangue talmente violenti da ridipingere le pareti di un rosso pantone.
Il seno rimbalzò sul pavimento di rasoi, concedendo i capezzoli ad una rapida vivisezione. I polsi si schiusero in mille fioriture dove la pelle divenne germoglio e il sangue nettare per api d’acciaio. Il corpo nudo di Elly si ricoprì di un abito rosso per un ultimo ballo sulla vita.
Ma Teodor rimase l’unico pensiero.
Anche se priva ormai di forze, vedeva la porta della camera da letto a pochi centimetri. Il dolore era sparito per lasciarsi dietro l’insensibilità della morte.
La donna si mise a strisciare sul tappeto di lamette, non curante della sofferenza e del sangue che ormai l’aveva abbandonata. Si arrampicò su quella parete tagliente grattando ancora i pochi punti di pelle che non erano stati martoriati dalla caduta.
Le gambe si piegarono mostrando i tendini alle lame, che approfittarono subito per reciderne alcune parti. I movimenti divennero lenti, stanchi, infiniti.
La porta sembrava indietreggiare. Non arrivava mai.
Dopo uno sforzo che di umano aveva perso ogni sembianza, Elly arrivò all’uscita.
“Teodor”, biascicò. “Dove sei bam…bino m…io?”.
Teodor era fuori dalla porta, in piedi, in attesa.
Nessuno lo stava aggredendo. Nessuno lo aveva seviziato o picchiato. Non c’era nessuno.
Gli occhi penetranti del bambino incrociarono lo sguardo denso della madre, protesa nell’ultimo immane sforzo di raggiungere con il braccio alzato il viso inespressivo di suo figlio.
“Teo…d…or. Ti vo…glio…ben”. Morì abbandonandosi definitivamente.
Il bambino rimase immobile ad osservare le scie di liquido rosso che contornavano il corpo senz'anima della madre, disegnando le forme che aveva visto la sera prima fra le ombre del soffitto.
“Anche io ti voglio bene, mamma. Oggi è il mio compleanno”.
Nel momento esatto in cui Eleonor esalò l’ultimo respiro, la maniglia della porta d’ingresso si abbassò, dopo il consuetudinario giro di chiave. Fece la sua comparso Geremia, bagnato come un pulcino. Fuori pioveva e il temporale aveva annunciato le sue danze con luci all’orizzonte.
L’uomo non fece tempo a mettere entrambi i piedi in casa che vide riflessa l’immagine di Teodor nello specchio del corridoio.
“Ciao figliolo”, lo salutò. Lo sguardo del figlio era fisso verso il basso e nemmeno la voce del padre lo distolse da quello che stava osservando.
“Teodor, tutto bene?”. Si tolse velocemente il soprabito grigio e lo posò sulla sedia di cucina. Geremia cominciava a sentire uno strano odore e fu avvolto da brutte sensazioni.
“Teodor”, rinforzò il richiamo. Nulla.
I passi dell’uomo erano lenti e meditati, come se avesse paura di avvicinarsi troppo per scoprire una verità che non voleva conoscere. Troppo tardi.
Un passo in più e si trovò di fronte all’orrendo scenario che gli occhi incollati di Teodor stavano già fissando da qualche minuto.
Eleonor era immersa in una pozza di sangue che ne mascherava le fattezze per trasformarla in un ammasso di carne da macello.
Il corpo era completamente ricoperto di tagli molto profondi dai quali fluiva ancora qualche sporadico fiotto.
“Dio mio, ma che cosa…?”, il resto della domanda gli morì in fondo alle corde vocali.
Si avvicinò incredulo alla moglie che giaceva sul pavimento e per la prima volta realizzò la presenza delle lame conficcate nel parquet della camera.
Lo sconcerto vinse sulla ragione.
Il cervello di Geremia rifiutava quella realtà. L’uomo si portò le mani alle tempie, inanellando i capelli con le dita. Si pressò la fronte spremendo gli occhi fuori dalle orbite.
“Il Diavolo è stato qui”, sfuggì dalle sue labbra socchiuse.
Non curante del sangue si avvicinò ad Eleonor. Le scostò i capelli dal volto tumefatto. Non la riconobbe neppure.
Le lacrime cominciarono a sgorgare dagli occhi senza che lui se ne accorgesse. Nella frazione di un secondo il viso di Geremia fu invaso da fiumi in piena, corrosivi come la lava di un vulcano.
Non capiva. Era in tilt.
“La mamma è scivolata” disse Teodor, freddo come le lame sul pavimento.
Geremia si accorse di avere le scarpe inzuppate nel sangue della donna e balzò all’indietro, percorso da una scossa di terrore.
Nell’unico attimo di lucidità prese fra le braccia Teodor e si mise a correre verso il salotto.
“Mi fai male”, si lamentò il bambino.
Geremia non percepì nemmeno una sillaba e continuò a stringere Teodor contro il suo petto.
Il cuore pompava a mille e i battiti del padre interferirono con quelli del figlio.
L’uomo compose il 118 per l’intervento dell’ambulanza, preoccupandosi ogni tanto di asciugarsi le lacrime che gli annebbiavano la vista. La faccia era accartocciata dal piagnucolio.
“Fate presto, prestissimo”. Con queste parole si chiuse la telefonata.
Non era facile mantenere la lucidità. Geremia pensava di impazzire e vedere da un momento all’altro la testa scoppiare.
L’uomo posò Teodor sul tappeto caldo del salotto e si inginocchiò di fronte a lui.
“Teodor, che cosa è successo alla mamma?”. Il silenzio del ragazzino lo spingeva verso una nevrosi incontenibile. Le mani gli tremavano e stringevano forte i muscoli appena accennati delle esili braccia del figlio.
“Teodor, che cosa è successo alla mamma. Rispondi?”. Un eco immenso percosse i muri della casa. Geremia stava perdendo il controllo, assalito dalla disperazione.
Lo sguardo del bambino era basso e impassibile.
“Niente”, gridò all’improvviso il bambino. “Non è successo niente. Oggi è il mio compleanno e la mamma era arrabbiata”. Quella frase urlata era colma di odio. Geremia si spaventò e cercò conforto nello stupore.
“Ma che cosa stai dicendo? Questo cosa c’entra?”. Lacrime, lacrime, lacrime.
“Mi avete lasciato solo”. Il vuoto si impossessò degli spazi e il silenzio mangiò tutto.
“Ma, T…”.

Dopo tutto, la follia è un lampo. Non si può prevedere, non si può curare. Il mondo si distorce come uno specchio deformante. Le cose assumono significati diversi. Pazzo è chi non ci crede.

Il collo di Geremia cominciò a sanguinare proprio sotto il pomo d’Adamo. Si aprì un taglio che somigliava molto ad un sorriso d’acqua rossa. Piccole bolle d’aria si formarono sulla superficie della ferita al tentativo dell’uomo di aggiungere parole a quelle lasciate in sospeso.
“Chhhhhhhhhh”. Il sangue zampillò libero sfiorando il viso del bambino.
Le mani di Geremia provarono a trattenere lo scorrere del liquido ma non bastarono per arginarne la fuoriuscita.
Le pupille si iniettarono di rosso e si dispersero nel nero degli occhi indemoniati di Teodor.
Il bambino stava stringendo nella mano destra un rasoio da barbiere, zeppo di sangue.
Geremia si accasciò sul tappeto, boccheggiando come un pesce fuori dall’acqua.
“Cos’hai fatto?” fu la frase che Teodor intuì in mezzo ai rantoli di morte del padre.
Il barbiere era stato bravo.
Il ragazzino diede un piccolo calcio alla spalla dell’uomo per assicurarsi che fosse morto, poi andò in cucina e vide che dal soprabito usciva un pacchettino colorato.
Lo estrasse e lo scartò. Era Mega Warrior 3.
Dopo pochi minuti si udì il suono della sirena della croce rossa invadere l’aria rarefatta del mattino. Il medico era accompagnato dai volontari del servizio civile, pronti come sempre a prestare il loro aiuto.
Un istante dopo arrivò sul posto anche una pattuglia dei carabinieri.
“Cos’è successo?”, l’appuntato Bavieri si rivolse a uno dei volontari, spuntando da mezzo finestrino.
“Abbiamo ricevuto una telefonata di soccorso immediato da parte di un certo Geremia Talbot”.
“Siamo stati allertati anche noi subito dopo”. La frase monotonale del carabiniere si aggiunse alla titubanza generale dei presenti.
“Qualcuno di voi è già entrato?”, si affacciò anche l’altro carabiniere.
“Non ancora. Siamo arrivati un secondo prima di voi”. Il medico aveva in mano la sua valigetta ed era pronto all’azione.
Scesero dalle rispettive auto e si recarono all’unisono verso la porta d’ingresso.
Il suono del campanello riproduceva il classico dlin dlon.
Nessuno venne ad aprire.
Un altro scampanellio.
Ancora nessuno.
“Cosa facciamo?”. I volontari del servizio civile aspettavano impazienti ordini dal medico.
Uno dei due carabinieri di pattuglia provò a spingere piano la porta che magicamente si aprì.
“Entriamo”, suggerì con superiorità.
Il carabiniere entrò per primo allargando l’uscio per il suo seguito. Il collega lo raggiunse dopo aver lasciato spazio al medico. Forse era più urgente la sua presenza.
La prima scena fu rappresentata dalla sagoma di Geremia disteso a faccia in giù sul tappeto del salotto, avvolto da una sciarpa di sangue.
“Qui è stato commesso un omicidio”. Il primo carabiniere, Giovanni Gardoni si impegnò subito per far rispettare a tutti i presenti le procedure per non inquinare eventuali prove.
“Dottore, cerchi di capire se quest’uomo è ancora vivo”.
Il medico della croce rossa si piegò sull’uomo steso a terra e gli tastò il polso.
“Morto”. Un imperativo secco.
“Bavieri presto, chiama la centrale. Io faccio un giro di perlustrazione. Siete tutti pregati di non toccare niente, anzi uscite da questa casa e aspettate fuori”. Gardoni sapeva il fatto suo e lo comunicò agli altri presenti.
“D’accordo”, lo assecondò il dottore. “Tutti fuori, avanti”.
Nella casa rimasero solamente i due carabinieri. Gardoni si occupò delle altre stanze mentre Bavieri rimase in sala per altri controlli.
Un grido gli ordinò presto di raggiungere il collega lungo il corridoio.
“Ne abbiamo un altro”.
“Un altro cosa”.
“Cadavere”.
“Ma che diavolo è successo qui dentro”.
“Non lo so ma qui c’è stata una carneficina. Guarda un po’ il pavimento della camera da letto”.
Bavieri posò lo sguardo sul legno innaturale del parquet. Rimase a bocca aperta con brividi freddi lungo la schiena.
“O porca puttana”. Non riuscì a trattenere la brutta espressione.
“Ma è un film dell’orrore questo”.
“Purtroppo no”. Gardoni continuava ad osservarsi intorno, scombussolato dagli eventi.
“Ci sarà qualcun altro nella casa?”.
“La centralinista mi ha detto che a chiamare è stato un bambino di otto anni. Forse il figlio”:
“Speriamo bene che non abbia assistito a questo scempio, poveretto”.
“Già, speriamo. Intanto prosegui la perlustrazione che magari è in casa nascosto da qualche parte”.
Bavieri era visibilmente preoccupato e sentiva il fiato farsi corto e denso. Non avrebbe voluto trovarsi davanti alla scena di un ragazzino sgozzato e immerso nel proprio sangue. Ciò che aveva visto era già abbastanza per quel giorno.
“Allora vado”, chiese una timida conferma.
“Certo, non perdere altro tempo”.
Bavieri si appiccicò al muro di fronte alla stanza dalla quale usciva il corpo martoriato della donna e strisciò fino alla camera successiva, evitando il fiume di sangue.
Prima di avvicinarsi alla porta il carabiniere percepì dei suoni elettronici provenire da dentro la camera. Poteva essere una sveglia oppure un orologio, ma la musichetta era accompagnata da altri rumori. Piccole grida di guerriero.
Bavieri avanzò preceduto dalla mano destra che si occupò di far girare la maniglia tondeggiante della porta. Il carabiniere infilò la testa dentro la stanza e osservò la penombra tinta da riflessi azzurrognoli provenire da un televisore. La camera cambiava colore in stroboscopici passaggi di luminosità differenti.
Un bambino stava seduto davanti allo schermo, smanettando freneticamente sul joypad per vincere un improbabile incontro di lotta con un mostro sanguinario.
“Aaah, yoooo, grrrrr, wotaaaa”, erano le uniche parole che il videogioco emetteva.
Il bambino aveva gli occhi rapiti dalle immagini tridimensionali dei guerrieri che si affrontavano impavidi in un’arena virtuale. Sembrava quasi inebetito.
“Ciao ragazzo”, disse Bavieri.
“Ciao”, rispose per inerzia il bambino.
“Tutto bene?”. Il carabiniere era a disagio.
“Mh, mh”. Teodor fu il più sintetico possibile.
Bavieri socchiuse la porta e tornò verso il collega.
“Senti, tu non ci crederai mai, ma di là c’è un ragazzino che in tutto questo casino sta giocando ai video games”.
“Sarà per reazione”. Gardoni osservava Bavieri con aria di normalità.
“Se fossi stato io al posto di quel bambino, starei sotto un letto in stato di schok con i pantaloni pieni di merda. Il ragazzino non è normale”.
“Magari non ha ancora visto niente e chi ha compiuto questo abominio lo ha lasciato chiuso nella sua stanza a giocare. Pensa quando verrà a saperlo”. Gardoni non era stupito più di tanto ma Bavieri aveva sentito sulla pelle dei brividi strani.
“Sarà come hai detto tu. Però…” e lasciò la frase in sospensione.
“Ci penseranno i servizi sociali comunque. Adesso cerca di trattenerlo nella sua stanza per un po’. Lo faremo uscire quando sarà tutto smantellato”.
“Ok. Se arrivano i Nostri dammi un chiamo”. Bavieri tornò a far visita al bambino. I brividi gli si aggrapparono sotto il collo, formiche nere di un nero solletico.
In due ore furono fatti tutti gli accertamenti del caso e il bambino venne portato alla centrale, dopo che i cadaveri dei genitori lasciarono la casa.
L’abitazione fu rivoltata dalla squadra dei RIS in cerca di una pur minima traccia da seguire ma gli indizi sembravano portare verso un vicolo cieco.
Teodor si ritrovò dietro un tavolo con sopra una bottiglietta di succo di frutta e una merendina. Alla sua sinistra era presente un’altra sedia di legno con la seduta in paglia mentre, dall’altro lato della scrivania il maresciallo, Ivano Greco, lo fissava con le mani giunte. Il bambino ebbe un sussulto. Un vento caldo gli riportò in mente una scena che non aveva vissuto, ma la ricordava come reale.
“Allora Teodor. Parliamo un po’ di te. Tanto per cominciare dimmi…quanti anni hai?”.
Teodor continuava a fissare le ombre sui muri intuendo che da un momento all’altro prendessero forma e cominciassero a danzare per l’ufficio.
“Oggi è il mio compleanno”. La voce del ragazzino spiccò un salto.
“Bene, e quanti ne fai?”.
“Otto”. Sguardo attento sugli angoli scuri.
“Caspita sei un uomo di poche parole, non è vero?”.
Difatti il bambino non rispose.
“Senti, per qualche giorno dovrai stare a casa di altre persone”. Il maresciallo non voleva dire al bambino della fine orrenda toccata ai suoi genitori.
“Vedrai che ti troverai bene”.
In quel momento entrò l’assistente sociale, una donna di circa trentacinque anni, castana , occhi scuri. Molto carina.
Si accomodò sulla sedia a fianco a Teodor e lo guardò per cercare un primo contatto.
“Ciao. Tu devi essere Teodor. Mi hanno raccontato già un po’ di cose su di te, ma che ne pensi di dirmi qualcosa tu?”.
“Oggi è il mio compleanno”.
L’assistente sociale, Debora De Stefani, si girò verso il maresciallo Greco cercando spiegazioni.
“E’ da quando lo abbiamo trovato che continua a ripeterlo. In effetti è il suo compleanno”.
Debora tornò su Teodor.
“Tanti auguri”. Nessuna reazione.
Il maresciallo inarcò le sopracciglia in segno di resa.
“Ok”. L’assistente sociale si era accorta delle prime difficoltà di relazione.
“Bene, possiamo andare”. Fece una carezza al piccolo.
“Ti porto a casa di nuovi amici dove passerai un po’ di tempo”.
Riportò l’attenzione su Greco per domandare, senza destare sospetti, dei genitori.
“Lo sa? Intendo…dei genitori”. La De Stefani non sapeva come impostare la domanda.
“Non ancora”. Il maresciallo cacciò dal naso la sua preoccupazione.
“Ascolta Teodor”, riprese Debora. “I tuoi genitori non stanno molto bene e per qualche settimana dovrai stare lontano. Mi dispiace ma è meglio per te”. Non era facile per niente.
Teodor prese la bottiglietta di succo e la portò alla bocca. Lo finì con una sola golata. La merendina rimase sul tavolo mangiata per metà.
“Andiamo?”, il bambino uscì per un attimo dal buio.
“Andiamo”, rispose Debora.
Salutarono il maresciallo Greco che regalò al bambino un succulento lecca lecca, poi uscirono dalla caserma per recarsi vero la nuova dimora di Teodor.
La casa era una villetta indipendente proiettata su due piani più la mansarda. La sera colorava i muri rosa come il tramonto. L’ultimo pallido sole si appoggiava stanco sui balconi del secondo piano, sfiorando i grappoli di gerani rossi affacciati in romantiche pose. Un vialetto d’edera delimitava il viottolo che portava al portico davanti all’uscio.
Sul campanello c’era scritto “Orlando”.
La signorina De Stefani e Teodor si posizionarono davanti alla porta di casa come due soldatini sull’attenti.
L’antro si aprì e sbuco fuori timida la faccia arrossata di un bambino.
“Ciao”, disse.
“Ciao”, rimbalzò Debora. “Tu chi sei?”
“Io mi chiamo…”. Il ragazzino non fece in tempo a nominare il proprio nome che la madre lo precedette chiamandolo dalle scale.
“Marcuuuus”.
Il bimbo fece una smorfia di delusione. Gli avevano rovinato la presentazione.
“Mi chiamo Marcus, Marcus Orlando e quella che mi ha appena chiamato è la mia mamma, Sofia Orlando”.
“Ciao Marcus, questo è un tuo nuovo amico. Si chiama Teodor Talbot”.
“Ciao Teodor Talbot. Saremo sicuramente buoni amici”.
Sofia scese le scale e si unì alla compagnia radunata sotto il portichetto.
“Ma cosa fate ancora lì fuori. Prego, entrate”, poi guardò Marcus.
“Non hai fatto mica tanto bene gli onori di casa.
“Ma mamma”. Dopo tutto erano appena arrivati.
“Va bene ne riparleremo. Almeno presentami i nostri ospiti”.
“Lui è Teodor Talbot ed è il mio nuovo amico. Lei è…”.
“Debora De Stefani”, interruppe lei. “Sono l’assistente sociale che si occupa di Teodor”.
Si accomodarono sul divano dove venne servito un ottimo tè con dei biscotti appena sfornati.
Teodor rimase sempre immerso nel suo silenzio, ma i pochi sguardi li rivolgeva al suo nuovo compagno di giochi. L’unico che avesse mai avuto e che dimostrasse interesse nei suoi confronti.
“Andiamo a giocare in camera mia”. Marcus era euforico di poter far conoscere il suo mondo ad un altro bambino.
I due si alzarono e scapparono nella stanza al piano superiore, correndo uno dietro all’altro. Sarebbe stato il loro destino.
Le due donne scambiarono ancora qualche parola su come fosse meglio gestire quella situazione così delicata, poi si salutarono e Debora fu accompagnata alla porta.
“Non si preoccupi, è in buone mani”. Sofia era una donna straordinaria.
“Domani conoscerà mio marito. È’ un poliziotto e i ragazzi vanno pazzi per i poliziotti. Vedrà che Teodor starà bene”.
“Non ho alcun dubbio a riguardo. Arrivederci signora Orlando”.
“Sofia. Mi chiami Sofia”.
Debora accennò un sorriso.
“Arrivederci Sofia”. Fece una pausa per succhiare ancora un sorso dell’aria pura di quella casa.
“Ciao Teodor”. Salutò per un ultima volta il bambino che però non rispose, assorto nei giochi nuovi del suo unico amico.
“Lo saluterò io per lei, stia tranquilla”.
Si strinsero la mano e la porta si chiuse alle spalle della De Stefani.
“Alle otto giù che si mangia, capito?”. Fu il monito di Sofia ai ragazzini.
Teodor e Marcus rimasero rintanati nella cameretta fino all’ora esatta appena imposta per la cena.
Per la prima volta Teodor si mostrò attivo e provava una certa sensazione di benessere nel giocare con un altro come lui. Eppure erano agli estremi. Marcus era solare, vivace e reattivo mentre Teodor era un bambino molto chiuso e apparentemente apatico.
“Teodor, giochiamo con i robot? Io prendo Grand Boomer e tu combatterai con Big Tiger, ok?”.
“Ok”. Teodor pareva assecondare le decisioni del suo temporaneo fratellino.
L’ora di gioco scappò via veloce e il divertimento aveva raggiunto il suo picco massimo. Andavano d’accordo.
“Tu che cosa vuoi fare da grande Teddy?”. Marcus aveva lo stesso istinto del padre. Faceva un sacco di domande.
“Mi chiamo Teodor”.
“Scusa…Teodor”. Marcus alzò le spalle e prese nel cesto dei giochi un rinoceronte di plastica.
“Non lo so, forse il pittore”. Teodor mostrava una inusuale loquacità.
“Il pittore? Allora sei bravo a disegnare!”. Marcus rovistò di nuovo nella cesta e si girò di scatto verso il suo compagno di giochi impugnando una pistola.
“Io, invece, farò il poliziotto. Come papà”. Fece una pausa puntando la pistola verso Teodor, poi sparò imitando con la bocca il verso delle pallottole.
“Tu sei il ladro. Adesso ti inseguo e ti arresto”.
Presero a rincorrersi per la stanza fino a cadere esausti per la mancanza di energie. Risero insieme.
“Io quando guardo il soffitto immagino che sia un cielo di stelle, di tutti i colori”.
Marcus si divertiva a sognare ad occhi aperti.
“Io vedo le ombre…sempre”. Il volto di Teodor tornò buio e assente.
“Vedo il nero che si trasforma e mi mangia”.
Marcus si spaventò.
“Cavoli”, esclamò.
Dal fondo delle scale giunse il rintocco della voce di Sofia che intimava ai due scatenati di scendere.
“Arriviamo subito”, gridò Marcus.
“Dobbiamo andare. Domani conoscerai mio padre, il grande capitano Giorgio Orlando”.
Da quelle parole si deduceva che Marcus nutrisse una stima infinita per il papà.
“Signorsissignore”. Teodor sorrise.
Cenarono tutti e tre davanti alla televisione, nel silenzio religioso di un buon pasto.
Ascoltarono le notizie del telegiornale seguito da una corposa dose di cartoni animati.
Il giorno dopo venne arrestato il vicino di casa dei Talbot, Albert Colianov, un signore sulla quarantina con un marcato accento russo. Trovarono un rasoio da barbiere sporco di sangue fra i resti della sua spazzatura.
Fu accusato di omicidio di primo grado e condannato all’ergastolo. Uscì dal carcere dopo venticinque anni, anziano e amareggiato per lo scherzo beffardo che gli aveva riservato la vita. Ormai era morto dentro.
Marcus divenne detective e passò l’esistenza dando la caccia agli assassini e agli spacciatori. Credeva fermamente che il mondo potesse essere migliore.
Teodor divenne contabile presso uno studio piuttosto prestigioso. Nel tempo libero dipingeva, ascoltava Mozart e…uccideva!
Le ombre, a volte, ritornano.

LA DANZA DELLA CAMICIA DI FORZA

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“Lasciatemi in pace, andate via”.
La persona si dimena guardando tutti gli angoli alti dei muri.
“Non sono pazzo…io, li sento i vostri occhi che mi guardano. So che tendete le orecchie per captare i miei segreti. Sono tutti chiusi dentro l’anima. Li volete vedere?”.
Il pazzo apre la bocca e la mostra ad un ipotetica telecamera, facendo capire che la bocca è spalancata perché l’anima è contenuta nello stomaco.
“Quando arriveranno le formiche a portarmi via, ve ne accorgerete. Ma io sono furbo, i segreti li tengo qui, attaccati al palato e, se volete rubarmeli, li faccio sciogliere sotto la lingua…i segreti!”.
Il matto si mette a ridere, sfoggiando un’espressione di furbizia.
“Se sapeste cosa c’è, sotto questa lingua. Quante volte ho dovuto ingoiare le parole, per evitare di dire troppo, quello che nessuno doveva sentire. Allora le parole si annidano nello stomaco, in una sacca piccola e profonda”.
L’espressione dell’uomo cambia all’improvviso e da sorridente e malizioso, diventa triste e si mette piangere.
“Adesso però, la sacca è piena e i segreti vogliono uscire. Ma se escono ci sono i ragni che li mangeranno. Tesseranno tele di fine seta per avvolgere la mia intimità, per imprigionare la mia coscienza…mi svuoteranno delle carni!”.
Ora il matto è preoccupato e diffidente.
“Hanno già provato a svuotare il mio stomaco, riempiendolo di promesse, in cambio dei segreti. Vaffanculo, li ho detto!”.
Ride.
“Che bella musica nell’aria. Dietro i vostri occhi accusatori vedo note di innaturale delicatezza, respirano di gioia. Guardate…le note si disegnano sulla mia pelle, tatuaggi permanenti di una vita a pentagramma”.
Il pazzo chiude gli occhi e si mette ad ascoltare la musica inesistente.
“Tarattattararararara tatta. Dev’essere un compositore moderno, non l’ho mai sentito. Riesce a far stare in silenzio anche i ragni. Bravo, bella, i ragni”.
Cambia per l’ennesima volta discorso.
“Una volta sono andato al cimitero e sono morto. Ricordo quando la terra mi scendeva sul viso come neve fresca, umida. Ricordo il buio e il respiro pesante…l’odore di fiori che mi intasava le narici. Poi vennero i vermi a farmi compagnia e si misero comodamente seduti nel cervello, i vermi. Mi tenevano caldo e quando si muovevano sussultavo di brividi. Fu in quel modo che mi svegliai dalla morte e uscii dalla terra. Che giorno quel giorno. Nella rinascita, sono resuscitato. Adesso sono un altro, l’altro è morto con i vermi!”.
Si accorge che gli è scappato dallo stomaco un segreto, e si preoccupa.
“No, che cosa ho fatto, ridatemelo, mi fa male lo stomaco”.
Fa il gesto di vomitare.
“Non riesco a trattenerlo, è uscito. Ce ne sono troppi, ve l’ho detto!”.
Il matto riesce a vedere il segreto che scappa via.
“Eccolo lì, fermati. Noooo, si è infilato sotto la porta. Adesso è vostro, siete contenti?”.
Il matto grida, prima di rabbia e poi di disperazione, cambiando umore per l’ennesima volta. Piagnucola.
“Non voglio, non voglio rimanere vuoto. Mamma, diglielo tu che mi lascino in pace. Se mi tolgono i segreti poi andranno a scavare fra i desideri, mi asciugheranno l’anima. Sarò arido come un deserto”.
Continua il suo discorso, con sguardo assente, rievocando un desiderio.
“Sarebbe bellissimo poterti ancora riabbracciare, mamma. Mi piaceva quando parlavi. Le tue parole erano favole dolci, da ascoltare in silenzio, al buio, per non farle scoprire. I tuoi sussurri erano carezze ed i tuoi baci, smalto sul cuore. Io lo dicevo a papà che era stato fortunato. Se fuori c’era inverno tu portavi primavere colorate. Se fuori c’era troppo caldo, tu ci tenevi all’ombra col tuo amore. Vorrei riabbracciarti ma…ora stai coi vermi, mamma!”.
Un desiderio sfugge.
“Ecco lo sapevo. Ora l’immagine di mamma scapperà via e mi ruberete anche questa. Cattivi! Devo fare in modo di ingrandire la sacca. La sacca, la sacca, la sacca. Devo cercare un sacchetto di plastica. Lo ingoio e ci metto dentro i segreti, digerisco le parole e le metto via…per te!”.
Il matto compie il gesto con lo sguardo di regalare qualcosa a qualcuno.
“Non ho fiori e non tengo diamanti, ma posso offrire i miei segreti a te, amore. Prima di essere svuotato, prima che mi portino via fatto solo di pelle e ossa. Forse mi sbricioleranno anche quelle. Io ti amo e sono sicuro che troverò rifugio dentro il tuo petto vergine, quando rimarrò polvere…perché quando sarò vuoto…rimarrà solo il silenzio”.